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Viennetta non va più in ferie

Viennetta non va più in ferie

Mia nonna me la comprava per le feste, tirata fuori dal freezer come un dolce speciale da tavola, non come una coppetta qualunque presa al bar. Anni dopo, all’università, la Viennetta era diventata il rito del sabato sera con le mie coinquiline: si tagliava a fette prima di uscire, quasi un antipasto goloso della serata. Oggi cerco ancora la variante Fantasia di Biscotto che mi piaceva tanto e non la trovo più da nessuna parte, sostituita da gusti più recenti. Ma quella torta a righe di panna montata e cioccolato croccante ha fatto molto più che accompagnare i sabati sera di una generazione: ha contribuito a cambiare le abitudini di consumo del gelato in tutta Italia.

Come la Viennetta ha rotto la stagionalità del gelato

Fino agli anni ’80 il gelato restava confinato all’estate: si mangiava al mare, in gita, nelle sere calde, e spariva dai desideri appena arrivava il freddo. La Viennetta ha ribaltato questa logica, proponendosi fin dal lancio come alternativa al panettone sulla tavola di Natale. Un’operazione di marketing tanto semplice quanto efficace, che ha aperto la strada a tutti i prodotti da freezer pensati per il periodo invernale, dai semifreddi festivi alle torte gelato per i compleanni fuori stagione.

Chi ha inventato la Viennetta e perché è nata a Natale

L’idea porta la firma di Kevin Hillman, responsabile sviluppo prodotto di Wall’s, la divisione britannica di Algida. Il progetto nasce nel 1981 e arriva in commercio l’anno successivo, pensato apposta come specialità natalizia, non come dessert estivo. La struttura a strati, con crema morbida alternata a scaglie sottili di cioccolato fondente, era una novità tecnica non da poco per l’epoca, e rimane ancora oggi il tratto distintivo del prodotto.

Algida, dal canto suo, nasce come gelateria artigianale a Roma nel 1946 e passa sotto il controllo di Unilever nel 1964, diventando così parte di un gruppo multinazionale. La Viennetta, nel frattempo, ha girato il mondo con gusti diversi, dal tiramisù alla crème brûlée, non tutti arrivati in Italia. Negli Stati Uniti è sparita dai supermercati per tre decenni, per poi tornare nel 2021 cavalcando l’onda della nostalgia che oggi guida buona parte del marketing alimentare, lo stesso fenomeno raccontato in Etichette vintage ed identità.

Il gelato in Italia: i numeri tra artigianale e confezionato

Il settore artigianale vale oltre 3 miliardi di euro l’anno, con più di 600 milioni di porzioni vendute e una crescita stimata intorno al 6% nel 2026, trainata da turismo e ricerca di qualità. Ogni italiano ne ha consumati circa 2,8 chili nel 2021, con prezzi che oscillano tra i 20 e i 28 euro al chilo (oltre i 30 nelle mete turistiche) e un cono medio tra i 3 e i 4 euro, capace di superare i 5 nelle località di villeggiatura. Dal 2002 al 2026 i listini sono saliti del 138%, con un balzo del 9% solo tra il 2025 e il 2024.

Il confezionato racconta una storia parallela: nel 2025 la produzione ha toccato le 261 mila tonnellate per un valore di 3 miliardi di euro, con esportazioni per 116 mila tonnellate e 468 milioni di euro, il 64% verso il resto d’Europa. Il consumo pro capite sfiora i 3 chili l’anno, il mercato interno vale 1,5 miliardi di euro e nei primi mesi del 2026 ha segnato +9% a volume e +10,7% a valore. Pistacchio e mango guidano le preferenze, le alternative vegetali crescono del 3,7%, quasi il 70% del latte utilizzato è italiano e il 98,5% del cacao proviene da filiere certificate. Chi vuole approfondire il tema può leggere anche L’estate e i gelati Ferrero.

Quanto gelato si mangia in Europa

Nel 2023 l’Unione Europea ha prodotto 3,2 miliardi di litri di gelato, in calo dell’1,4% rispetto all’anno precedente. Sul podio dei produttori troviamo Germania (612 milioni di litri), Francia (568 milioni) e Italia (527 milioni), che si conferma così tra i primi tre paesi del continente per volumi. Le esportazioni verso i paesi extra UE valgono 1,04 miliardi di euro, in crescita del 5%, mentre gli acquisti dall’estero sono scesi dell’8%. I prezzi variano parecchio da un mercato all’altro: si parte da 1,8 euro al litro in Germania fino a toccare 7,7 euro in Austria.

Sul fronte dei consumi pro capite, la classifica europea sorprende: al primo posto c’è la Polonia con circa 16 chili l’anno, seguita da Svezia (10,87 chili) e Spagna (9,65 chili). L’Italia occupa solo la settima posizione, mentre la Germania si attesta intorno agli 8 litri pro capite, per un totale nazionale di 540,8 milioni di litri nel 2024. Un dato che spiazza chi immagina il nostro paese come la patria assoluta del gelato: lo siamo per tradizione e produzione, molto meno per quantità consumate a testa.

Perché la nostalgia vende ancora più della novità

Il ritorno della Viennetta sugli scaffali americani nel 2021 non è un caso isolato. Fa parte di una tendenza più ampia, quella per cui i marchi riscoprono ricette e confezioni del passato per intercettare chi cerca conforto in un ricordo, come racconta bene anche Gen Z, la lezione delle nonne. Io non ho ancora ritrovato la mia Fantasia di Biscotto, ma continuo a cercarla ogni volta che passo davanti al banco frigo. Forse è proprio questo il punto: il gelato, oggi come negli anni ’80, resta legato più ai momenti che al termometro, ed è per questo che ormai non va più in vacanza con la bella stagione.

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