Chi ha attraversato il confine ogni mattina per andare a lavorare sa che dietro ogni statistica sui frontalieri ci sono sveglie all’alba, treni Eurocity comunque in ritardo e una routine che a un certo punto diventa quasi un’identità. I dati pubblicati di recente da Ticinonline raccontano un fenomeno che si sta ridisegnando: i lavoratori francesi verso la Svizzera continuano a moltiplicarsi, mentre quelli italiani, storicamente la seconda comunità per numero, iniziano a rallentare. È un cambiamento che, avendo vissuto quattro anni da pendolare oltreconfine, mi tocca da vicino.
I numeri del secondo trimestre 2026: francesi in aumento, italiani in flessione
Secondo l’Ufficio federale di statistica (UST), nel secondo trimestre del 2026 i lavoratori pendolari attivi in Svizzera hanno raggiunto quota 414.262, con un incremento dello 0,5% rispetto al trimestre precedente e dell’1,3% su base annua. Dentro questo totale, però, le traiettorie nazionali divergono parecchio. La componente francese rappresenta il 58,4% della manodopera transfrontaliera e continua a espandersi, con un +2,7% annuo. Quella italiana, che pesa per il 22,1%, segna invece una contrazione dell’1,1% nello stesso periodo. Il Ticino, la meta storica di chi arriva dall’Italia, conta 79.121 persone in entrata: un +0,6% sul trimestre precedente, ma un -0,6% se si guarda all’anno.
Perché il lavoro pendolare italiano sta rallentando
Le cause di questa frenata non sono univoche. Pesa innanzitutto il nuovo accordo fiscale tra Italia e Svizzera, entrato in vigore nel luglio 2023, che ha cambiato il regime di tassazione per chi viene assunto dopo quella data: niente più le vecchie condizioni agevolate, ma un’imposizione condivisa tra i due paesi che riduce parte del vantaggio economico. A questo si aggiunge il cambio euro-franco, sfavorevole a chi guadagna in valuta elvetica ma vive e spende in Italia, e un’economia ticinese meno dinamica rispetto ad altre regioni della Confederazione. Non va sottovalutato, infine, un fattore interno: il miglioramento delle condizioni occupazionali in alcuni settori italiani, dalla ristorazione ai servizi, che rende meno urgente cercare un impiego oltre confine.
Il Ticino non è più il traino della crescita
Se un tempo il canton Ticino rappresentava il motore dell’espansione, oggi il baricentro si è spostato verso ovest. L’arco lemanico cresce del 2,8% annuo, l’Altopiano svizzero dell’1,8%, la Svizzera nordoccidentale dell’1%. In controtendenza, la Svizzera centrale perde l’1,2% e il canton Zurigo l’1,5%. Ginevra da sola assorbe circa la metà dei lavoratori francesi, con oltre 100mila persone che ogni giorno varcano il confine per raggiungere il posto di lavoro. È lo specchio di due economie di frontiera che si muovono a velocità diverse: quella franco-svizzera in piena espansione, quella italo-ticinese alle prese con un assestamento.
La mia esperienza da frontaliera, tra il 2008 e il 2012
Ho lavorato come frontaliera dal 2008 al 2012, tre giorni alla settimana, con due ore di viaggio all’andata e altrettante al ritorno. Erano giornate lunghe, tra il treno diretto e la stanchezza che si accumulava settimana dopo settimana. Risiedendo a oltre venti chilometri dal confine, non rientravo nella fascia che all’epoca dava accesso alle agevolazioni fiscali riservate ai cosiddetti “vecchi frontalieri”: pagavo le imposte secondo il regime ordinario, senza gli sconti di cui beneficiavano colleghi residenti nei comuni più vicini alla dogana. Nonostante questo, quell’esperienza è rimasta tra i ricordi più belli del mio percorso lavorativo. C’era un senso di scoperta continua, la sensazione di muoversi tra due mondi con ritmi, lingue e abitudini differenti.
Il permesso di lavoro, la diffidenza locale e le piccole stranezze quotidiane
Ottenere il permesso di lavoro, nonostante l’azienda avesse aperto una filiale in Svizzera proprio per il mio team, non è stato per niente semplice: cinque risposte negative, prima che la situazione si sbloccasse solo grazie all’intervento dell’avvocato che aveva seguito l’apertura della succursale elvetica. Comunque, avevamo dovuto assumere anche due colleghi svizzeri, persone fantastiche con cui è nato subito un buon rapporto di lavoro. Nonostante questo, da frontalieri venivamo visti con sospetto dalla popolazione locale: ricordo ancora gli slogan di un partito di destra che ci paragonava a topi infestanti. Il contrasto, quando siamo andati via, è stato quasi comico: restituire il permesso ci ha richiesto meno di cinque minuti. Si potrebbe dire che l’immigrazione non fosse esattamente incoraggiata, mentre i rimpatri lo erano eccome.
C’erano poi le piccole stranezze quotidiane che rendevano tutto surreale, quasi fiabesco: una lingua e una terminologia particolarissime da imparare, un’insofferenza diffusa per il rumore, testimoniata perfino da cartelli pubblicitari dedicati, gruppi di ragazzi emo che stazionavano sotto l’ufficio e funzionari della dogana che ci fermavano con una certa regolarità. La cucina locale, poi, era tutt’altro che a cinque stelle. Anche i buoni pasto, appena nove franchi svizzeri, bastavano a malapena per un pasto decente, anche se lo stipendio restava comunque generoso. Nel complesso, però, è stata un’esperienza che mi ha arricchita parecchio.
Cosa resta di quegli anni, vista da oggi
Rileggere oggi questi dati mi fa pensare a quanto sia cambiato il contesto rispetto a quando facevo la pendolare. Adesso, con altre priorità e un’energia diversa da gestire, penso che quel ritmo mi peserebbe troppo. Capisco bene, allora, perché tanti lavoratori italiani ci stiano ripensando: tra un accordo fiscale meno favorevole, un’economia ticinese in rallentamento e alternative migliori vicino a casa, il calcolo tra costi e benefici del pendolarismo transfrontaliero sta cambiando per molte persone. Resta però la convinzione che, per chi può sostenerne il ritmo, l’esperienza di lavorare in un altro paese porti con sé una ricchezza che va oltre lo stipendio in franchi.
Risorse correlate
- Frontalieri, cambia la geografia del lavoro oltreconfine: francesi in crescita, italiani in frenata – Ticinonline
- Frontalieri in Svizzera, crescita costante, ma il Ticino rallenta – TVSvizzera
- Frontalieri italiani in calo, diminuiscono anche i lavoratori diretti in Ticino – Ossolanews
- Persone frontaliere – Ufficio federale di statistica (UST)

