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Big Food fa causa ai governi

Big Food fa causa ai governi

Cibo ultra processato: le 235 cause delle multinazionali contro le leggi sulla salute

Lo confesso senza troppi giri di parole: ogni tanto cedo a qualche guilty pleasure e non ho alcuna intenzione di farne un dramma. Per il resto provo a mangiare “pulito”, leggo le etichette, mi rifornisco volentieri dai produttori locali e preferisco la filiera corta ogni volta che posso. Una regola semplice, la mia: i piaceri della vita non si cancellano, si dosano. Proprio per questo mi ha colpito l’inchiesta pubblicata a luglio dal Guardian insieme a Lighthouse Reports, rilanciata in Italia da Open, Il Fatto Alimentare e L’Espresso. Perché per dosare bisogna sapere che cosa si ha nel piatto, e c’è chi investe parecchio per tenerci all’oscuro.

I numeri dell’inchiesta: 235 azioni legali in quindici anni

Tra il 2010 e il 2025 le aziende del cibo ultra processato e le loro associazioni di categoria hanno avviato almeno 235 contenziosi contro i governi di Messico, Colombia, Brasile, Stati Uniti e Regno Unito. Il bersaglio era sempre lo stesso: le politiche pensate per contrastare obesità e malattie legate all’alimentazione, cioè etichette di avvertimento sul fronte delle confezioni, imposte su bibite zuccherate e junk food, limiti alla pubblicità rivolta ai bambini. Allargando lo sguardo all’India, Lighthouse Reports arriva a 239 casi.

Sommati, questi procedimenti valgono quasi 600 anni di battaglie giudiziarie, con una durata media di due anni e mezzo ciascuno. Tre quarti delle cause portano la firma di produttori alimentari o delle loro associazioni, e il 38% di quelle riconducibili ad aziende identificabili fa capo ad appena otto gruppi: Coca-Cola, PepsiCo, Mondelēz, Kellogg’s, Danone, Ferrero, Xignux e Heartland Food Products Group. Coca-Cola guida la classifica con 24 azioni dirette, seguita da PepsiCo con 17. Diverse multinazionali, per giunta, hanno chiesto ai giudici di mantenere riservata la propria identità.

Il Messico, campo di battaglia delle etichette nere

Il fronte principale è il Messico, con 193 cause, seguito da Colombia (18) e Brasile (17); negli Stati Uniti se ne contano 6, nel Regno Unito una sola. Non è un caso: i Paesi latinoamericani sono stati tra i primi al mondo a introdurre i bollini neri ottagonali che segnalano eccesso di zuccheri, grassi, sale e calorie. In Messico più di un terzo degli scolari e il 41% degli adolescenti risultano in sovrappeso, eppure davanti ai giudici le aziende hanno sostenuto che le norme “demonizzavano” i loro prodotti e violavano diritti costituzionali. Un imbottigliatore locale di Pepsi è arrivato ad affermare che in certe aree rurali bere bibite gassate fosse più sicuro che bere l’acqua disponibile. Un argomento che, più che difendere un prodotto, fotografa un fallimento delle infrastrutture pubbliche e lo trasforma in strategia commerciale.

In Brasile quasi tutte le azioni sono partite da associazioni di categoria, un modo per tenere i marchi lontani dai titoli dei giornali; tra i loro membri figurano Coca-Cola, Ferrero, Mars, Mondelēz, Nestlé e PepsiCo. Undici ricorsi hanno colpito l’ANVISA, l’agenzia sanitaria che da quasi vent’anni cerca di regolare la pubblicità del cibo spazzatura ai bambini. In Colombia i ricorrenti erano formalmente privati cittadini, ma molti di loro erano avvocati che avevano già lavorato per l’industria alimentare, e nel 2022, mentre si discuteva la tassa sui prodotti insalubri, le aziende di bevande e alimenti ultra processati hanno versato 5,85 milioni di euro ai partiti, il 40% di tutte le donazioni politiche di quell’anno.

Perdere in tribunale e vincere sul calendario

Il dato più inatteso è un altro: nei casi già giunti a sentenza i governi hanno vinto tre volte su quattro. Allora perché insistere? Perché la vittoria in aula non è l’obiettivo principale. Ogni anno di contenzioso è un anno in cui i prodotti restano sugli scaffali senza vincoli, mentre i ministeri della Salute consumano budget in avvocati e perizie. Phillip Baker, docente all’Università di Sydney, lo spiega così: le cause servono a ritardare, scoraggiare e paralizzare chi regola, prima ancora che a ribaltare le leggi.

Marion Nestle, professoressa emerita di Nutrizione alla New York University, ha parlato con il Guardian di un copione preso in prestito dall’industria del tabacco: quando tutto il resto fallisce, si fa causa. E aggiunge un’osservazione che trovo illuminante: se combattono così duramente, vuol dire che queste misure funzionano e riducono le vendite. Ad agosto anche il direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha accusato le grandi aziende alimentari di scaricare sui Paesi miliardi di costi sanitari e legali.

Ferrero e le lettere di diffida nel Regno Unito

Per chi legge dall’Italia, il capitolo più scomodo riguarda Ferrero. Il gruppo di Alba compare con quattro contenziosi diretti, è coinvolto in procedimenti in Messico e siede nelle associazioni brasiliane che hanno citato in giudizio l’ANVISA. Nel Regno Unito, dopo che Kellogg’s aveva perso la causa contro il modello di profilazione nutrizionale che limita la promozione di prodotti ricchi di zuccheri, sale e grassi (già nel 2021 l’azienda sosteneva che i cereali andassero valutati insieme al latte con cui si mangiano), Ferrero e la controllata Eat Natural hanno inviato al ministero della Salute britannico lettere di diffida preventiva sulle stesse norme. Nel frattempo Ferrero ha acquisito WK Kellogg Co.

L’azienda ha risposto che sostiene gli obiettivi di salute pubblica e che il confronto con le autorità ha riguardato la chiarezza nell’applicazione delle regole, per esempio il trattamento diverso di prodotti simili, e non un’opposizione di principio. Sulla stessa linea Coca-Cola e Danone, mentre PepsiCo, Mondelēz, Kellogg’s, Xignux e Heartland non hanno replicato.

E in Italia? Sugar tax rinviata e nessuna regola sugli spot

Da noi le aziende non hanno avuto bisogno di trascinare nessuno davanti a un giudice, e il motivo non è rassicurante: mancano le norme da contestare. Non esiste una definizione giuridica di cibo ultra processato, non ci sono limiti alla pubblicità di junk food destinata ai minori e la sugar tax, approvata nel 2019, ha collezionato otto rinvii ed è avviata verso il nono con la prossima legge di bilancio. Nel frattempo quattordici Stati dell’Unione applicano già un’imposta sulle bevande zuccherate. Sul fronte delle etichette, l’Italia ha contrastato il Nutri-Score francese proponendo il proprio Nutrinform Battery, una posizione condivisa da Ferrero e Coldiretti.

Il quadro sulla salute non fa ben sperare: secondo l’ISTAT, nel 2025 un minore su quattro tra i 3 e i 17 anni è in eccesso di peso, con un picco del 32,3% tra i bambini di 3-10 anni. Gli ultra processati coprono circa il 23% dell’apporto energetico degli italiani, contro il 50% di Regno Unito e Stati Uniti, ma la quota cresce da quindici anni. Viviamo di rendita sulla dieta mediterranea, e la rendita prima o poi si esaurisce.

Il mio piccolo peccato e il diritto di sceglierlo

Torno alla mia regola del dosaggio. Concedersi uno strappo è una scelta, e una scelta presuppone informazioni chiare: un bollino in etichetta non mi vieta nulla, mi dice soltanto che cosa sto per ingerire. Ho scritto altre volte dei marchi dolciari che hanno accompagnato l’infanzia di tanti italiani, dalle caramelle Rossana alla Viennetta, e capisco bene il fascino di quei sapori. Proprio perché li considero un piacere da gustare ogni tanto, mi sorprende l’idea che qualcuno spenda anni e fortune in carte bollate per non doverci avvisare sul fatto che non sono sani. Un’azienda sicura dei propri prodotti dovrebbe temere poco un’etichetta onesta. Se invece la combatte con tanta ostinazione, forse sa già che, informati a dovere, molti di noi ne mangerebbero un po’ meno. Sarebbe stato forse vero negli anni Ottanta e Novanta, quando l’educazione alimentare e l’accesso alle informazioni erano limitati. Adesso, tutto sommato, io scelgo con consapevolezza.

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