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Marketplace cinesi sotto esame

Marketplace cinesi sotto esame

AliExpress, Temu e Shein nel mirino Ue: cosa nascondono davvero i nostri acquisti low cost

Il 20 luglio la Commissione europea ha inflitto ad AliExpress una sanzione da 550 milioni di euro, la più alta mai comminata in base al Digital Services Act. Il motivo? La piattaforma non ha fermato la vendita di prodotti illegali, insicuri e contraffatti, nonostante le regole europee la obblighino a farlo. Non è un episodio isolato: negli ultimi mesi anche Temu e Shein sono finite sotto la lente di Bruxelles e delle autorità nazionali. Eppure gli acquisti sui marketplace cinesi continuano a crescere a ritmi che in Europa non si erano mai visti prima.

Ho comprato anche io qualcosa su Temu: una borsa, un costume e un paio di maglie. Poi mi sono fermata, perché ogni volta che aggiungevo un articolo al carrello mi tornava in mente la stessa domanda: chi ha cucito questa maglia, e in che condizioni?

Una sanzione da record: cosa ha fatto AliExpress

Secondo la Commissione europea, AliExpress ha sovrastimato l’efficacia dei propri sistemi di controllo, lasciando circolare capi contraffatti, cosmetici falsi, giocattoli pericolosi e accessori da cucina non sicuri. Il Digital Services Act, entrato in vigore nel 2024 proprio per proteggere i consumatori online, impone alle grandi piattaforme di individuare e ridurre in modo sistematico questo tipo di rischi. AliExpress ha tempo fino al 20 ottobre per presentare un piano di conformità: se non lo farà, rischia penalità periodiche che, secondo le norme del DSA, possono arrivare fino al 6% del fatturato globale annuo. L’azienda, dal canto suo, ha definito la multa “sproporzionata” e ha annunciato ricorso.

Non solo AliExpress: anche Temu e Shein

AliExpress non è la sola azienda cinese finita nei guai con Bruxelles. Lo scorso 30 maggio la Commissione ha sanzionato Temu per 200 milioni di euro, contestandole di aver usato dati generici sull’intero settore invece di valutare in modo specifico i rischi presenti sulla propria piattaforma. Tra gli oggetti incriminati: caricabatterie a rischio d’incendio, giocattoli con sostanze chimiche vietate, cosmetici fuori norma e certificazioni CE false. Anche Shein non è stata risparmiata: in Italia l’Antitrust le ha comminato una multa da un milione di euro per messaggi ambientali ingannevoli, il classico greenwashing che promette sostenibilità e distribuisce magliette a due euro.

Quanto comprano gli italiani (e il resto del mondo) su questi marketplace

I numeri aiutano a capire perché Bruxelles si sia mossa con tanta insistenza. Il commercio elettronico globale ha superato i 6.500 miliardi di dollari nel 2025, e la Cina da sola rappresenta circa il 45% di quel valore. In Europa, Temu ha registrato una crescita del 133% in Italia nell’ultimo anno, arrivando a occupare il secondo posto nella classifica generale dell’e-commerce nazionale, subito dietro Amazon. Shein cresce del 43% e conta cinque milioni di visite mensili nel solo comparto moda, seconda soltanto a Zalando. Solo nel 2024 sono arrivati in Europa oltre quattro miliardi di pacchi di basso valore, il triplo rispetto al 2022: un flusso che ha spinto l’Unione a eliminare l’esenzione doganale per gli ordini sotto i 150 euro.

Cosa rischiamo davvero quando l’ordine costa due euro

Il sistema europeo di allerta rapida sugli articoli rischiosi, il Safety Gate, ha registrato 4.137 segnalazioni nel solo 2024. Le categorie più problematiche restano tre. L’elettronica, con marcature CE false, rischio di incendio e memorie contraffatte. La cosmesi, con ftalati e piombo oltre i limiti consentiti e ingredienti non dichiarati in etichetta. I giocattoli, con componenti non conformi e pericolo di soffocamento per i più piccoli. A questo si aggiungono problemi più banali ma comunque fastidiosi: articoli diversi da come vengono descritti online, tempi di consegna infiniti e resi complicati da gestire. Su quest’ultimo punto qualcosa si sta muovendo: dal 19 giugno 2026 una direttiva europea obbliga tutti gli e-commerce a inserire un pulsante di recesso visibile e funzionante, come ho raccontato nel pezzo sulla nuova legge sui resi. Una tutela in più per chi acquista, che però rischia di alzare i costi, e forse i prezzi, proprio dove si vende già al limite del sostenibile.

Il problema che non si vede: chi produce a quei prezzi

C’è un aspetto che a mio parere viene raccontato meno di quanto meriti, ed è quello del lavoro dietro le quinte. Shein e Temu vengono periodicamente valutate per l’inserimento in liste internazionali legate al lavoro forzato, e le inchieste giornalistiche degli ultimi anni hanno documentato turni estenuanti e paghe minime negli stabilimenti che riforniscono queste piattaforme. Il fenomeno, peraltro, non riguarda solo la Cina: proprio in Toscana, a Prato, a luglio le forze dell’ordine hanno arrestato un imprenditore per aver sfruttato lavoratori irregolari con turni fino a sedici ore, pagati a cottimo e in alcuni casi rinchiusi nel capannone per produrre di più. Non sto dicendo che quella specifica vicenda riguardi Temu o Shein, ma il contesto racconta bene quanto la filiera del tessile, ovunque si trovi, resti esposta a questo tipo di abusi. Un tema che ho affrontato anche parlando dei rider del food delivery: settori diversi, ma la stessa domanda di fondo, cioè quanto siamo disposti a chiudere un occhio pur di risparmiare qualche euro.

La mia esperienza, e perché ho smesso di comprare

Non ho grandi certezze da offrire su questo tema, solo un disagio che mi porto dietro da quando ho iniziato a farmi domande sul percorso che fa un capo prima di arrivare nel mio armadio. Ho ordinato una borsa, un costume e delle maglie su Temu, spinta dalla curiosità più che dal bisogno reale. Sono arrivati in tempi ragionevoli e la qualità non era pessima, ma il pensiero di chi li avesse cuciti, e a quali condizioni, non mi ha più abbandonata. Così ho smesso, non per un gesto eroico ma perché continuare a ignorare la domanda mi sembrava, semplicemente, disonesto verso me stessa.

Comprando altrove, la situazione sarebbe diversa?

Mi sono chiesta anche questo: se avessi ordinato la stessa borsa su un altro sito, o l’avessi comprata in un negozio fisico, il rischio di sfruttamento sarebbe sparito? Onestamente, no, o almeno non in automatico. A dicembre 2025 la Procura di Milano ha acquisito documenti da tredici griffe, tra cui Gucci, Prada, Versace, Dolce&Gabbana e Missoni, per verificare le condizioni di lavoro nelle rispettive filiere produttive. Negli anni precedenti, aziende come Armani, Manufactures Dior e Valentino erano già finite sotto amministrazione giudiziaria per caporalato nei laboratori che cucivano borse e capi destinati alle boutique più esclusive. In quei casi non si parlava di magliette da due euro, ma di articoli venduti a migliaia di euro nelle vie del centro di Milano.

Questo mi porta a pensare che il canale di vendita, online o in negozio, economico o di lusso, conti meno di quanto vorremmo credere. Ciò che fa davvero la differenza è quanto un’azienda controlla i propri fornitori e subfornitori, e quanta trasparenza è disposta a garantire su quella catena produttiva. I marketplace cinesi restano probabilmente più esposti, perché muovono volumi enormi con margini bassissimi, e questo rende i controlli più complicati e la tentazione di risparmiare sulla manodopera più forte. Ma credere che basti spostare gli acquisti su un negozio del centro o su un marchio storico per mettersi al riparo sarebbe, a conti fatti, un’illusione rassicurante più che una scelta davvero informata.

Cosa possiamo fare come consumatori

Le multe europee sono un segnale importante, ma da sole non bastano a cambiare le nostre abitudini quotidiane. Qualche accorgimento pratico può aiutare: controllare se il venditore ha un’identità verificabile, diffidare dei prezzi troppo bassi per essere veri su prodotti elettrici o cosmetici, leggere le recensioni con occhio critico e, quando possibile, informarsi sulla filiera produttiva dell’azienda. Non risolve tutto, ma restituisce un po’ di consapevolezza a un gesto, quello dello shopping online, che ormai facciamo quasi in automatico.

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