Perché le aziende stanno assumendo filosofi nell’era dell’AI
Per anni ci hanno detto che laurearsi in filosofia significava prepararsi alla disoccupazione. I dati raccontano un’altra storia, e la trasformazione arriva proprio dal cuore dell’innovazione tecnologica: le aziende che sviluppano AI.
Ho passato gli ultimi vent’anni a muovermi tra scrittura, strategia e prodotto, in un lavoro che unisce sensibilità linguistica e ragionamento sistemico. Quando ho iniziato a leggere i numeri su filosofi e umanisti assunti dalle big tech, ho riconosciuto qualcosa di familiare: il valore di un profilo ibrido, capace di stare tra le persone e la tecnologia.
I dati italiani smentiscono il luogo comune
Partiamo dai fatti. Su 7.003 laureati magistrali in discipline umanistiche nel 2021, AlmaLaurea ne ha intervistati 4.171 nel 2024 sulla loro condizione occupazionale a tre anni dal titolo. Il risultato: 8 su 10 lavorano, 1 è ancora impegnato in un percorso formativo successivo, e solo 1 su 10 è disoccupato.
Le lauree in filosofia, inoltre, sono in crescita costante. Nel 2015 i laureati triennali erano 1.947, nel 2024 sono saliti a 2.454, con un incremento del 26% in un decennio. Rispetto al 2006, quando erano appena 1.287, la crescita sfiora il 90%.
Un altro dato utile a inquadrare il contesto: nel 2024 il tasso di occupazione dei 25-64enni italiani con istruzione terziaria arriva all’84,7%, contro il 74,0% di chi possiede al massimo un diploma. E l’Italia registra la quota più alta dell’Unione Europea di studenti terziari iscritti in ambiti culturali, il 19,8% contro una media UE del 13,8%.
Il quadro globale: competenze umane sempre più richieste
Il World Economic Forum, nel Future of Jobs Report 2025, offre una prospettiva coerente con quella italiana. Il 63% delle aziende intervistate cita lo skills gap come principale barriera alla trasformazione. Mentre le competenze tecniche legate all’AI crescono a ritmi rapidissimi, le competenze umane come il pensiero analitico, la resilienza, la leadership e la collaborazione restano centrali.
Il pensiero analitico, in particolare, è la competenza più richiesta in assoluto: sette aziende su dieci lo considerano essenziale nel 2025. Un segnale chiaro per chi ha costruito la propria formazione sull’argomentazione e sull’analisi concettuale, tipiche di un percorso filosofico.
I filosofi arrivano nelle big tech
Il segnale più interessante arriva dalle aziende che l’AI la costruiscono davvero. Daniela Amodei, co-fondatrice e presidente di Anthropic, ha dichiarato a Fortune che le cose che rendono umani diventeranno ancora più importanti nell’era dei modelli intelligenti. Anna Koivuniemi, a capo del Google DeepMind’s Impact Accelerator, racconta che per studiare l’AI serve un team multidisciplinare, e nei laboratori lavorano fianco a fianco esperti di etica e filosofi.
In Italia il percorso di Diletta Huyskes è un esempio concreto di questa contaminazione. Laureata in filosofia, oggi dottoranda in sociologia all’Università degli Studi di Milano, ha co-fondato la società benefit Immanence, portando le discussioni sull’etica e sulle competenze umanistiche dentro le aziende che sviluppano sistemi di intelligenza artificiale.
Anche la formazione universitaria si sta adattando. Piergiorgio Donatelli ha avviato nel 2022 il primo corso di laurea italiano in filosofia e intelligenza artificiale alla Sapienza di Roma. In Italia esistono già circa 45 corsi di laurea in intelligenza artificiale, e alcuni, come quello della Sapienza, integrano lo studio della filosofia in un percorso unico. Un modello simile esiste da anni a Oxford, con il corso Computer Science and Philosophy.
Perché succede proprio ora
L’AI è brava a generare, elaborare dati, riconoscere pattern. È meno brava a decidere cosa conta, dove sta il limite etico di una scelta automatizzata, come interpretare un’ambiguità di significato. Ne ho parlato nel mio articolo sul tema. Sono proprio le domande su cui la filosofia si allena da millenni: cosa significa questa parola, quali sono le premesse implicite di un ragionamento, chi si assume la responsabilità di una decisione.
Le aziende tecnologiche più consapevoli hanno capito che serve chi sa fare queste domande prima di scalare un prodotto, non dopo che è già uscito qualcosa di sbagliato. Bias nei dati, allucinazioni dei modelli, trasparenza degli algoritmi: sono tutti problemi in cui l’analisi concettuale conta quanto il codice.
Cosa significa per chi lavora nei contenuti e nella strategia
Se lavori nella content strategy, nella UX writing o nella comunicazione, questi dati non sono solo curiosità accademiche. Confermano che le competenze su cui molti di noi hanno costruito la carriera, capacità argomentativa, attenzione al linguaggio, lettura critica del contesto, restano un vantaggio competitivo reale nell’economia dell’AI.
Non serve diventare filosofi per applicare questo principio. Serve riconoscere che il valore di un profilo umanistico non sta nel resistere alla tecnologia, ma nel saperla governare con criterio, ponendo le domande giuste al momento giusto.
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