Quante sono le case vuote a Milano? Nemmeno l’AI lo sa
Qualche giorno fa il Corriere ha raccontato un esperimento semplice: chiedere a un’intelligenza artificiale quante siano le case sfitte a Milano. Risultato: risposte che vanno da meno di 20mila a oltre 100mila unità, a seconda della fonte citata. Nessuno lo sa davvero, nemmeno le macchine che dovrebbero conoscere tutto.
Io una risposta, anche se parziale, ce l’ho. Non dai dataset dell’AI, ma da anni passati a leggere annunci immobiliari uno per uno.
Il gergo di Kijiji
Ho lavorato per Kijiji, il sito di annunci, e spulciavo spesso le sezioni, in particolare quelle di case cercate e offerte. Con il tempo avevo imparato a leggere il gergo ricorrente. “1 bmb” voleva dire un bambino. Erano le sigle negli annunci di donne sole con figli che cercavano una stanza, spesso scritti in fretta, tra un turno di lavoro e l’altro. Non cercavano solo un tetto: cercavano altre madri con cui dividere casa, fare rete, spartire la spesa e i turni di chi tiene i bambini quando l’altra è al lavoro.
Poi c’erano gli annunci delle insegnanti, professioniste con uno stipendio fisso che però non bastava per un affitto da sole vicino alla scuola dove lavoravano, e allora si dividevano un bilocale con una collega. E c’erano gli anziani che aprivano una stanza della loro casa a uno studente universitario, non tanto per il canone, quasi simbolico, ma per non passare le giornate senza sentire una voce in casa.
Leggendo quegli annunci uno dopo l’altro, capivo che non erano casi isolati. Era un mercato che si stava riorganizzando dal basso, con soluzioni di fortuna inventate da chi non aveva altra scelta.
La mia casa, in tre tappe
Sono arrivata a Milano nei primi anni 2000. La prima sistemazione è stata una stanza doppia, 450 euro al mese in due. Poi sono passata a un monolocale tutto mio: 520 euro più spese, finalmente sola. Con un particolare: ero proprio di fronte a un ristorante che di notte si trasformava in discoteca abusiva. Tre notti su sette non si dormiva.
Ho comprato casa appena ho potuto, e la prima volta ho sbagliato. Il bilocale che avevo scelto era in una posizione ottima, ma in uno stabile abitato male, con problemi di rumore continui e liti condominiali senza fine. L’ho venduto e ho fatto il salto: un trilocale di nuova costruzione, carissimo per l’epoca, ben oltre quello che avrei dovuto spendere. Per molto tempo ho faticato con il mutuo. Ce l’ho fatta in dodici anni, con parecchi sacrifici, e l’ho saldato due anni fa. Adesso è mio.
Se oggi dovessi ricomprare la stessa casa, con lo stesso stipendio, non ce la farei. Per questo voglio lasciarla a mio figlio: perché non debba affrontare le stesse difficoltà che ho avuto io.
Ogni tanto trascino ancora il pegman di Google Maps su quella strada, per rivedere il portone del monolocale e il ristorante che, di notte, diventava discoteca, oggi trasformato un posto chic e silenzioso.
Quello che vedo intorno a me
Negli ultimi tempi, intorno a casa mia, ho iniziato a vedere persone che vivono in tenda. Coppie di anziani che non vanno negli alloggi per senzatetto perché lì verrebbero separati, oppure perché hanno un animale che non verrebbe accettato, e preferiscono restare in strada insieme.
Sono le stesse dinamiche degli annunci di Kijiji di vent’anni fa, solo più dure: persone che si organizzano, si adattano, rinunciano a qualcosa pur di non restare sole o di non perdere l’unico legame che gli è rimasto.
Non solo Milano
A Roma la mia storia sarebbe stata diversa nei numeri, ma non nella sostanza: gli affitti sono cresciuti più lentamente che a Milano, ma le stanze singole, sempre più richieste dagli studenti fuorisede, sono aumentate del 14,8% in un anno, con canoni che vanno dai 400 agli oltre 700 euro al mese. E non è solo un problema italiano. A Madrid case e affitti sono saliti rispettivamente del 42% e del 48% in dieci anni, al punto che sono comparsi gruppi di “sabotatori” che manomettono le key box degli affitti brevi per bloccare i turisti. A Barcellona, Valencia e Napoli l’affitto assorbe tra il 60% e il 70% dello stipendio medio. Berlino resta cara, ma le tutele per gli inquilini la rendono più vivibile. Londra e New York, paradossalmente, hanno visto negli ultimi anni prezzi e affitti scendere. Segno che la crisi abitativa non è una legge di natura ovunque, ma il risultato di scelte politiche precise.
Chi ce l’ha fatta
Non ovunque è andata così. A Vienna il 77% degli abitanti vive in affitto e oltre il 40% del patrimonio immobiliare è edilizia popolare o sociale, gestita direttamente dal Comune o da cooperative sussidiate: circa 220mila appartamenti a canone calmierato, costruiti in tutta la città e non solo in periferia, con un affitto medio che resta intorno ai 10,5 euro al metro quadro. A Singapore un ente pubblico ha portato la proprietà della casa dal 30% a circa il 90% delle famiglie in vent’anni, vendendo appartamenti a prezzo calmierato con leasing di 99 anni. A Tokyo regole di zonizzazione nazionali permettono di costruire molto e rapidamente, e le case, non trattate come investimento, si deprezzano nel tempo invece di salire di valore: gli affitti sono rimasti relativamente stabili per decenni. E la Finlandia, con il programma Housing First, ha ridotto i senzatetto cronici del 68% dal 2008, dando loro un alloggio permanente senza precondizioni, prima ancora di affrontare le altre difficoltà.
Una riflessione
Gli stipendi in Italia sono fermi, in termini reali, da circa trent’anni. In questo periodo il prezzo delle case e degli affitti nelle grandi città è salito molto più della crescita dei redditi: a Milano, per dire, i prezzi delle case sono aumentati del 57% nell’ultimo decennio e gli affitti di oltre il 70%, con un canone medio tra i più alti d’Europa. Cinquant’anni fa una famiglia con un solo stipendio poteva ragionevolmente ambire a comprare casa, fare più figli, mettere via qualcosa. Oggi due stipendi spesso non bastano, ed è anche per questo che le differenze tra generazioni si sono fatte così nette: chi è entrato nel mondo del lavoro in decenni diversi ha avuto accesso a possibilità molto diverse.
Non credo sia una legge di natura, e Vienna, Singapore, Tokyo e la Finlandia lo dimostrano: è il risultato di scelte, fatte o non fatte, su affitti brevi, edilizia popolare, tutele per gli inquilini. Ma restano le storie: quella delle madri che si univano per sigla su un annuncio, la mia, quella delle coppie di anziani in tenda sotto casa. Diverse, ma nate dalla stessa situazione: una casa che costa più di quanto la maggior parte delle persone possa permettersi.
Risorse correlate
- Come si manda in tilt l’intelligenza artificiale? Domandando quante sono le case sfitte a Milano – Corriere della Sera
- Milano sempre meno accessibile: il costo della casa supera la crescita dei redditi – idealista/news
- Case vendute, a Milano un’abitazione su cinque rimane vuota – Sky TG24
- Secondo il Financial Times la crisi abitativa di Milano ormai è più grave anche di quella di Londra – Rivista Studio
- Affitti a Roma, crescono i contratti transitori e per studenti. Ma i canoni sono sempre più cari – RomaToday
- Roma e case in affitto a prezzi agevolati: cosa prevede il nuovo piano annunciato dal sindaco Gualtieri – Business Online
- Co-housing tra studenti e anziani: la nuova frontiera degli alloggi per i fuori sede – Studenti.it
- ‘Affordability crisis’: How the Western housing crisis spiralled – Al Jazeera
- Perché l’edilizia popolare di Vienna è un esempio da seguire da 100 anni – idealista/news
- Public Housing Works: Lessons from Vienna and Singapore – Shareable
- How Singapore Solved Its Affordable Housing Crisis – ArchitectureLab
- Housing First: come la Finlandia ha ridotto il numero dei senzatetto – greenMe

