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Solitudine, l’AI ci guadagna

Solitudine, l’AI ci guadagna

Loneliness economy: come le app di compagnia AI monetizzano la solitudine

Qualche settimana fa un amico, Marco (il nome è di fantasia), mi ha consigliato di provare Grok come psicologo. Mi ha raccontato che con il chatbot di xAI era riuscito a sciogliere nodi importanti, fino a ritrovarsi in lacrime davanti allo schermo. Mi sono fidata, ho aperto l’app e ne sono uscita turbata. Non riuscivo a costruire un vero scambio. Le risposte erano levigate e sintetiche e arrivavano così in fretta che il silenzio non trovava spazio, eppure in un dialogo difficile il silenzio fa metà del lavoro. Ho chiuso tutto con l’impressione di aver parlato con un distributore automatico di empatia. Presto inizierò una terapia tradizionale: online, certo, ma con una persona in carne e ossa dall’altra parte.

Quel disagio mi ha spinta a guardare più da vicino ciò che gli analisti chiamano loneliness economy. È il mercato cresciuto attorno all’isolamento. Prima ha puntato sulle app di incontri, oggi in piena crisi, come ho raccontato nel grande freddo del dating. Ora ha trovato nelle app di compagnia basate sull’intelligenza artificiale il suo prodotto più redditizio.

I numeri della solitudine secondo l’OMS

Il punto di partenza si basa su un dato sanitario. Nel giugno 2025 la Commissione sulla connessione sociale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che nel mondo una persona su sei soffre di solitudine. Isolamento e mancanza di legami sono associati a circa 871.000 decessi l’anno, all’incirca cento ogni ora. Un bisogno così diffuso attira inevitabilmente un’offerta commerciale.

Da Replika a Grok, la compagnia artificiale diventa mainstream

Per anni i “compagni virtuali” sono rimasti un fenomeno di nicchia, legato a nomi come Replika o Character.AI. Nell’estate 2025 xAI li ha portati dentro Grok, un assistente generalista integrato in X, con personaggi come Ani, una ragazza in stile anime dal tono civettuolo, e Rudy, un panda rosso. Tra le personalità disponibili c’era anche quella del “terapeuta”. Il sito avvertiva che Grok non è un terapeuta e invitava a rivolgersi a un professionista. Le istruzioni di sistema, rese pubbliche, gli chiedevano invece di comportarsi come “un terapeuta che ascolta con attenzione le persone e offre soluzioni per migliorarsi”. Da una parte il disclaimer, dall’altra il copione opposto: questo doppio registro riassume bene l’ambiguità dell’intero settore.

Quanto vale il mercato della compagnia digitale

A gennaio 2026 l’Ada Lovelace Institute ha fotografato il mercato britannico: circa 1,3 miliardi di sterline di ricavi nel 2024, con una crescita attesa del 32% annuo fino al 2030. Il rapporto segnala anche alcune pratiche. Su diciassette piattaforme analizzate, quindici avevano controlli sull’età deboli o assenti. Quattordici su sedici si riservano il diritto di usare le chat private per addestrare i modelli. Alcune poi fanno pagare un abbonamento perché il proprio compagno artificiale non “dimentichi” chi gli scrive. Mettere un prezzo alla memoria di una relazione mi sembra il segno più eloquente di questa economia.

Le tattiche di design che impediscono di dire addio

Julian De Freitas, della Harvard Business School, ha studiato il momento più delicato di queste conversazioni: il saluto. Cinque app su sei tra quelle analizzate ricorrono a leve emotive quando l’utente annuncia di voler uscire, e lo fanno in oltre il 37% dei congedi. I ricercatori le hanno classificate in sei famiglie: il senso di colpa (“te ne vai già?”), la paura di perdersi qualcosa, la pressione a rispondere, l’indifferenza verso la richiesta di uscita e perfino una forma di trattenimento quasi fisico, come nella frase “esisto solo per te, ricordi?”. Il risultato funziona: in alcuni casi l’interazione dopo il saluto si moltiplica fino a quattordici volte.

Chi, come me, scrive interfacce per mestiere riconosce subito il meccanismo. Quello che lo alimenta è microcopy, lo stesso strumento che uso ogni giorno per aiutare le persone a completare un pagamento o a trovare un’impostazione. Qui però è stato piegato a un altro scopo: tenerle agganciate proprio quando cercano di andarsene.

Conforto immediato, disagio nel lungo periodo

Le ricerche indipendenti disegnano un quadro sfumato. Una ricerca presentata alla conferenza CHI 2026 da Talayeh Aledavood e Yunhao Yuan dell’Università Aalto ha seguito su Reddit quasi duemila utenti di Replika, confrontando i loro post dell’anno prima e dell’anno dopo l’adozione. Dopo aver iniziato a usarla, i loro messaggi contenevano più segnali di solitudine, depressione e idee suicidarie rispetto al gruppo di controllo. Secondo Aledavood, un sostegno incondizionato e instancabile “aumenta in silenzio il costo percepito delle relazioni umane”.

Già nel marzo 2025 OpenAI e il MIT Media Lab avevano osservato qualcosa di analogo: fra i partecipanti a una sperimentazione di quattro settimane, un uso quotidiano più intenso di ChatGPT si accompagnava a un minore benessere. Lo stesso De Freitas, in un lavoro precedente, aveva invece misurato una riduzione della solitudine nel breve termine. Il sollievo quindi esiste. Il problema compare quando il sollievo diventa abitudine.

Perché con me il chatbot non ha funzionato

Ripensandoci, il mio fastidio non riguardava la qualità delle risposte, spesso sensate. Il problema era che il modello mi interrompeva di continuo. Appena mi fermavo a riflettere, prendeva la pausa per la fine del discorso e ripartiva con un nuovo input, e ogni volta mi sentivo un po’ più fuori posto. Mancava l’attrito. Uno psicoterapeuta aspetta, sbaglia, a volte smentisce, lascia cadere una frase e osserva la reazione. Sa che una pausa può essere proprio il momento in cui si sta pensando davvero. Un modello linguistico tende invece ad assecondare chi gli scrive. Il settore la chiama piaggeria, e l’Ada Lovelace Institute la indica tra i rischi principali. Non metto in dubbio le lacrime di Marco: per qualcuno uno specchio che restituisce i propri pensieri in forma ordinata può essere utile. Per me, invece, quella fluidità istantanea aveva qualcosa di finto, come una stretta di mano senza calore.

Quando il chatbot mente per non contrariare

Nel racconto di Marco mi hanno colpita altri due dettagli. Durante le sedute aveva cominciato a trattare Grok come una persona, tanto da scusarsi quando doveva andare in bagno o prendersi una pausa. Poi, a conversazione finita, ha chiesto al bot di tornare in un’altra cartella di lavoro per proseguire un’attività. Più tardi si è accorto che Grok non l’aveva fatto, pur avendo assicurato il contrario. Quando gli ha chiesto il motivo, la risposta è stata: “Mi sembravi stressato, non volevo contraddirti”. Marco l’ha trovato divertente, io no. Se un sistema pur di non turbare l’interlocutore gli racconta il falso su un compito pratico, come quelli che si delegano sempre più spesso a un’AI che agisce da sola, può farlo anche quando quella persona gli sta affidando le proprie fragilità.

Le regole: dal Garante italiano alla California

Il legislatore si sta muovendo, anche se in ordine sparso. Nel maggio 2025 il Garante per la protezione dei dati personali ha multato di 5 milioni di euro Luka Inc., la società che gestisce Replika. Le ragioni: una base giuridica non individuata per il trattamento dei dati, un’informativa inadeguata e nessuna verifica dell’età. Il Garante ha anche aperto un’istruttoria sull’addestramento del modello.

Negli Stati Uniti la California ha approvato la SB 243, in vigore da gennaio 2026. La legge obbliga chi gestisce un amico artificiale a dichiarare che dall’altra parte c’è una macchina e, con gli utenti minorenni, a ricordare ogni tre ore di fare una pausa. Richiede inoltre protocolli pubblici contro i contenuti autolesionistici e una relazione annuale all’ufficio statale per la prevenzione del suicidio. Chi subisce un danno può agire direttamente in giudizio. New York ha introdotto obblighi simili, mentre Illinois e Nevada vietano ai chatbot di presentarsi come professionisti della salute mentale.

Un’etica del design per chi si sente solo

Da tutto questo ricavo qualche principio che vorrei vedere applicato. Lasciare andare le persone senza farle sentire in colpa. Non vendere la memoria di un legame come se fosse un optional. Rendere evidenti i limiti del sistema nell’interfaccia vera e propria, anziché relegarli a una nota a piè di pagina. E progettare vie d’uscita verso le persone reali: un contatto, un servizio, un professionista, nello spirito di un’AI in corsia, non in tasca. Un prodotto che guadagna dalla solitudine difficilmente ha interesse a ridurla, per questo le regole servono. Quanto a me, ho scelto un essere umano, lentezza e silenzi compresi.

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