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Svapo, dati e allarme giovani

Svapo, dati e allarme giovani

A vent’anni ho provato a fumare per un mese, giusto per capire di cosa si trattasse: non mi sono appassionata, per fortuna, e sono tornata rapidamente a essere quella di prima. Sono nata negli anni Settanta, quando il fumo passivo si respirava ovunque, in casa, nei locali, persino sui mezzi pubblici, dove accendersi una sigaretta era considerato quasi normale. Forse è proprio da lì che nasce la mia insofferenza verso il fenomeno, anche nella sua versione elettronica: ogni volta che vedo qualcuno svapare con aria rilassata, profumando l’aria di anguria o menta glaciale, mi chiedo cosa ci trovino di così piacevole in quell’abitudine. Non lo capisco, e forse non lo capirò mai. Ma visto che i numeri sullo svapo in Italia stanno diventando difficili da ignorare, soprattutto tra i più giovani, ho deciso di andare a vedere cosa dicono davvero i dati.

Quanti italiani usano la sigaretta elettronica, fascia per fascia

L’Istituto Superiore di Sanità pubblica ogni anno, in occasione della Giornata mondiale senza tabacco, una fotografia aggiornata dei consumi di nicotina nel paese. L’ultima, diffusa a fine maggio 2026, racconta una transizione più che una vittoria contro il fumo.

Tra gli adulti (18-69 anni), il confronto tra il 2008 e il 2025 mostra un calo netto delle sigarette tradizionali usate in esclusiva: dal 30% al 18%. Il consumo complessivo di nicotina, però, è sceso molto meno, dal 30% al 27%, segno che una parte di chi ha smesso con le bionde è passata ad altri prodotti. Tra le donne il quadro è simile: le sigarette tradizionali scendono dal 25% al 15%, ma il consumo generale di nicotina resta al 23%. Tra i giovani adulti la sostituzione è ancora più marcata: nella fascia 18-24 anni le sigarette tradizionali crollano dal 34% al 14%, mentre il consumo complessivo di nicotina si ferma al 31%; tra i 25 e i 34 anni si passa dal 37% al 20% per il tabacco classico, contro un 34% di consumo complessivo di nicotina.

L’allarme tra adolescenti e preadolescenti

È qui che i numeri smettono di essere solo un dato di mercato e diventano un problema di salute pubblica. Tra i 14 e i 17 anni, il 37,1% degli studenti italiani (circa 850mila ragazzi) ha usato un prodotto a base di nicotina nell’ultimo mese; il 30,8% ha svapato. La differenza di genere sorprende: sono le ragazze a guidare la classifica, con il 44,2% contro il 30,3% dei coetanei maschi.

Anche tra gli 11 e i 13 anni, un’età in cui non si dovrebbe nemmeno pensare a certe cose, il 5,9% dei ragazzini (circa 93mila) ha consumato tabacco o nicotina nell’ultimo mese, con il 5,2% che ha già provato la sigaretta elettronica. Più della metà di chi consuma in questa fascia, il 51,4%, pratica poliuso: alterna e-cig, sigarette classiche, tabacco riscaldato e bustine di nicotina, spesso senza rendersi conto di quanto stia introducendo nell’organismo. Le bustine di nicotina, in particolare, sono già state provate dal 9,1% degli adolescenti nel 2026, contro l’8,2% del 2025 e il 3,8% del 2024: una crescita rapida che i pediatri e i centri antifumo faticano a intercettare, complice anche la diminuzione dei centri attivi sul territorio, scesi da 223 a 209 in un solo anno.

Il boom dei negozi specializzati

Dietro questi numeri c’è un’industria che in Italia si è consolidata in fretta. Il mercato del vaping vale oggi circa 800 milioni di euro, con una crescita del 29% tra il 2022 e il 2023 e proiezioni di espansione a doppia cifra per il decennio in corso. I negozi autorizzati alla vendita erano quasi 3mila a fine 2024, con 350 nuove aperture nell’ultimo anno censito: un ritmo che ricorda quello di altri settori nati come nicchia e diventati rapidamente un business di strada, distribuito in modo abbastanza uniforme sul territorio, con una leggera concentrazione al Nord e al Centro.

Dal 2025 sono cambiate anche le regole del gioco: la vendita online di liquidi con nicotina è vietata dal primo gennaio, e da febbraio è entrata in vigore una nuova accisa sui liquidi stessi. Il risultato paradossale è che chi vuole comprare un liquido nicotinico deve tornare in negozio fisico, il che ha probabilmente contribuito a spiegare perché i punti vendita di prossimità, altro che sparire, continuino ad aprire. La spesa media mensile di chi svapa si aggira sui 40 euro, con un’oscillazione tra 30 e 80 euro, ed è rimasta piuttosto stabile nonostante gli aumenti fiscali.

Fa davvero meno male delle sigarette tradizionali?

Qui la risposta onesta è: dipende da cosa si misura e su quale orizzonte temporale. La revisione Cochrane più aggiornata sulle sigarette elettroniche come strumento per smettere di fumare, curata da Nicola Lindson e colleghi, conferma che l’e-cig con nicotina aiuta più della terapia sostitutiva tradizionale (cerotti, gomme) a smettere di fumare sigarette combuste, con un livello di certezza dell’evidenza definito alto per questo confronto specifico. Detto altrimenti, chi già fuma e passa interamente alla sigaretta elettronica riduce l’esposizione a molte delle sostanze tossiche prodotte dalla combustione del tabacco.

Il problema è che questa logica regge per un fumatore adulto che sostituisce un’abitudine con un’altra meno rischiosa, non per un adolescente che con la sigaretta tradizionale non aveva ancora iniziato. In quel caso l’e-cig non riduce nulla: introduce nicotina, una sostanza che crea dipendenza e che nel cervello ancora in sviluppo ha effetti sulla capacità di attenzione e sul controllo degli impulsi, in un soggetto che altrimenti probabilmente non avrebbe fumato affatto.

Cosa dicono gli studi su rischi e polmoni

Il rischio a lungo termine resta oggetto di studio, e qui la prudenza è d’obbligo. Uno studio pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences e condotto su topi esposti per dodici settimane a vapore di e-cig (equivalente, secondo i ricercatori, a un consumo leggero protratto per dieci anni in un essere umano) ha rilevato danni al DNA di polmoni, vescica e cuore, con un’inibizione dei normali meccanismi di riparazione genetica. Lo studio ha però ricevuto anche critiche severe da parte della comunità scientifica, secondo cui le dosi somministrate agli animali erano sproporzionate rispetto a un uso reale, e alcuni esperti hanno stimato che il vapore di sigaretta elettronica comporti, nella peggiore delle ipotesi, circa il 5% dei rischi del fumo convenzionale.

Sul cosiddetto “polmone da popcorn”, la sindrome respiratoria legata storicamente al diacetile usato in certi aromi alimentari, le associazioni europee dei consumatori hanno più volte precisato che non esistono casi documentati collegati direttamente all’uso di sigarette elettroniche in commercio nell’Unione europea, dove il diacetile è comunque vietato nei liquidi da svapo. Resta invece ben documentato, e su questo la comunità scientifica è compatta, che l’aerosol prodotto dalle e-cig non è innocuo: contiene particelle ultrafini, metalli pesanti in tracce e sostanze irritanti per le vie respiratorie, in quantità comunque nettamente inferiori a quelle di una sigaretta accesa.

Come si comportano Francia, Regno Unito e Stati Uniti

Il resto d’Europa e gli Stati Uniti si muovono lungo linee diverse. La Francia ha approvato a febbraio 2025 il divieto delle sigarette elettroniche monouso, le cosiddette “puff”, spinta da un dato che aveva allarmato il ministero della Salute: il 15% dei ragazzi francesi tra 13 e 16 anni le aveva già provate almeno una volta, spesso a partire dagli 11-12 anni. Il Regno Unito ha seguito una strada simile, vietando dal primo giugno 2025 la vendita di dispositivi usa e getta sia online sia nei negozi fisici, dopo Belgio e Francia, principalmente per ragioni ambientali legate allo smaltimento delle batterie al litio: nel solo Regno Unito se ne gettavano circa cinque milioni ogni settimana. Tra i giovani britannici, secondo il monitoraggio annuale dell’associazione ASH, il 20% tra gli 11 e i 17 anni ha già provato la sigaretta elettronica e il 7% la usa attualmente, con una prevalenza che sale nettamente con l’età: dal 5% tra gli 11 e i 15 anni al 12% tra i 16 e i 17.

Negli Stati Uniti, dove il fenomeno era esploso prima che altrove, i dati del 2024 segnalano un calo rispetto ai picchi del 2019: circa 1,63 milioni di studenti tra scuole medie e superiori, il 5,9% del totale, dichiara un uso corrente, con una netta preferenza per i dispositivi usa e getta aromatizzati. La direzione, insomma, è comune a tutti questi paesi: più restrizioni su prodotti monouso e aromi, più attenzione alla fascia adolescenziale, mentre l’Italia ha scelto finora la leva fiscale e la chiusura del canale online come primi argini.

Dove si può svapare (e perché in tanti sbagliano)

C’è poi un equivoco piuttosto diffuso tra chi svapa: credere che, non essendoci combustione né fumo in senso stretto, la sigaretta elettronica sfugga automaticamente ai divieti pensati per quella tradizionale. Le cose stanno diversamente. La legge Sirchia del 2003, quella che vieta di fumare nei locali chiusi, parla esplicitamente di combustione del tabacco e non menziona l’e-cig: a livello nazionale manca quindi una norma unica che equipari i due gesti. Questo non equivale però a un liberi tutti: un decreto del 2013 proibisce lo svapo dentro scuole, università, centri di formazione e strutture sanitarie, mentre bar, ristoranti, uffici e mezzi di trasporto possono scegliere autonomamente di estendere il divieto, e in pratica molti gestori lo fanno, cartello all’ingresso incluso. Chi si sente libero di svapare ovunque perché “è solo vapore” rischia comunque la sanzione ogni volta che il locale o il datore di lavoro ha deciso di equiparare la sigaretta elettronica a quella tradizionale, una scelta diventata piuttosto comune nella pratica quotidiana.

Perché non capisco il fascino di un tiro

Confesso che, arrivata in fondo a tutti questi numeri, resto con la mia domanda iniziale intatta. Il mese passato a fumare a vent’anni mi è bastato per escludere che ci fosse qualcosa di magico in quel gesto, e gli anni di fumo passivo subiti da bambina non hanno certo aiutato a farmelo apprezzare in seguito. Capisco l’argomento della riduzione del danno per chi già fuma da anni e non riesce a smettere: lì la sigaretta elettronica può essere uno strumento utile, sostenuto anche dalla letteratura scientifica più solida. Quello che continua a sfuggirmi è l’idea che introdurre nicotina in un corpo che non ne aveva mai avuto bisogno possa essere presentato, ai quattordicenni con lo zainetto ancora in spalla, come qualcosa di leggero, quasi innocuo, aromatizzato come una caramella. Non c’è niente di rilassante in una dipendenza che comincia prima dei quindici anni, per quanto colorata sia la confezione.

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