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Cannabis in farmacia: lo studio

Cannabis in farmacia: lo studio

Nove farmacie svizzere, 1.177 partecipanti e sei mesi di rilevazione

Il 7 settembre 2026 le Università di Berna e Lucerna hanno presentato il bilancio intermedio di SCRIPT, sperimentazione controllata e randomizzata che dal 2024 permette agli adulti già consumatori di comprare cannabis al banco di nove farmacie fra Berna, Bienne e Lucerna. Hanno aderito 1.177 persone, divise in due gruppi quasi identici: 588 con accesso immediato allo sportello, 589 lasciate per sei mesi al canale abituale, cioè il mercato illegale. Il finanziamento arriva dal Fondo nazionale svizzero e dal Fondo per la prevenzione del tabagismo, l’autorizzazione dall’Ufficio federale della sanità pubblica e da due commissioni etiche cantonali.

Da Milano quel confine dista poco più di un’ora di treno, eppure la distanza concettuale rispetto a quanto accade da noi si misura in anni luce. Vale la pena guardare i numeri prima delle opinioni.

Meno combustione, più vaporizzazione: che cosa dicono i dati intermedi

Nel gruppo con accesso legale la quota di chi assume la sostanza esclusivamente fumandola è scesa dal 78% al 58% in sei mesi. La vaporizzazione nei sette giorni precedenti l’intervista riguardava il 27% di quel campione contro l’11% del gruppo di controllo, l’assunzione per via orale l’8% contro il 3%.

Colpisce soprattutto il passaparola: il 71% degli intervistati ha girato alla propria cerchia i consigli di riduzione del danno ricevuti dal personale, formato apposta per spiegare le alternative alla combustione. Una farmacia diventa così un canale informativo, oltre che un punto vendita.

Sulle preoccupazioni classiche l’esito è altrettanto netto: nessuna evidenza di un aumento della frequenza d’uso, nessun episodio segnalato di rivendita a terzi o di consumo su suolo pubblico. I listini restano appena sopra quelli del circuito illecito, e la differenza finanzia la consulenza. Gli acquirenti fra i 18 e i 25 anni si sono rivelati i più sensibili al prezzo, cosa che i ricercatori leggono come protezione involontaria delle fasce giovani. Il rapporto attende ancora la revisione fra pari, il progetto proseguirà fino al 2029 e le vendite sono autorizzate fino a ottobre 2028.

Basilea: 87 chili e 900.000 franchi sottratti al circuito illecito

L’esperimento più maturo si chiama Weed Care ed è partito a Basilea Città il 30 gennaio 2023 con 378 aderenti, 299 dei quali ancora attivi dopo ventiquattro mesi. In due anni sono stati dispensati 87 chili di prodotto biologico coltivato in Svizzera, sei varietà, un terzo delle quali sotto il 13% di THC: concentrazioni distanti da quelle che circolano fuori dai canali autorizzati. Il cantone stima in circa 900.000 franchi il giro d’affari sottratto agli spacciatori.

Né i giorni di assunzione né le quantità sono cresciuti. Il gruppo di ricerca ha registrato invece una diminuzione dei comportamenti di dipendenza e dei sintomi depressivi e ansiosi. Gli esiti sono usciti su Addiction nel 2025 a firma di Baltes-Flueckiger e colleghi: in materia di politiche sulle droghe capita di rado poter contare su prove sperimentali anziché su semplici correlazioni.

Otto sperimentazioni autorizzate e un disegno di legge in cantiere

Le prove pilota approvate dalla Confederazione sono otto: oltre a SCRIPT e Weed Care figurano CanLeg a San Gallo, Cann-L a Losanna, La Cannabinothèque a Vernier, Cannabis Research Zürich e ZüriCan nel cantone di Zurigo, Grashaus Projects a Basilea Campagna. Nel febbraio 2025 la commissione della sicurezza sociale e della sanità del Consiglio nazionale ha licenziato un avamprogetto che disciplina l’intera filiera ricreativa, dalla coltivazione al dettaglio, con imposte destinate a prevenzione ed educazione. Berna sta costruendo la norma sopra i dati raccolti, e non il contrario.

In Italia l’articolo 18 ha spostato la canapa sul terreno penale

Il percorso italiano ha preso la direzione opposta. La legge 242/2016 aveva aperto alla canapa industriale, le Sezioni Unite della Cassazione con la pronuncia 30475/2019 avevano fissato il criterio della concreta efficacia drogante. Poi è arrivato l’articolo 18 del decreto legge 48/2025, convertito nella legge 80/2025, che vieta importazione, cessione, lavorazione, distribuzione, commercio, trasporto e vendita delle infiorescenze e dei loro derivati, resine, estratti e oli compresi, salvando soltanto la filiera del seme. Il tasso di principio attivo diventa irrilevante: conta il fiore in sé.

A questo si somma il decreto Speranza-Schillaci del 2020, che classifica il cannabidiolo per uso orale fra i medicinali stupefacenti, dunque acquistabile solo dietro ricetta.

Tre binari giudiziari: Cassazione, Consulta e Corte di giustizia

La reazione dei giudici merita attenzione. Il Tribunale di Brindisi, sezione GIP-GUP, con ordinanza del 2 dicembre 2025 ha rimesso l’articolo 18 alla Corte costituzionale, contestandone la compatibilità con gli articoli 13, 25, 27, 77 e 117 della Carta e con gli articoli 34 e 36 del Trattato sul funzionamento dell’Unione. L’udienza pubblica è fissata per il 21 ottobre 2026, e il Tribunale di Brescia ha seguito la stessa strada.

La Terza sezione penale della Cassazione, con la sentenza 11058 del 24 marzo 2026, ha respinto il ricorso di una procura che pretendeva di sequestrare un’azienda agricola sarda: la presenza dell’infiorescenza da sola non prova alcun illecito, quel che rileva resta la capacità effettiva di produrre effetti stupefacenti.

Infine il Consiglio di Stato, dopo tre sospensioni cautelari, il 3 agosto 2026 ha rinviato la questione alla Corte di giustizia dell’Unione, chiedendo se il divieto di libera commercializzazione del CBD orale rispetti proporzionalità e principio di precauzione. Il precedente europeo esiste già: nella causa Kanavape, decisa il 19 novembre 2020, i giudici di Lussemburgo avevano bocciato il divieto francese di commercializzare cannabidiolo estratto dall’intera pianta, in assenza di prove di nocività.

Il conto economico: circa 3.000 imprese e mezzo miliardo di fatturato

Mentre i tribunali discutono, il comparto paga. Le stime parlano di circa tremila realtà produttive e commerciali, un giro d’affari annuo intorno ai 500 milioni di euro e fino a trentamila posti esposti, fra coltivatori, laboratori di trasformazione, negozi fisici ed e-commerce. Il dettaglio e l’online, cresciuti per otto anni dentro un perimetro autorizzato, si sono ritrovati fuorilegge senza periodo transitorio.

Chi si occupa di contenuti se ne accorge nel modo più prosaico: cataloghi interi da riscrivere, schede prodotto da rimuovere, comunicazioni ai clienti da redigere nell’incertezza su cosa si possa ancora dire. Una mole di lavoro che nessuno aveva messo a budget.

I numeri del consumo raccontano un’altra storia

La Relazione annuale al Parlamento del 2025, sui dati 2024, indica che fra gli studenti di 15-19 anni la quota di chi ha assunto cannabinoidi è passata dal 22% al 21%. La sostanza rimane la più diffusa nel Paese, copre il 77% delle segnalazioni per uso personale e risulta primaria per il 13% degli utenti in carico ai servizi per le dipendenze. Le acque reflue urbane restituiscono circa 52 dosi giornaliere ogni mille abitanti, valore stabile.

Il dato più eloquente riguarda la potenza: il tenore di THC nell’hashish sequestrato è quadruplicato in otto anni, dal 7% del 2016 al 29% del 2024. È esattamente ciò che accade quando un prodotto resta confinato in un mercato senza controlli di qualità né obblighi di etichetta, come già si osserva altrove con i liquidi da svapo.

Sul piano continentale l’agenzia europea EUDA stima nel 2025 che l’8,4% degli adulti fra 15 e 64 anni abbia fatto ricorso alla pianta nell’ultimo anno, quota che sale al 15,4% fra i 15-34enni. Il valore al dettaglio del mercato illecito nell’Unione supera i 12 miliardi di euro e la resina viaggia in media sul 23% di principio attivo, contro l’11% dell’erba.

L’uso medico resta appeso alle forniture estere

C’è poi un capitolo che il dibattito pubblico dimentica volentieri. L’unico produttore nazionale abilitato è lo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, con un contingente confermato intorno ai 400 chili annui, mentre la richiesta terapeutica ha toccato 1.950 chili nel 2020 e 1.453 nel 2023. Il resto arriva dall’estero tramite sette distributori, con rimborsabilità che cambia da regione a regione e carenze ricorrenti che i pazienti conoscono bene.

Che cosa hanno deciso gli altri, dall’Olanda all’Uruguay

I Paesi Bassi hanno smesso di fingere che il retrobottega dei coffeeshop non esistesse. La vecchia tolleranza lasciava aperta la porta d’ingresso e affidava il rifornimento ai trafficanti; dal 17 giugno 2024 è partita la fase di transizione dell’esperimento della filiera chiusa e dal 7 aprile 2025, in dieci comuni, i locali aderenti possono mettere sul bancone soltanto merce di coltivatori autorizzati, tracciata dal campo alla cassa, con valutazione scientifica degli effetti su criminalità e salute pubblica.

La Germania ha depenalizzato nell’aprile 2024, ammettendo autoproduzione e associazioni di coltivazione. Il secondo rapporto intermedio del progetto EKOCAN, diffuso nell’aprile 2026 e costruito su sondaggi, acque reflue, dati ospedalieri e statistiche di polizia, segnala una prevalenza giovanile stabile o in leggera flessione e un crollo dei procedimenti penali, accanto a un impianto zoppo: appena 366 club autorizzati al 31 ottobre 2025, capaci di servire al massimo il 3,5% di chi consuma, mentre il canale medico è esploso fino a circa 200 tonnellate. L’attuale esecutivo parla apertamente di errore, i valutatori indipendenti puntano il dito sul disegno della norma più che sul principio. Merita di essere citato per intero, critiche comprese.

Malta ha aperto per prima nell’Unione, nel dicembre 2021, affidandosi a sodalizi senza scopo di lucro: ventidue autorizzati a inizio 2026, cinquecento iscritti al massimo ciascuno, sette grammi al giorno e cinquanta al mese. Un’analisi dell’ateneo maltese ha trovato zero residui di pesticidi nei campioni provenienti dal circuito regolamentato, contro cinque in quelli sequestrati fuori. Il Lussemburgo ammette la coltivazione domestica dal 2023, la Repubblica Ceca dal 1° gennaio 2026 concede tre piante agli over 21, il Portogallo convive dal 2001 con la depenalizzazione generalizzata e le commissioni di dissuasione.

Oltreoceano il precedente più calzante arriva dall’Uruguay, dove la dispensazione in farmacia esiste dal 2017 con listini fissati dallo Stato. A inizio 2025 il registro contava 102.125 iscritti, di cui 75.498 acquirenti al banco, oltre a più di quattrocentosessanta club e quaranta esercizi aderenti. Il consumo problematico è rimasto fermo al 2,1% dal 2011, la prevalenza generale è scesa dal 14,6% del 2018 al 12,3% del 2024, l’età del primo contatto si è alzata da diciotto a vent’anni. In Canada, dove la legge risale al 2018, l’indagine nazionale del 2024 registra il 72% degli utilizzatori rifornito da esercizi o siti autorizzati e soltanto il 3% da canali illeciti, partendo dal 28%, con prevalenza giovanile sostanzialmente immobile.

Perché il divieto italiano non porta alcun risultato

Il confronto restituisce due filosofie regolatorie agli antipodi. La Confederazione ha scelto di misurare prima e legiferare poi, affidando la dispensazione a professionisti sanitari che affiancano alla merce un colloquio, e gli esiti intermedi indicano modalità d’assunzione meno dannose senza incremento dei volumi. L’Italia ha proceduto per divieto immediato, lasciando a Cassazione, Corte costituzionale e giudici di Lussemburgo il compito di verificarne la tenuta, mentre la sostanza continua a girare con concentrazioni sempre più alte e nessuna verifica di qualità.

Qui esprimo una posizione personale, e la esprimo senza attenuanti: il proibizionismo italiano ci proietta molto indietro rispetto ai Paesi con cui ci misuriamo ogni giorno. Amsterdam ha chiuso il cerchio dopo mezzo secolo di ambiguità, Berna raccoglie dati, La Valletta e il Lussemburgo hanno tracciato perimetri chiari, Montevideo dispensa allo sportello da otto anni. Roma ha optato per il divieto per decreto e sta collezionando rinvii giudiziari.

Quel che mi interessa di più riguarda gli effetti, e di positivi non ne vedo in nessuna direzione. Il consumo non arretra per via della proibizione: la flessione di un punto percentuale fra gli studenti si colloca dentro una tendenza continentale che con l’articolo 18 non ha alcun rapporto. Il sommerso nemmeno: il tenore di principio attivo nell’hashish sequestrato quadruplicato in otto anni racconta un canale clandestino in ottima salute e sempre più aggressivo. Nel frattempo il gettito fiscale evapora, la tracciabilità scompare, e quella consulenza che nelle farmacie bernesi accompagna ogni acquisto qui resta impensabile per il semplice motivo che manca il bancone su cui erogarla.

Si aggiunge il paradosso della canapa industriale, travolta insieme al resto. Migliaia di persone che coltivavano dentro una cornice autorizzata si sono trovate davanti a un mutamento di regola dagli effetti sostanzialmente retroattivi, senza che nessuna autorità sanitaria abbia mai prodotto una prova di nocività dei prodotti messi al bando. Otto anni di attività, cancellati in una notte per ragioni che con la salute pubblica hanno poco a che spartire.

Doveroso ricordare che il campione elvetico è formato da adulti già abituali, quindi non dice nulla su chi non ha mai provato, e che l’analisi intermedia attende ancora la validazione fra pari. Con questa cautela, però, resta un dato di fatto: qualcuno sta raccogliendo prove mentre altrove si preferisce discutere senza.

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