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Vetrine spente, città nuove

Vetrine spente, città nuove

Novantaseimila vetrine spente: il commercio che cambia volto

C’è una via, nella città dove sono nata, che da bambina mi sembrava un mondo intero: grossisti di tessuti, mercerie, un ferramenta che vendeva anche i lucchetti per i motorini, due panetterie in concorrenza perenne. Oggi la percorro e conto le serrande abbassate come si contano i vagoni di un treno merci. Lo stesso vale per il posto in cui vivo stabilmente: interi isolati che un tempo pulsavano di attività all’ingrosso e al dettaglio si sono trasformati in corridoi silenziosi, con i cartelli “affittasi” ingialliti dal sole. La sensazione trova conferma nei numeri, che dicono che sta accadendo ovunque e raccontano anche perché.

I numeri di Confcommercio

Il dato che ha fatto il giro dei giornali arriva dall’ultimo rapporto Confcommercio, ripreso tra gli altri da SoldiOnline: tra il 2018 e il 2025 i punti vendita in Italia sono passati da 666.479 a 570.313, cioè 96mila in meno, un calo del 14,4% in sette anni. Se si allarga lo sguardo al 2012, come fa l’Osservatorio sulla demografia d’impresa, le attività sparite diventano 156mila in tredici anni, mentre l’online cresceva del 187%.

A pagare il prezzo più alto sono le categorie di prossimità: gli ambulanti hanno perso il 27,3% degli operatori, i piccoli alimentari il 17,9%. La moria colpisce soprattutto edicole, distributori di carburante e abbigliamento, con punte oltre il 50% per i giornalai in alcune regioni. La parola usata dall’associazione è “desertificazione commerciale”, e chiunque abbia camminato in una zona semiperiferica di una media città italiana sa che l’immagine è tutt’altro che esagerata.

Il paradosso del fatturato

Qui arriva la parte controintuitiva: mentre le insegne si spegnevano, i ricavi complessivi del settore sono saliti del 25,7%. I discount hanno raddoppiato il giro d’affari (+101,1%), l’eCommerce è cresciuto del 41,9%, mentre gli ipermercati, simbolo degli anni Novanta, hanno lasciato sul terreno un -8,4%. In pratica si vende di più, ma attraverso meno canali, più grandi o del tutto immateriali.

Il consumatore, nel frattempo, è cambiato quanto il paesaggio urbano: compra online anche dai marketplace cinesi ora sotto esame in Europa, confronta i prezzi al centesimo e ha imparato a riconoscere trucchi come quelli raccontati nel nostro pezzo sulla shrinkflation nel carrello. La spesa si è semplicemente spostata dove costa meno fatica o meno denaro.

Uno sguardo fuori dai confini

Il fenomeno non riguarda solo noi. Negli Stati Uniti si parla da anni di “retail apocalypse”: secondo Coresight Research, nel solo 2025 erano attese circa 15.000 chiusure, il doppio dell’anno precedente, a fronte di 5.800 aperture. In Francia la vacance commerciale, cioè la quota di locali sfitti, è salita al 10,64% nel 2024, con la frequentazione dei centri città in calo dell’1,8%, tanto che il governo ha varato un pacchetto di nove misure di rilancio.

Il Regno Unito, che sul declino delle high street ha costruito un intero filone giornalistico, offre però un segnale in controtendenza: secondo Knight Frank, la percentuale di spazi vuoti è scesa al 13,2% a inizio 2026, il livello migliore dal Covid, e per la prima volta da anni le nuove aperture superano le cessazioni. Catene come John Lewis stanno investendo centinaia di milioni di sterline nei propri spazi fisici. La lezione britannica suggerisce che il declino può rivelarsi una fase reversibile, se qualcuno ha la volontà di reinventare il punto vendita.

Chi resta aperto quando tutti chiudono

Nelle strade svuotate della mia esperienza quotidiana, gli unici avamposti ancora illuminati la sera sono quasi sempre minimarket etnici e bazar cinesi. Molti residenti li guardano con sgomento, come la prova definitiva che “il quartiere non è più quello di una volta”. Capisco quel sentimento, perché la scomparsa delle botteghe storiche è anche una perdita di identità e di relazioni. Le cifre, però, aiutano a leggere la situazione con più lucidità.

Le imprese guidate da cittadini stranieri in Italia sono circa 678mila, in crescita mentre quelle a titolarità italiana calano, e oltre 261mila operano proprio nel commercio. A Roma i minimarket gestiti da imprenditori bengalesi sono passati da 871 a più di mille in un paio d’anni. La loro resilienza ha spiegazioni molto concrete: orari di apertura che coprono serate e festivi, filiere corte spesso su base comunitaria, costi compressi, assortimenti che la grande distribuzione non ha mai trattato. Occupano, in sostanza, lo spazio economico che il dettaglio tradizionale ha abbandonato. Quel disagio merita rispetto, ma andrebbe indirizzato verso le cause della desertificazione, non verso chi ha avuto il coraggio di alzare una saracinesca dove altri l’hanno chiusa.

Che cosa resta della prossimità

La trasformazione in corso somiglia meno a un’agonia e più a una muta: il commercio cambia pelle, e le città con lui. Alcune funzioni migrano online, altre si concentrano nei discount, altre ancora rinascono in forme nuove, dai negozi di vicinato specializzati ai format ibridi. Il punto critico è ciò che accade nel frattempo alle strade: una via spenta è più buia, meno sicura, meno viva, e il valore sociale di un esercizio di quartiere non compare in nessun bilancio. Anche perché i locali sfitti raramente tornano botteghe: spesso diventano depositi per il delivery o alloggi turistici, con effetti che si intrecciano con la crisi abitativa nelle grandi città.

A volte apro Street View e torno a guardare quella strada com’era dieci anni fa, un rito di memoria che ho già raccontato in Google Street View e i ricordi. La nostalgia però serve a poco se resta solo rimpianto. L’esperienza britannica, e le politiche francesi di rivitalizzazione, dimostrano che con investimenti e regole intelligenti i centri urbani possono riempirsi di nuovo. Magari con nomi diversi da quelli della nostra infanzia, e forse va bene così.

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