Content Benefit

Content Strategy | UX Writing | Content Design | Globalization | Communications

Spesa sostenibile, tre strade

Spesa sostenibile, tre strade

Spesa sostenibile e negozi di vicinato: da dove nasce il discorso

Lo spunto arriva da un articolo di Zonalocale, testata abruzzese del Vastese. La tesi è semplice: la spesa sostenibile oggi si misura in gesti piccoli e ripetuti, come portarsi la borsa da casa, scegliere lo sfuso, evitare imballaggi superflui, tornare sempre nella stessa bottega. Il pezzo invita anche i commercianti a parlare chiaro, preferendo “riutilizzabile” al vago “ecologico”, e a nominare il materiale invece di sventolare etichette verdi.

Quanti negozi di prossimità hanno chiuso in Italia

Prima di parlare di abitudini conviene guardare il contesto. Secondo l’analisi Città e demografia d’impresa dell’Ufficio Studi Confcommercio, presentata a marzo 2026, tra il 2012 e il 2025 le città italiane hanno perso 156mila negozi e attività ambulanti, oltre un quarto del totale. Nei centri storici gli alimentari sono calati del 17,6%, il commercio ambulante del 29,7%, le edicole addirittura del 51,9%.

Nello stesso periodo l’e-commerce è passato da 31 a oltre 62 miliardi di euro, mentre ristoranti e affitti brevi si sono presi le vetrine rimaste libere. Confcommercio parla del rischio di quartieri dormitorio, più scomodi soprattutto per gli anziani e per chi dipende dai servizi sotto casa. La bottega di quartiere, insomma, ha smesso di essere una certezza e va scelta attivamente, un po’ come si sceglie di differenziare i rifiuti anche quando il porta a porta fa i capricci.

I mercati contadini di Campagna Amica in numeri

Se i negozi tradizionali arretrano, i mercati degli agricoltori crescono. Coldiretti e la Fondazione Campagna Amica, a novembre 2025, hanno contato 1.200 mercati contadini nei centri urbani, con 15mila aziende agricole coinvolte e oltre 15 milioni di consumatori l’anno. Secondo una ricerca Noto Sondaggi, l’86% degli italiani vorrebbe un mercato del genere vicino a casa, quota che sale al 93% nelle regioni del Centro. La rete si definisce la quarta per distribuzione agroalimentare del Paese.

A Torino il nuovo mercato coperto ha preso il posto dell’ex Cinema del Corso, edificio liberty devastato da un incendio nel 1980: un esempio di come la vendita diretta possa anche ridare vita a spazi abbandonati, cioè fare esattamente il contrario della desertificazione descritta sopra.

Perché faccio la spesa da Campagna Amica

Io mi servo spesso da Campagna Amica, e il motivo è presto detto: produttori locali, merce fresca, filiera corta. Al banco si sa chi ha coltivato cosa, si compra ciò che la stagione offre e il tragitto dal campo alla borsa si accorcia parecchio. Tutto il resto, dal minor numero di intermediari al packaging quasi assente, viene da sé.

Non sono un caso isolato. Un’indagine di Campagna Amica ripresa dal Sole 24 Ore indicava verdura (68%) e frutta (58%) come gli acquisti più frequenti nei mercati contadini, seguiti dai formaggi (44%), con uno scontrino medio salito da 27 euro nel 2017 a 32 nel 2020. Cifre da spesa quotidiana, lontane dall’idea del farmers market come vezzo per pochi.

L’Ortomercato di Milano il sabato mattina: come funziona per i privati

Il mio compagno ha un’altra filosofia. Il sabato mattina preferisce l’Ortomercato di Milano, in via Lombroso, dove si acquistano grandi quantità ma la qualità è altissima e il risparmio garantito. Si tratta del più grande mercato ortofrutticolo all’ingrosso d’Italia, gestito da SogeMi nell’ambito del progetto Foody, con un padiglione nuovo da 47.000 metri quadrati inaugurato a maggio 2024.

Secondo la guida aggiornata di MilanoFree, i privati senza tessera possono entrare nel settore ortofrutta il sabato dalle 9 alle 12:30, meglio entro le 9:30 o le 10, perché verso mezzogiorno i banchi cominciano a smontare. I formati restano quelli professionali, cassette e plateau, e i prezzi risultano dal 30 al 50% più bassi rispetto a supermercato e mercato rionale.

Filiera corta o grandi quantità: i pro e i contro

Messe una accanto all’altra, le due strategie rispondono a esigenze diverse. Il mercato contadino premia la prossimità e la relazione: si compra poco e spesso, si conosce il produttore, si evita lo spreco perché si porta a casa soltanto il necessario. L’ingrosso premia il portafoglio e la scelta: la varietà è enorme, i prezzi scendono, però una cassetta di pomodori richiede un piano, che sia una passata, una cena con amici o una spartizione tra vicini.

Il rischio dell’acquisto massiccio è proprio lo spreco, che annullerebbe ogni vantaggio ambientale. Quello del mercato contadino, invece, è il costo per chi deve far quadrare i conti a fine mese. Nessuna delle due formule è perfetta, e forse il punto sta tutto qui: la sostenibilità domestica somiglia a un mosaico di scelte, da ricomporre di volta in volta.

La spesa online della grande distribuzione in Italia: i numeri

Esiste poi una terza strada, quella che evita del tutto banchi e corridoi: l’e-commerce dei supermercati. Secondo l’Osservatorio eCommerce B2c di Netcomm e Politecnico di Milano, nel 2026 il comparto Food & Grocery online vale 5,1 miliardi di euro, in crescita del 5%. Dentro questa cifra la spesa da supermercato pesa per il 35%, mentre la fetta maggiore, il 47%, va al food delivery. Per confronto, l’intero e-commerce di prodotto arriva a 42,6 miliardi e copre l’11,5% dei consumi.

La quota digitale degli alimentari resta comunque modesta. Il Consorzio Netcomm, in un’analisi con NIQ presentata a giugno 2025, stimava l’online al 6,5% delle vendite food, circa la metà della media degli altri beni. A dicembre 2024, inoltre, i prezzi in rete risultavano in media più alti del 5% rispetto agli scaffali fisici, soprattutto per i costi logistici. Chi ordina lo fa per abitudine (35%), per l’assortimento (29,6%) e per la qualità della consegna (29,4%); oltre sette ordini su dieci sono riacquisti, l’82% finisce a domicilio e il profilo tipico ha tra i 25 e i 44 anni e abita in una grande città.

Sul fronte ambientale il bilancio è aperto: in teoria un solo furgone che serve un quartiere sostituisce parecchi tragitti in auto, ma sacchetti, vaschette e consegne frammentate erodono il vantaggio. Molto dipende da quanto si ordina e da quanto spesso.

La UX della spesa online: sostituzioni, fasce orarie e reclami

Qui entra in gioco il mio mestiere. Confesso che l’esperienza digitale della spesa non è sempre rilassantissima, anzi: in certi casi fa venire voglia di chiudere l’app, prendere la borsa e uscire a farla da sola. E non si tratta solo di una mia impressione.

Il Baymard Institute, che studia l’usabilità dell’e-commerce, ha pubblicato ad aprile 2026 un aggiornamento della ricerca sul grocery online: 70 sessioni di test con utenti su otto siti statunitensi, tra cui ALDI, Kroger e Target, e oltre 670 nuovi problemi di usabilità di media o grave entità, per un totale che supera quota 1.200. Gli esempi suonano familiari anche a chi compra in Italia: su un sito il carrello non mostra le fasce di consegna e solo più avanti si scopre che non ce n’è nessuna libera; su un altro le sostituzioni si indicano soltanto al checkout, scegliendo fra appena due alternative proposte.

Proprio le sostituzioni sono il punto più dolente. In uno studio precedente dedicato al tema, Baymard rilevava che il 76% dei partecipanti incontrava qualche difficoltà a impostarle e che ad alcuni servivano più di dieci minuti per definirle prodotto per prodotto, con il risultato di abbandonare l’ordine. Un utente l’ha riassunto così: “I don’t need to make 17 hypothetical grocery decisions”, cioè non ho bisogno di prendere 17 decisioni ipotetiche sulla spesa. In pratica, la spesa va fatta due volte, una reale e una di riserva.

Poi c’è la consegna. Sulla bacheca dei reclami di Altroconsumo, a dicembre 2025, un cliente ha raccontato di aver ordinato dall’app di Esselunga una spesa da 197,29 euro e di aver trovato, all’arrivo, diversi articoli mancanti. Segnalato subito il problema, l’assistenza ha risposto che i prodotti risultavano “correttamente prelevati dal magazzino e consegnati”. Un caso singolo, certo, ma racconta bene il limite della relazione mediata da uno schermo: al banco del contadino un’incomprensione si chiarisce guardandosi in faccia, mentre online resta la parola del sistema contro quella del cliente. Non sorprende che alcune insegne stiano ripensando il punto vendita fisico come luogo d’esperienza, come ha fatto Unieuro con il nuovo format.

Sobrietà e risparmio: cosa dice il Rapporto Coop 2025

Il quadro nazionale conferma questa tensione tra valori e budget. Il Rapporto Coop 2025, curato con Nomisma e NielsenIQ e sintetizzato dal Fatto Alimentare, indica la tutela dell’ambiente tra le priorità del 54% degli italiani, nonostante il cosiddetto greenlash, mentre il risparmio guida gli acquisti per il 42% degli intervistati.

Nella grande distribuzione, nel primo semestre 2025, la frutta è cresciuta del 4,3% e la verdura del 5,8%, con i prodotti ultra-processati in calo del 3,3% a volume. Il rapporto parla di “deconsumismo”: si compra meno, si ripara, si sceglie l’usato. Una sensibilità che si ritrova anche nel packaging, dalle bottiglie di carta alle capsule del caffè riclassificate come imballaggi.

Come riconoscere un negozio di vicinato davvero sostenibile

Tornando all’articolo di partenza, alcuni criteri pratici aiutano a distinguere l’impegno reale dalla vetrina verde:

  • offre prodotti sfusi o accetta contenitori portati da casa, dove le norme lo consentono;
  • indica con precisione provenienza e materiali, senza aggettivi generici;
  • propone la borsa riutilizzabile al momento giusto, senza imporla;
  • valorizza la stagionalità e i fornitori del territorio;
  • spiega le proprie scelte con cartelli chiari o due parole alla cassa.

Il negozio sotto casa, quando funziona, diventa un presidio di fiducia e di quartiere, come ricordano i dati Confcommercio. E per chi vive la crisi climatica con un filo di eco-ansia, fare la spesa con criterio resta uno dei pochi gesti concreti alla portata di tutti, ogni settimana.

Risorse correlate