Quando conviene prendere posizione? Politica, comunicazione e l’arte di capire quando parlare
L’effetto Springsteen
Bruce Springsteen non ha mai nascosto da che parte sta. Negli ultimi anni si è opposto apertamente a Donald Trump, usando i suoi concerti, le interviste e la sua piattaforma pubblica per rendere inequivocabili le proprie posizioni. Per molti dei suoi fan, questa chiarezza morale è esattamente quello che si aspettano da un artista del suo calibro. Per altri, invece, è un’intrusione, una distrazione dalla musica o, peggio, una forma di arroganza travestita da coscienza.
In Italia, il cantautore Francesco De Gregori ha offerto una prospettiva che va dritta al cuore della questione. «C’è bisogno che Springsteen dica la sua su Trump?» si è chiesto in un’intervista. «Provo imbarazzo quando chi promuove uno spettacolo prende una posizione così netta e apodittica. È un ruolo che sento di non poter condividere. Non mi sento superiore al mio pubblico. Non credo di essere nella posizione di tenere lezioni su Gaza o sull’Iran. Non faccio prediche, e non voglio riceverne da un cantante o da un attore di cinema.» Che siate d’accordo o meno, De Gregori solleva qualcosa su cui vale la pena soffermarsi: la differenza tra avere un’opinione e credere che la propria posizione conferisca a quell’opinione un’autorità speciale.
Un vecchio dibattito senza risposte facili
Il dibattito sugli artisti e l’impegno politico è vecchio quanto l’arte stessa, e tende a produrre più polemiche che chiarezza. Da una parte c’è la tradizione dell’intellettuale impegnato, dell’artista come testimone e coscienza del proprio tempo: dalla Guernica di Picasso a Gil Scott-Heron, da Joan Baez a Kendrick Lamar. Dall’altra c’è una lunga e onorevole tradizione di artisti convinti che il loro mestiere sia mettere il mondo davanti a uno specchio, non dire alle persone cosa pensare di ciò che vedono. Entrambe le posizioni sono coerenti. Entrambe si possono difendere. Ma nessuna delle due è sempre giusta, ed è proprio questo che rende la conversazione così spinosa.
La mia opinione, plasmata meno dalla teoria estetica e più da anni di lavoro all’incrocio tra comunicazione e responsabilità d’impresa, è che non esista una risposta universale. Ogni caso fa storia a sé, e la domanda giusta non è «devo prendere posizione?», ma «sono davvero in grado di difendere questa posizione?». Il che significa essere ben informati, pronti a spiegare con chiarezza il proprio ragionamento e disposti a sostenere la propria posizione con i fatti, non solo con il sentimento o la pressione sociale.
L’ho imparato nel modo più difficile e anche in quello più giusto e non sempre è la stessa cosa.
Quando i fatti non lasciano spazio al silenzio: PayPal e la marcia su Roma
Quando ero a capo della comunicazione di PayPal in Italia, un gruppo di estremisti di destra aveva avviato una raccolta fondi sulla piattaforma con l’obiettivo esplicito di replicare la famigerata marcia su Roma nel suo anniversario, ricreando il momento in cui, nel 1922, le camicie nere di Mussolini marciarono verso la capitale mettendo di fatto fine alla democrazia parlamentare. L’agenzia di PR esterna con cui lavoravamo non l’aveva segnalato. L’ho fatto presente immediatamente e ho spinto la leadership a prendere provvedimenti seri. L’apologia del fascismo in Italia è un reato ai sensi della legge Mancino e, al di là di qualsiasi calcolo commerciale, la piattaforma aveva l’obbligo legale e morale di agire. Qualche contraccolpo c’è stato, come sempre quando un’azienda prende una posizione visibile, ma sono convinta che abbiamo fatto la scelta giusta, e la rifarei senza esitazioni. Il ragionamento non era complicato: non si trattava di una questione di opinioni, ma di legge, di un danno storico documentato e di elementare dignità umana. I fatti erano chiari, il quadro normativo era chiaro, e le conseguenze dell’inazione erano prevedibilmente peggiori di qualunque azione.
Quando la moderazione è la scelta più coraggiosa: Kijiji e il concorso
Un caso diverso, e per certi versi più istruttivo, risale al mio periodo su Kijiji. L’idea era di lanciare un concorso in cui la partecipazione e l’interazione degli utenti avrebbero generato una somma che l’influencer di turno avrebbe potuto donare a un ente benefico a sua scelta. Solo quando eravamo già in piena fase operativa ho scoperto che l’influencer che stavamo considerando voleva destinare quella donazione a un’associazione che si batteva per l’eutanasia. Personalmente non sono affatto contraria a quella causa. Ma all’epoca, più di dieci anni fa, il dibattito in Italia era ancora agli inizi. Era acceso, divisivo e profondamente arroccato su questioni religiose, politiche e culturali.
Scegliere quell’influencer avrebbe trascinato una piattaforma consumer in una controversia in cui non avremmo potuto aggiungere nulla di significativo al dibattito, non avremmo potuto difendere una posizione con la profondità che meritava e, quasi certamente, avremmo irritato grandi fette del nostro pubblico senza far avanzare la causa di un solo centimetro. Ho scelto invece un altro influencer, che si occupava di diritti e tutela dell’infanzia: una causa importante, non controversa nelle sue premesse di fondo, e in cui il nostro coinvolgimento poteva essere davvero costruttivo. Quella decisione non c’entrava niente né con la codardia né con il cinismo. C’entrava con il saper leggere il contesto e con la consapevolezza che buttarsi in un dibattito delicato senza gli strumenti per gestirlo responsabilmente non è coraggio: è solo rumore.
Soglia e preparazione
Il punto che collega queste due storie è lo stesso: la soglia per parlare dovrebbe essere proporzionale alla preparazione a farsi ascoltare. Quando i fatti sono chiari, quando la posta in gioco, legale o etica, è inequivocabile e quando il silenzio sarebbe esso stesso una forma di complicità, prendere la parola non è facoltativo. È il minimo. Quando invece la questione è realmente controversa, quando persone ragionevoli possono dissentire sulla base di valori profondi, e quando la tua immagine dà visibilità ma non necessariamente profondità, la scelta più coraggiosa è spesso fare un passo indietro e lasciare che la conversazione avvenga senza il tuo contributo.
De Gregori ha ragione: c’è qualcosa di scomodo nell’artista che usa il palco di un concerto come un pulpito. L’asimmetria di quel rapporto, ovvero una persona con un microfono davanti a migliaia di persone radunate per ascoltare musica, non un comizio, crea una sorta di ricatto nei confronti del pubblico, che non è esattamente la stessa cosa di un autentico dialogo democratico. Ma nemmeno Springsteen ha necessariamente torto. Ci sono momenti in cui il silenzio di chi ha un grande palcoscenico diventa, a sua volta, una dichiarazione, e non sempre quella che si intendeva fare.
L’abilità sta nel dosare
L’abilità, alla fine, sta nel dosare. Qual è la natura della questione? Quanto sono chiari i fatti? Qual è il tuo rapporto reale con l’argomento e sai raccontarlo con onestà e precisione? Quali sono le conseguenze del parlare, e quali quelle del tacere? Non sono domande facili, e chiunque vi dica di avere una formula per rispondere probabilmente sta cercando di vendervi qualcosa.
Prendere posizione sulla cosa giusta al momento giusto, con le prove giuste e l’onestà intellettuale di spiegare il proprio ragionamento, richiede molto più coraggio che seguire il trend del giorno. E richiede anche più disciplina che rifugiarsi in un comodo silenzio ogni volta che le cose si complicano. L’obiettivo non è né il consenso né la provocazione. L’obiettivo è presentare una tesi e mostrare come ci si è arrivati.
È lo standard a cui cerco di attenermi, in modo imperfetto e con parecchie correzioni lungo il percorso. E credo che sia quello giusto.
Risorse correlate
- Edelman Trust Barometer (2025). Rapporto annuale sulla fiducia del pubblico in istituzioni, aziende, media e ONG, con sezioni dedicate alla comunicazione politica aziendale e al brand activism.
- De Gregori: «C’è bisogno che Springsteen dica che è contro l’amministrazione Trump? Non credo» — Il Fatto Quotidiano. Vedi anche Rockol.
- Springsteen, B. (2020). Letter to You. Columbia Records. L’uscita dell’album è stata accompagnata da un ampio dibattito sulla presa di posizione politica di Springsteen durante l’era Trump.
- «The Republic Is Under Siege By a Moron»: tutto ciò che Bruce Springsteen ha detto su Trump — Rolling Stone.
- Legge 25 giugno 1993, n. 205 (Legge Mancino) — Normattiva, Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana. Vieta l’apologia pubblica del fascismo, la discriminazione razziale e l’incitamento all’odio.
- Gramsci, A. (1971). Selections from the Prison Notebooks. Lawrence & Wishart. Testo fondativo sul concetto di intellettuale organico e sulla responsabilità politica delle figure pubbliche.
- Chomsky, N., & Barsamian, D. (2001). Propaganda and the Public Mind. South End Press. Esplora gli obblighi e i rischi degli intellettuali pubblici nel discorso politico.
- Bivens, J. (2022). “When brands speak: Corporate political speech and the limits of stakeholder communication.” Journal of Communication Management, 26(2), 112–129.

