Da un titolo de L’Arena alla domanda sul futuro dell’italiano
“Da aura a cringe, le parole della Gen Z: l’italiano è lingua in movimento. Il nostro dialetto? Non scomparirà”. Il giornale di Verona ha condensato in una riga tutta la faccenda, e ha avuto il merito di non presentarla come un’emergenza nazionale.
Ogni pochi mesi va in scena la stessa liturgia. Qualcuno nota che i quindicenni usano aura per indicare il carisma, che cringe ha preso il posto di imbarazzante, che una cosa riuscita bene “spacca”, e parte l’appello a difendere l’idioma dall’imbarbarimento. Chi maneggia testi da venticinque anni ha imparato a riconoscere il copione: è già andato in onda per emo, per apericena, per svapare, per una lunga fila di voci finite poi nei vocabolari senza che il Paese crollasse. Il meccanismo somiglia a quello che ho descritto parlando di linguaggio inclusivo: l’allarme precede sempre l’abitudine.
Cosa dicono i numeri Istat sull’uso dell’italiano e dei dialetti
Il report Istat uscito a gennaio 2026 fotografa il 2024 e smonta parecchie impressioni. In famiglia il 53,6% della popolazione ricorre solo o soprattutto all’italiano, tra amici la quota sale al 58,7%, con gli sconosciuti tocca l’82,6%.
Il vernacolo però resiste: il 42% degli intervistati lo adopera in almeno un contesto, da solo o alternato all’idioma nazionale, con punte del 38% dentro casa. La discesa esiste ed è netta sul lungo periodo, visto che tra il 1988 e il 2024 il ricorso prevalente al dialetto in ambito familiare è passato dal 32% al 9,6%. Ma passare da codice unico a registro affettivo resta molto distante dall’estinzione.
Nel Veneto, poi, il 55,3% dei residenti mantiene la parlata locale in forma esclusiva o alternata. Il titolo veronese, sotto questo profilo, ha i dati dalla sua. Il quadro cambia parecchio se si allarga lo sguardo al pianeta, dove nell’arco di due millenni la diversità idiomatica si è ridotta in modo drastico, come ho raccontato a proposito delle 75mila lingue perdute.
Chi decide davvero quali vocaboli entrano nei dizionari
Qui arriva il punto che mi interessa di più, anche per mestiere. Quando circola una novità lessicale, l’istinto collettivo è invocare un’autorità che la bocci o la promuova. L’Accademia della Crusca viene chiamata in causa come se fosse una dogana.
Rita Librandi, vicepresidente dell’istituzione fiorentina, ha messo la questione in chiaro: “è solo l’uso che la comunità linguistica mostrerà di farne per un significativo lasso di tempo che sancisce l’immissione di una parola”. L’Accademia può valutare se un conio rispetta le regole di formazione dell’italiano, può studiarlo, descriverlo, spiegarne la storia. Non può ammetterlo né respingerlo.
Vera Gheno, che di quella redazione ha fatto parte a lungo, lo ripete da anni con una formula asciutta: l’ente “non ha un ruolo prescrittivo, bensì descrittivo”, e “la lingua la fanno i parlanti”.
Il caso petaloso e il malinteso che si porta dietro
Nel 2016 Matteo, otto anni, terza elementare alla Marchesi di Copparo, ha inventato petaloso durante una lezione sugli aggettivi. La maestra Margherita Aurora ha spedito il neologismo a Firenze e la risposta è diventata virale.
Vale la pena rileggerla, perché quasi tutti la ricordano al contrario. La Crusca ha scritto che il termine era “ben formato” e utilizzabile come altri costruiti allo stesso modo, peloso o coraggioso, e ha aggiunto una condizione: perché finisca nei vocabolari serve che molte persone lo adoperino e lo capiscano. Nessuno sdoganamento, nessun timbro. Un piccolo trattato di grammatica storica travestito da lettera a un bambino.
Dieci anni dopo petaloso non è entrato stabilmente nei repertori, per il motivo indicato allora: gli italiani lo hanno festeggiato, non lo hanno usato. La vicenda resta comunque preziosa, perché ha reso pubblico un funzionamento che a scuola si spiega di rado.
Zingarelli e Treccani registrano il gergo che arriva dagli schermi
I lessicografi, intanto, fanno il loro lavoro: osservano la frequenza, misurano la persistenza, aggiornano. Lo Zingarelli 2026 ha accolto gaslighting, amichettismo, aporofobia, bromance, turistificare, insieme a ibridi che fanno storcere la bocca ai puristi come flexare, skillato, ghostare, whatsappare. Stefano Bartezzaghi li ha definiti conii che “a scriverle sembrano uscire da un laboratorio di fantalinguistica”, un po’ ridicoli e ormai inevitabili.
Chi lavora sui nomi di marca conosce bene questa dinamica, e ne ho scritto a proposito di poeti, futuristi e brand naming. L’Osservatorio Treccani, per il 2025, ha segnalato occhi spaccanti, ingiocabile, maranza, romantasy, tornanza, allucinazione dell’intelligenza artificiale. Gli stessi curatori avvertono che solo il tempo dirà quali resteranno.
Ecco la parte che trovo elegante di questo sistema: non esistono garanzie per nessuno. Il repertorio annota, la comunità conferma o dimentica, l’edizione successiva corregge il tiro.
Il veneto tra legge regionale e cicchetto da vocabolario
Nella stessa edizione dello Zingarelli sono entrate anche voci d’area: il cicchetto veneziano, la busiata siciliana, il friccicarello laziale. Il movimento, quindi, va in tutte le direzioni.
Il Veneto ha pure una cornice normativa, la legge regionale 8 del 2007 su tutela, valorizzazione e promozione del patrimonio linguistico e culturale, affiancata da altri provvedimenti sull’identità locale. Un provvedimento da solo non ha mai convinto una persona a cambiare lessico domestico, però finanzia archivi, ricerca, iniziative scolastiche, e su un orizzonte lungo conta.
Chi scrive da Milano ma è cresciuta a Pescara sa che le parlate d’origine funzionano così: non le adopero quasi mai, le riconosco all’istante, e mi tornano in bocca appena scendo al mercato rionale attorno allo Stadio Adriatico. Restano una corsia emotiva, una password di appartenenza. Difficile che una password si estingua per decreto o per colpa di cringe.
Cosa comporta tutto questo per chi produce contenuti e interfacce
Sul piano professionale la questione diventa molto concreta. Chi si occupa di localizzazione, UX writing e microcopy si trova davanti a scelte lessicali che invecchiano in fretta e a glossari da rivedere come si rivede un inventario.
Qualche criterio che applico:
- Osservare prima di decidere. Una voce che compare in tre post non ha ancora una storia. Una che tiene per due stagioni in registri diversi, sì.
- Distinguere il pubblico dal registro. Aura funziona in una campagna social rivolta ai diciottenni e stona in una schermata di errore bancaria.
- Diffidare delle etichette generazionali. Molti termini attribuiti alla Gen Z circolano in redazioni, uffici e programmi televisivi da un pezzo, esattamente come succede con i comportamenti d’acquisto che ho raccontato a proposito del nonna maxxing e della disaffezione verso il motorino.
- Aggiornare i glossari con una cadenza fissa. Due revisioni l’anno evitano sia il gergo scaduto sia l’inseguimento affannoso della moda del mese.
Confesso senza troppo imbarazzo che la prima volta che ho incrociato delulu ho avuto la stessa espressione di chi legge un contratto in fiammingo. Chiedere spiegazioni è costato molto meno che fingere.
Coltivare il patrimonio idiomatico senza metterlo sotto vetro
Un idioma evolve con la società e con la pratica di tutti i giorni. Registrare le novità nei repertori lascia intatto lo spazio della memoria collettiva e anzi le fa compagnia: cicchetto e gaslighting siedono nella stessa pagina di aggiornamenti, senza litigare.
Le parlate locali si tramandano parlandole, cantandole, raccontandole ai figli, portandole nei laboratori teatrali e nelle cucine. Le istituzioni possono documentarle e finanziarle. Nessun comitato riuscirà mai a proteggerle vietando gli anglismi ai ragazzi, così come nessun comitato è riuscito a impedire che computer battesse calcolatore.
La testata veronese ha visto giusto. L’italiano si muove, il patrimonio idiomatico veneto ha ancora radici solide, e chi lavora con le parole farebbe bene a tenere il quaderno aperto invece del vocabolario chiuso a chiave.
Risorse correlate
- Istat, Lingue e dialetti in Italia. Anno 2024
- Accademia della Crusca, Molte parole nascono ma poche crescono: chi lo decide?, di Rita Librandi
- Accademia della Crusca, Neologismi: nascita e diffusione di nuove parole
- ANSA, Alunno inventa “petaloso”, Accademia della Crusca: “È da vocabolario”
- Vice Italia, Ok, quindi come funziona davvero l’”approvazione” della Crusca?, intervista a Vera Gheno
- Zanichelli, lo Zingarelli 2026
- il Libraio, Da “occhi spaccanti” a “romantasy”: i neologismi e le nuove parole del 2025 per la Treccani
- Regione del Veneto, Normativa identità e lingua veneta
- L’Arena, Da aura a cringe, le parole della Gen Z: “L’italiano è lingua in movimento. Il nostro dialetto? Non scomparirà”

