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Eco-ansia, il caldo e i ghiacci

Eco-ansia, il caldo e i ghiacci

Cosa sostiene lo psicologo intervistato da Today

Ivan Iacob, segretario generale dell’Associazione unitaria psicologi italiani, ha spiegato a Today che l’eco-ansia resta fuori dal registro delle diagnosi cliniche: si tratta di una forma di apprensione legata alla crisi ambientale e alle sue ricadute sul domani, diffusa soprattutto fra adolescenti e giovani adulti, che davanti hanno un orizzonte lungo. La raccomandazione suona come un invito alla misura: meglio evitare di medicalizzare emozioni che, entro certi confini, restano risposte comprensibili a problemi concreti.

Il passaggio interessante arriva subito dopo. Iacob distingue il timore che spinge a muoversi da quello che paralizza: quando l’inquietudine diventa pervasiva, tocca il sonno, intacca studio e mestiere e lascia addosso un senso di impotenza, allora il quadro cambia. E pone una domanda scomoda: quella tensione nasce soltanto dai fatti oppure viene amplificata dal modo in cui vengono raccontati?

Quando ho cominciato a guardare il cielo con sospetto

Fino a pochi anni fa il meteo per me apparteneva alla categoria delle chiacchiere in ascensore. Adesso no. Le grandinate che sfondano i lucernari, le trombe d’aria che scoperchiano capannoni, le bombe d’acqua tropicali che in venti minuti trasformano una via in un torrente: questi episodi sono entrati nel mio elenco privato di cose che mi mettono a disagio. Non vivo in stato di allarme permanente, ma nemmeno serena, e la formula intermedia non ha ancora trovato un nome decente.

Sopra tutto il resto c’è il ghiaccio che se ne va. Mi colpisce più di qualunque temporale, forse perché rappresenta una perdita silenziosa, senza sirene né dirette televisive. E i numeri usciti in questi giorni non aiutano.

La Marmolada ha perso nove ettari in dodici mesi

L’ottava Campagna glaciologica partecipata sulla Marmolada, promossa dal Museo di Geografia dell’Università di Padova insieme ad Arpav e alla Fondazione glaciologica italiana, ha chiuso il 2026 con l’ennesimo primato negativo. La superficie glacializzata è scesa da 92 a 83 ettari nell’arco di un anno. Il fronte è arretrato in media di 23 metri, il triplo rispetto agli otto metri della stagione precedente, e nel settore occidentale il ritiro raggiunge i 120 metri in due anni.

Mauro Varotto, dell’ateneo padovano, ha usato parole che è difficile archiviare: ripetendosi estati come quella appena conclusa, alla regina delle Dolomiti resterebbe una decina d’anni di vita. I rilevatori hanno anche ritrovato crepacci colmi di acqua di fusione nella zona franata nel 2022, quando il crollo del seracco ha provocato undici vittime. Gianni Marigo di Arpav ha registrato in quota la stagione calda più intensa sulle Dolomiti almeno dal 1991.

Sulle Alpi italiane mancano 170 km² di ghiaccio rispetto a sessant’anni fa

Il quadro generale segue la stessa direzione. Il bilancio di Carovana dei ghiacciai, la campagna di Legambiente, conta più di 170 chilometri quadrati di area glaciale svaniti sulle Alpi italiane in sei decenni. L’Adamello, il più esteso del versante italiano, si è ritirato di 265 metri fra il 2023 e il 2025. I Forni, in Valtellina, arretrano di tre chilometri dal 2000 e nelle giornate roventi assottigliano dieci centimetri di spessore. Il Coolidge inferiore, sul Monviso, è stato addirittura declassato a glacionevato. A fine agosto una porzione della cavità sommitale del Montasio, in Friuli, è collassata.

Nel frattempo lo zero termico è rimasto stabile sopra i 4.800 metri fino ai primi giorni di settembre. Chi frequenta la montagna da qualche decennio racconta paesaggi che i figli non vedranno.

L’estate 2026 è stata la più torrida in Italia dal 1950

Il Cnr ha confermato la sensazione che quasi tutti abbiamo avuto in città: 24,3 gradi di media stagionale, valore mai toccato dal 1950. Il primato apparteneva al 2003, l’estate rimasta nella memoria di chiunque l’abbia attraversata, ferma a 23,6 gradi e adesso scivolata al secondo posto con sette decimi di distacco. Agosto ha segnato 25,6 gradi, cioè 5,2 sopra la media del trentennio 1951-1980, e ha strappato il record mensile all’agosto 2024, che si era fermato a 24,6. Luglio e agosto hanno guidato entrambi la serie storica, circostanza mai capitata prima con due mesi consecutivi. Su circa il 70% del territorio nazionale lo scarto ha oltrepassato il grado, sul 40% i due gradi. Il ricercatore Lorenzo Arcidiaco ipotizza che l’intero 2026 possa risultare l’anno più caldo dell’ultimo settantennio.

Tradotto nella vita quotidiana: persiane abbassate alle dieci del mattino, spesa rimandata al tramonto, weekend sacrificati. Le settimane bollenti ci hanno rinchiusi in casa per giorni interi, e la reclusione climatica somiglia parecchio a quella che abbiamo conosciuto per altri motivi qualche anno fa. Ne avevo scritto anche a proposito degli ombrelloni vuoti in Abruzzo, dove il turismo balneare ha incassato il conto di un luglio impossibile.

Quanti fenomeni estremi registra ogni anno l’osservatorio CittàClima

Chi teme grandine e vortici d’aria non sta fantasticando. L’Osservatorio CittàClima di Legambiente ha contato 376 fenomeni estremi nel 2025, il 5,9% in più rispetto ai 355 dell’anno prima, contro i 60 del 2015. Nel dettaglio: 139 allagamenti da piogge intense, 86 danni da vento in crescita del 28,3%, 37 esondazioni fluviali, 33 frane, 31 grandinate rovinose. Lombardia, Sicilia e Toscana guidano la classifica regionale. Fra gennaio e agosto del 2026 la stessa fonte ne ha già censiti più di 70 in area alpina.

Sono cifre che spostano la conversazione dal terreno delle percezioni a quello delle perizie tecniche. Una prova domestica ce l’ho sotto casa: il palazzo dove abito è di costruzione recente e stiamo già mettendo mano alle infiltrazioni. I costruttori le attribuiscono ai cambiamenti climatici, formula che sospetto funzioni benissimo anche come scusa per una posa fatta in economia. Resta il fatto che la pioggia di adesso arriva concentrata, violenta, con volumi che le gronde di ieri non avevano il compito di smaltire. Qualcosa attorno a noi si comporta in modo diverso, e le assemblee condominiali lo registrano prima dei convegni.

Chi dichiara eco-ansia in Italia e nel mondo secondo i sondaggi

La ricerca coordinata da Caroline Hickman e pubblicata su The Lancet Planetary Health nel 2021 ha interpellato diecimila giovani fra i 16 e i 25 anni in dieci Paesi. Il 59% si dichiarava molto o estremamente in allarme, il 75% giudicava spaventoso il futuro, più del 45% riferiva ricadute negative sulle attività di ogni giorno.

In Italia il sondaggio Unicef-YouTrend ha rilevato che il 24% degli intervistati conosce il termine eco-ansia e il 22% riconosce vissuti compatibili con quella definizione, mentre il 7% lamenta sintomi fisici settimanali. Il dato che fa più impressione riguarda la genitorialità: fra gli under 45, il 32% afferma che la paura della crisi climatica scoraggia il desiderio di avere bambini. L’Istat, dal canto suo, registra il 70,3% di ragazzi fra i 14 e i 19 anni preoccupati per il riscaldamento globale.

Il peso del racconto fra allarme continuo e minimizzazione

Qui il ragionamento di Iacob merita spazio. La mente reagisce alla quantità, alla frequenza e al lessico delle notizie che riceve, oltre che all’esperienza diretta. Un’informazione costruita interamente sull’urgenza gonfia la percezione del pericolo; una costruita sulla rassicurazione la sgonfia oltre il ragionevole. In mezzo esiste uno spazio stretto e poco frequentato, perché non produce clic.

Chi lavora con le parole conosce bene questo crinale. La retorica dell’emergenza permanente logora l’attenzione allo stesso modo della finta positività al lavoro: entrambe finiscono per squalificare le emozioni reali di chi ascolta.

Un termine utile, in questo lessico, arriva dal filosofo australiano Glenn Albrecht: solastalgia, la sofferenza di chi vede trasformarsi il proprio ambiente restando a viverci dentro. Descrive bene il sentimento di chi torna sui sentieri dell’infanzia e trova un paesaggio che non riconosce.

Perché la risposta collettiva conta quanto la tenuta individuale

Nell’intervista compare un altro elemento che mi sembra decisivo: dopo un evento distruttivo pesa moltissimo la reazione della comunità. Reti familiari, servizi raggiungibili, istituzioni capaci di intervenire e una comunicazione pubblica affidabile riducono il senso di impotenza. Il benessere psicologico dipende dall’evento subito quanto dalle risorse disponibili per attraversarlo.

Detto altrimenti: manutenzione degli argini, piani di adattamento urbano, ombra vera nelle città, allerte comprensibili. Molta della calma che manca alle persone si costruisce con opere pubbliche, non con esercizi di respirazione.

Come convivo con una preoccupazione che non se ne andrà

Non ho intenzione di chiudere con un decalogo consolatorio. La mia inquietudine ha basi documentate e resterà lì, probabilmente per sempre. Provo però a tenerla in una forma praticabile: leggere fonti che misurano invece di gridare, limitare la dose quotidiana di catastrofi in streaming, occuparmi delle cose alla mia portata, dal consumo energetico di casa alle scelte professionali, incluso il modo in cui scrivo di sostenibilità e AI.

In montagna non salgo, l’alta quota non rientra fra i miei desideri e non credo che cambierò idea. Vorrei però che i ghiacciai restassero dove sono, anche senza che io vada a controllarli di persona: esistono paesaggi che è bello sapere intatti pure quando appartengono a qualcun altro.

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