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AI e la sua sostenibilità

AI e la sua sostenibilità

L’AI ha sete: l’America protesta e noi facciamo finta di niente

Sabato 18 luglio, in più di quaranta città americane, migliaia di persone scenderanno in piazza contro i data center. Non contro l’intelligenza artificiale in astratto, ma contro gli edifici concreti che la fanno funzionare: capannoni enormi che consumano elettricità come una città di medie dimensioni e acqua come un quartiere intero. Il Sole 24 Ore ha raccontato questa mobilitazione con un titolo che rende bene l’idea: l’AI ha sete. E la sete, quando le falde si abbassano e le bollette salgono, diventa una questione politica.

Una rivolta trasversale, nata dal basso

Il dato più sorprendente arriva da un sondaggio Gallup: il 70% degli americani non vuole un data center vicino a casa. Secondo Data Center Watch, i comitati di opposizione sono passati in pochi mesi a 833 gruppi attivi in 49 Stati. La protesta unisce mondi che di solito non si parlano: ambientalisti preoccupati per le risorse idriche, conservatori arrabbiati per l’aumento delle tariffe elettriche, residenti esasperati dal rumore dei sistemi di raffreddamento che va avanti giorno e notte.

Le ragioni sono tangibili. Negli Stati Uniti esistono già oltre 4.000 data center e la corsa all’AI ne moltiplica i cantieri. Ogni struttura porta con sé richieste di suolo, connessioni alla rete, torri evaporative. In alcune contee le comunità hanno scoperto che l’acqua promessa all’agricoltura era stata destinata ai server.

I numeri della sete (e della fame di energia)

Qualche cifra aiuta a capire la scala del fenomeno. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, i data center hanno consumato a livello globale circa 485 TWh di elettricità nel 2025, con una crescita del 17% in un anno; le strutture dedicate all’AI sono cresciute del 50%. La proiezione al 2030 parla di circa 945 TWh, più del doppio rispetto al 2024.

Sul fronte idrico, i data center legati all’intelligenza artificiale hanno assorbito quasi mille miliardi di litri d’acqua nel 2025. Un report delle Nazioni Unite stima che entro il 2030 si potrebbe arrivare a 9.300 miliardi di litri, l’equivalente del fabbisogno domestico annuale di oltre un miliardo di persone.

C’è però un dettaglio che complica il quadro: l’impatto dipende moltissimo da dove e come si costruisce. Gli impianti Microsoft in Arizona usano 1,52 litri per kWh, quelli di Singapore 0,02. Stessa azienda, stessa tecnologia, clima e sistema di raffreddamento diversi. Tradotto: il problema non è irrisolvibile, ma richiede scelte precise.

E l’Italia? Duecento data center e nessuna legge nazionale

Mentre in America si protesta, da noi il tema è quasi assente dal dibattito pubblico. Eppure i numeri italiani corrono: secondo Il Post, nel Paese esistono già 200 data center e altri 83 sono in arrivo. L’Osservatorio del Politecnico di Milano prevede 25 miliardi di euro di investimenti tra il 2026 e il 2029. Il cuore di questa espansione è la provincia di Milano, che concentra il 68% della potenza installata nazionale, con Roma a inseguire.

Nel 2025 le richieste di connessione alla rete ad alta tensione hanno superato i 60 gigawatt, quasi cento volte la capacità attuale del settore. Non tutti i progetti si faranno, ma la dimensione della domanda dice molto sulle ambizioni degli operatori.

Il quadro normativo, intanto, arranca. La Lombardia ha appena approvato la prima legge regionale che regola dove e come costruire, mentre il disegno di legge nazionale è ancora in discussione al Senato. Nel frattempo i comuni dell’hinterland milanese negoziano caso per caso oneri e compensazioni, e i primi comitati contrari sono già nati nel Rhodense. Suona familiare? Sì, perché la pressione su suolo e risorse nelle grandi città è un tema che conosco bene, ne ho scritto a proposito della crisi abitativa: stessi territori, stessa competizione per lo spazio.

Gli scenari: tra tecnologia e regole

Il futuro non è scritto e le direzioni possibili sono almeno tre.

La prima è tecnologica. Il raffreddamento a liquido a circuito chiuso riduce i consumi idrici diretti del 70-90% rispetto ai sistemi evaporativi. In Italia esistono già esempi virtuosi: a Pont-Saint-Martin, in Valle d’Aosta, un impianto geotermico ha tagliato i consumi del 35%; a Ponte San Pietro, nel bergamasco, si usa l’acqua di falda con recupero. Microsoft ha portato la propria efficienza idrica media a 0,30 litri per kWh, con un miglioramento del 39% rispetto al 2021.

La seconda è urbanistica. Obbligare i nuovi impianti a sorgere su aree industriali dismesse, come propone una parte del Parlamento, permetterebbe di rigenerare vecchi siti produttivi e riutilizzare le connessioni elettriche delle centrali a carbone ormai spente. A Pregnana Milanese tre data center nasceranno su ex stabilimenti Citroën, Iveco e Olivetti.

La terza è politica. Senza regole nazionali su trasparenza dei consumi, localizzazione e restituzione al territorio, il rischio è replicare l’esperienza americana: prima l’entusiasmo per gli investimenti, poi la rabbia delle comunità. La finestra per scegliere un modello diverso è adesso, quando i cantieri sono ancora sulla carta.

La mia parte (e la nostra)

Lo dico da persona che lavora con l’AI ogni giorno: rinunciare a questi strumenti non è un’opzione realistica, per me come per la maggior parte di chi si occupa di contenuti. Ne ho parlato anche raccontando la mia esperienza con il vibe coding. Però possiamo pretendere trasparenza: sapere quanta acqua ed energia consumano i servizi che usiamo, preferire fornitori che pubblicano i propri dati ambientali, sostenere chi chiede regole chiare. La sostenibilità dell’AI si gioca su scelte collettive, e le scelte collettive iniziano da cittadini informati. Gli americani che sabato scenderanno in piazza, qualunque cosa si pensi delle loro ragioni, almeno una cosa l’hanno capita: il cloud, a dispetto del nome, sta per terra, occupa spazio e beve.

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