L’influencing skill: la psicologia dietro una competenza diventata mestiere
C’è un talento che nei curriculum compare di rado, eppure decide l’esito di riunioni, progetti e carriere: saper influenzare. Niente a che vedere con la manipolazione o con i like sui social: intendo la capacità di portare le persone dalla tua parte quando l’autorità formale manca, che poi è la condizione in cui lavoriamo quasi tutti, quasi sempre.
Me ne sono accorta anni fa in PayPal, quando ho seguito un training interno proprio su questo tema. Pensavo di iscrivermi a un corso di comunicazione tra i tanti. Ne sono uscita con una serie di strumenti che uso ancora oggi, dal tavolo di una trattativa commerciale alle discussioni in famiglia.
Cosa significa davvero influenzare
Nelle aziende matrix, dove i team si intrecciano e i capi diretti contano meno delle relazioni trasversali, il potere gerarchico serve a poco. Un content designer che vuole cambiare il flusso di un prodotto deve convincere product manager, legali, ingegneri e ricercatori, nessuno dei quali risponde a lui. L’ho raccontato anche parlando della mia esperienza tra content strategy e content design in PayPal: il lavoro vero stava nel costruire consenso, molto prima che nello scrivere.
Influenzare, in questo senso, significa creare le condizioni perché un’idea venga accolta. Richiede ascolto, tempismo, empatia e una certa dose di pazienza strategica. Doti antiche, che il mercato del lavoro oggi chiama con un nome nuovo: influencing skill, appunto.
La psicologia che c’è dietro
La disciplina ha basi solide. Robert Cialdini, psicologo sociale, ha codificato negli anni ’80 i principi che governano il nostro dire di sì: reciprocità, coerenza, riprova sociale, simpatia, autorità e scarsità. Sono meccanismi automatici, scorciatoie mentali che il cervello usa per decidere in fretta. Daniel Kahneman li avrebbe collocati nel “sistema 1”, quello rapido e istintivo che guida gran parte delle nostre scelte mentre crediamo di ragionare.
Chi scrive per mestiere questi principi li maneggia ogni giorno, spesso senza nominarli. Ne ho parlato a proposito dei libri fondamentali del copywriting e delle CTA che convertono: capire cosa succede nella testa di chi legge è il cuore del lavoro. La differenza tra persuasione e raggiro sta tutta nell’intenzione: usare le leve psicologiche per facilitare una decisione utile a entrambe le parti, oppure per estorcerne una dannosa.
Il training in PayPal e la mia negoziazione
Il corso che ho seguito partiva da un assunto semplice: prima di chiedere, mappa. Chi sono gli stakeholder, cosa temono, cosa li motiva, chi ascoltano. Poi prepari il terreno: relazioni coltivate prima di averne bisogno, favori fatti senza secondi fini, credibilità accumulata grazie a piccole promesse mantenute.
I risultati sul mio modo di negoziare sono stati concreti. Ho smesso di presentarmi agli incontri con una posizione da difendere e ho iniziato ad arrivarci con interessi da esplorare, che è la lezione centrale di Fisher e Ury in Getting to Yes. Ho imparato a fare domande invece di accumulare argomentazioni, a lasciare silenzi dove prima riempivo ogni pausa, a distinguere ciò che per me era vitale da ciò che potevo concedere con generosità teatrale. Le trattative, da sfide a braccio di ferro, hanno assunto la forma di problemi da risolvere insieme.
Da competenza a professione
Nel frattempo, fuori dalle aziende, l’influenza si è trasformata in un impiego a sé stante. I mediatori civili e commerciali, i negoziatori di professione, i change manager, i lobbisti: figure che vendono esattamente questa abilità. Perfino la parola influencer, che oggi associamo ai social, descrive un ruolo nato dalla stessa radice: spostare opinioni e comportamenti attraverso reputazione e seguito.
Il mercato se n’è accorto: le competenze relazionali compaiono ormai in cima alle richieste dei recruiter, e curiosamente proprio l’avanzata dell’AI le rende più preziose, perché le macchine argomentano, ma la fiducia nasce tra esseri umani. L’ho scritto nel post sui filosofi e umanisti chiamati dalle aziende tech: il pensiero critico e l’attitudine a capire chi si ha davanti sono diventati merce pregiata.
La mediazione come inclinazione, e un pensiero sullo studio
C’è poi una parte di questa storia che riguarda il carattere. Io tendo naturalmente alla mediazione. Nelle discussioni cerco il punto in cui le posizioni si toccano, nei conflitti di team finisco spesso nel ruolo di chi traduce le ragioni degli uni agli altri. L’ho notato anche scrivendo del confronto tra generazioni al lavoro: in medio stat virtus resta il mio motto operativo, e negli anni in cui mi sono occupata di wellness in PayPal quella predisposizione ha trovato terreno fertile.
Questa inclinazione mi ha portata a un pensiero che coltivo da qualche tempo: iscrivermi, forse, a un corso di laurea breve in psicologia. L’idea di dare fondamenta accademiche a ciò che finora ho appreso sul campo mi attira parecchio. Approfondire i meccanismi del comportamento umano aiuterebbe il mio lavoro sui contenuti, la mia carriera e, probabilmente, anche la mia vita privata. Come sostengo da sempre a proposito di comunicazione e politica, la preparazione dà diritto di parola: se l’influenza è diventata una disciplina, tanto vale studiarla come tale.
Vedremo dove porta questa riflessione. Intanto continuo a esercitare l’arte antica del convincere senza forzare, una trattativa alla volta.
Risorse correlate
- Robert B. Cialdini, Le armi della persuasione, Giunti Editore
- Roger Fisher, William Ury, Bruce Patton, L’arte del negoziato (Getting to Yes), Corbaccio
- Daniel Kahneman, Pensieri lenti e veloci, Mondadori
- Chris Voss, Volere troppo e ottenerlo, Vallardi
- Harvard Program on Negotiation
- McKinsey & Company, ricerche sulle competenze relazionali nel futuro del lavoro

