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WhatsApp Pay, troppo tardi?

WhatsApp Pay, troppo tardi?

La nuova sezione Pagamenti di WhatsApp: cosa contiene

WhatsApp è tornata a lavorare sui pagamenti in chat, e stavolta l’Italia figura tra i mercati possibili. La novità è emersa dal codice della beta per iOS 26.33.10.70: la funzione è ancora in sviluppo e non è stata distribuita nemmeno ai beta tester. La schermata prevede tre aree: l’invio di denaro a un contatto, l’aggiunta di una carta di credito o debito indicando numero, data di scadenza e codice CVV, infine i dati di spedizione con email, telefono e indirizzo. Nel selettore del Paese di fatturazione compaiono Paesi Bassi, Australia, Austria, Canada, Germania, Ghana, Italia, Spagna e Stati Uniti, ma WhatsApp non ha confermato alcun piano di espansione.

Ho lavorato vent’anni nel settore dei pagamenti, molti dei quali in PayPal, e davanti a questa notizia la mia prima reazione è stata uno scetticismo affettuoso, quello di chi ha già visto parecchi annunci trionfali finire in un cassetto. Secondo me il fattore abitudine pesa più di qualunque funzione nuova, e il treno per entrare in questo mercato è passato da un pezzo.

Un nuovo capo arrivato dal fintech

Il tempismo ha una spiegazione. Meta ha nominato Kunal Shah, fondatore di CRED, alla guida globale di WhatsApp: sostituisce Will Cathcart e l’operazione si accompagna a un investimento da 900 milioni di dollari in CRED, pari a circa il 20% della società. L’annuncio è arrivato il 22 giugno 2026, e il messaggio è piuttosto chiaro: monetizzare tre miliardi di utenti passando dal portafoglio. Lo stesso lancio di agenzia ricordava che, in India, secondo gli analisti WhatsApp ha in gran parte perso l’occasione di costruire un servizio di pagamento altrettanto popolare.

In India WhatsApp gioca in casa e arriva ottava

L’India è il caso di scuola. Lì WhatsApp Pay esiste dal 2020, si appoggia al circuito nazionale UPI e parte da oltre mezzo miliardo di utenti. Eppure a luglio 2026 ha elaborato circa 168 milioni di transazioni, piazzandosi all’ottavo posto tra le app UPI. Una crescita vera, che però va messa in prospettiva: nello stesso mese PhonePe ha registrato un volume oltre 64 volte superiore e Google Pay più di 45 volte. Le due app leader a maggio controllavano insieme il 79% del mercato.

La lezione è semplice: avere tutti in rubrica non basta. Chi ha già scelto lo strumento con cui paga difficilmente lo cambia per comodità marginali, anche quando il nuovo arrivato vive nell’app che apre cinquanta volte al giorno.

In Italia le abitudini hanno già scelto i loro strumenti

Il nostro Paese viene spesso descritto come l’ultimo affezionato al contante, ma i dati raccontano una transizione già avviata. Secondo l’Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano, nel 2025 il 45% dei consumi è stato regolato con strumenti elettronici, contro il 38% di banconote e monete, e 14 milioni di persone hanno pagato con smartphone o wearable nell’ultimo anno.

Il punto, per WhatsApp, è che anche lo scambio di denaro tra amici ha già i suoi canali. Il 69% degli italiani ha usato il bonifico istantaneo almeno una volta nel 2025. Satispay, con 6,5 milioni di utenti e oltre 450.000 attività convenzionate, si è presa una fetta consistente del pubblico, soprattutto nelle grandi città, dove dividere un conto o pagare al bar con l’app è diventato un gesto abituale. Poi c’è PayPal, che gestisce l’invio di denaro tra privati in modo impeccabile da tempo, anche se molti lo associano ancora soltanto agli acquisti online: lo dico con un pizzico di parzialità, avendoci lavorato a lungo, ma è una funzione che meriterebbe più notorietà. A completare il quadro, Bancomat Pay dialoga con Spagna e Portogallo da quando Bancomat, Bizum e SIBS hanno lanciato EuroPA nel novembre 2024. Lo spazio libero, in altre parole, è poco, e chi lo occupa ci ha messo anni di accordi con banche ed esercenti.

Apple Pay e Google Wallet hanno vinto perché vivono nel telefono

Anche Apple Pay e Google Wallet hanno faticato parecchio a convincere gli italiani. Per anni sono rimasti strumenti da appassionati di tecnologia, finché la combinazione di POS contactless diffusi e carte già caricate nel dispositivo ha reso il gesto naturale: nel mio caso basta un tap, avvicino il telefono al lettore e l’acquisto è chiuso. La loro forza è sempre stata l’integrazione nel sistema operativo, quell’effetto “seamless” che nessuna app di terze parti può replicare fino in fondo. Ne ho parlato raccontando come Google Wallet stia diventando una super-app.

WhatsApp parte svantaggiata proprio su questo terreno. Stando alla beta, chiederà di digitare a mano numero di carta, scadenza e CVV, un passaggio che il wallet del telefono ha eliminato da tempo. E poi c’è la stanchezza da ecosistema: ogni piattaforma vuole diventare l’app che fa tutto, con il risultato che ci ritroviamo con una, nessuna e centomila app che si contendono gli stessi gesti quotidiani.

Account rubati e spyware: la fiducia resta il nodo

Il secondo ostacolo riguarda la sicurezza percepita. In Italia la truffa più nota legata a WhatsApp è quella del codice di verifica: la Polizia Postale ha messo in guardia da messaggi del tipo “Ciao, ti ho inviato un codice per sbaglio, potresti rimandarmelo?”, con cui i truffatori si impossessano dell’account e della rubrica. Oggi il danno consiste nel furto dell’identità digitale e nella catena di raggiri verso i contatti. Con una carta salvata nell’app, lo stesso furto diventerebbe immediatamente un problema economico.

Poi c’è il caso Paragon. A inizio 2025 WhatsApp stessa ha comunicato che lo spyware israeliano Graphite aveva preso di mira una novantina di utenti, tra attivisti e giornalisti, con un attacco zero-click, e tra le vittime c’era anche il direttore di Fanpage Francesco Cancellato. Va riconosciuto che a scoprire e neutralizzare l’exploit è stata proprio WhatsApp, però nella memoria di chi usa l’app resta soprattutto la notizia dei telefoni spiati. Dopo aver scritto delle mie resistenze ad affidare le password all’AI, confesso di avere riserve analoghe sui dati finanziari dentro una chat.

Meta e il denaro, una storia complicata

A pesare è anche il passato del gruppo. Nel 2019 Facebook ha presentato Libra, una moneta digitale con ambizioni globali, poi ribattezzata Diem per placare i regolatori. Non è bastato: all’inizio del 2022 l’associazione ha venduto i propri asset a Silvergate, spiegando che dal dialogo con le autorità federali era emerso che il progetto non poteva proseguire. Chi lavora nei pagamenti ricorda bene quella vicenda, e la ricordano soprattutto le autorità di vigilanza europee. Meta non è l’unico colosso social a inseguire il portafoglio degli utenti: anche Elon Musk ci sta provando con X Money, e anche lì la questione della fiducia pesa quanto la tecnologia.

Cosa potrebbe ribaltare il pronostico

Per onestà intellettuale, qualche argomento a favore di WhatsApp esiste. Il primo è il commercio conversazionale: in Brasile milioni di piccole imprese usano WhatsApp per inviare cataloghi e offerte, e in Messico le aziende registrate possono già accettare pagamenti direttamente nelle conversazioni. Anche da noi tanti negozi di quartiere, parrucchieri e artigiani gestiscono ordini e appuntamenti in chat; chiudere la transazione nello stesso posto avrebbe una sua logica. Il secondo è Kunal Shah, che con CRED ha dimostrato di saper costruire prodotti finanziari attorno alla fedeltà degli utenti.

Resta il fatto che le abitudini di pagamento si cambiano lentamente e di rado, e che in Italia i posti a tavola sono già quasi tutti occupati. Io, intanto, la carta su WhatsApp non la inserirei, almeno non tra i primi. Ci terremo aggiornati.

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