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Siri ricorda, ma non in Europa

Siri ricorda, ma non in Europa

Siri AI e la memoria delle conversazioni: cosa porta iOS 27.2

Il 26 ottobre Apple ha distribuito iOS 27.2, e con l’aggiornamento Siri AI ha imparato a ricordare. L’assistente ora recupera le conversazioni passate: se la settimana scorsa ha suggerito tre ristoranti, oggi è in grado di riprendere quel filo senza che qualcuno debba rispiegargli tutto da capo. Attinge anche a fonti nuove, come le foto ricevute in Messaggi, gli invitati agli eventi del Calendario, i messaggi in segreteria, la cronologia di Safari e l’Elenco lettura.

Sempre con la 27.2 arrivano cinque lingue in più (francese, giapponese, coreano, portoghese e spagnolo), mentre cinese tradizionale, norvegese, turco e vietnamita sono attesi entro fine anno. L’italiano non figura in nessuno dei due elenchi. Una nuova schermata, Excluded Apps, permette poi di scegliere in un colpo solo quali app Siri, la ricerca e i suggerimenti possono consultare. La funzione resta in beta e richiede almeno un iPhone 15 Pro.

Perché Siri AI non arriva in Europa: Apple contro il DMA

Per chi vive nell’Unione europea, però, l’elenco delle novità resta teorico. Siri AI è bloccata su iPhone, iPad e Apple Watch in tutti i ventisette Paesi membri, Italia compresa, e Apple lo ha messo per iscritto nella stessa pagina che annunciava le nuove lingue. Secondo Macitynet, cambiare la lingua del telefono non basta ad aggirare il limite.

La decisione risale a giugno, quando Apple ha presentato Siri AI alla WWDC e, lo stesso giorno, ha annunciato che l’Europa avrebbe aspettato. La ragione indicata è il Digital Markets Act, il regolamento europeo che impone ai cosiddetti gatekeeper di aprire le proprie piattaforme alla concorrenza. Nell’interpretazione dei regolatori, che Apple definisce “estrema”, l’azienda dovrebbe concedere a qualunque assistente virtuale un accesso diretto ai dati privati degli utenti e la possibilità di agire in autonomia sul dispositivo, senza le garanzie che oggi accompagnano Siri. Cupertino cita anche le ricerche secondo cui un sistema AI può essere manipolato per sottrarre informazioni personali. Craig Federighi, a capo dell’ingegneria software, si è detto “profondamente deluso” di non poter offrire la funzione agli utenti europei.

Chi ha un Mac o un Vision Pro riceve comunque Siri AI con macOS 27 e visionOS 27. Su iPhone e iPad, invece, mancano l’app per rivedere le conversazioni, la Visual Intelligence potenziata, gli strumenti di scrittura integrati e la modalità Siri nella fotocamera. Una data, al momento, non c’è.

La proposta respinta e il precedente del 2024

Apple sostiene di aver cercato un compromesso. Ha proposto un intermediario chiamato Trusted System Agent, attraverso il quale gli assistenti di altre aziende avrebbero potuto usare le stesse funzioni di Siri AI, e in subordine un lancio europeo accompagnato da un’introduzione graduale di quel sistema nell’arco di diciotto mesi. La risposta della Commissione, nel racconto di Apple, è stata un secco no. Da Bruxelles non sono arrivate dichiarazioni pubbliche sulla vicenda, quindi per ora conosciamo una sola versione dei fatti.

Il copione non è nuovo. Nell’ottobre 2024 Apple Intelligence era uscita negli Stati Uniti lasciando fuori gli iPhone europei, sempre per l’incertezza normativa legata al DMA. È arrivata da noi con iOS 18.4 nell’aprile 2025, dopo mesi di trattative. La differenza è che allora una scadenza esisteva; stavolta Apple non ne indica alcuna.

Gemini ricorda già, anche in Europa

Il dettaglio che complica la narrazione arriva da Mountain View. Google ha attivato in Europa la memoria di Gemini ad aprile 2026: l’assistente impara dalle chat precedenti nome, lavoro, interessi e luoghi, li riutilizza quando servono, e l’opzione è accesa di default ma si può disattivare nelle impostazioni. A settembre, poi, Gemini ha sostituito del tutto Google Assistant sugli smartphone Android, anche in Europa.

Le regole europee, quindi, consentono già un assistente dotato di memoria: lo scontro riguarda quanto Apple debba aprire iPhone ai concorrenti, e a quali condizioni.

Il mio assistente senza nome

Siri non la uso: da anni mi appoggio all’assistente di Google, che per lungo tempo non ha avuto un nome vero e proprio. Secondo me è stato un errore. Alexa e Siri sono diventate quasi persone di casa, mentre “Ok Google” restava un comando, una formula da pronunciare come la combinazione di un lucchetto. Il fatto che oggi si chiami Gemini mi sembra una correzione tardiva più che una svolta.

Il rendimento, nel frattempo, è stato altalenante. Ci sono giorni in cui capisce al volo e giorni in cui inciampa su richieste elementari, e quella mancata comprensione dell’ovvio mi irrita più di qualsiasi limite tecnico dichiarato. Da un assistente accetto che non sappia tutto; faccio più fatica ad accettare che non capisca cosa gli ho appena chiesto.

Ripetersi stanca: la memoria come scelta di UX

Proprio per questo una Siri capace di ricordare mi interessa, anche se non la userei. Odio ripetermi, al punto che l’ho inserito tra le regole che seguo quando scrivo per questo blog: niente parole riprese due volte, niente concetti ribaditi. Un assistente che ogni volta riparte da zero mi costringe a fare esattamente ciò che evito sulla pagina, cioè rispiegare contesto, preferenze, dettagli già detti.

Dal punto di vista dell’esperienza d’uso, la memoria è il passaggio che trasforma un’interfaccia a comando in una conversazione vera. Porta con sé domande serie su cosa viene conservato, per quanto tempo e con quali controlli, e infatti Google la rende disattivabile, mentre Apple affida a Excluded Apps la scelta delle app consultabili. Altrove ho raccontato quanto io sia prudente nell’affidare le password a un agente AI; sulla memoria delle conversazioni, invece, la comodità mi sembra valere il compromesso, a patto che il pulsante per spegnerla sia facile da trovare.

Regole che inseguono l’innovazione

L’Europa che rincorre l’innovazione a colpi di normative restrittive mi sembra più un fallimento burocratico che una tutela. Il DMA nasce con buone intenzioni, cioè impedire a pochi colossi di chiudere i propri ecosistemi, ma il risultato concreto, per chi ha un iPhone a Milano, è un telefono che riceve le funzioni con un anno di ritardo, o non le riceve affatto. È difficile chiamarla protezione quando l’unico effetto percepibile è restare indietro. Ne avevo già parlato a proposito della Svizzera che lascia Microsoft: sulle scelte digitali l’Europa tende a regolare molto e a costruire poco.

Gli assistenti vocali stanno tornando al centro proprio grazie all’AI, e la partita si gioca adesso. Apple dice di lavorare “in modo costruttivo” con Bruxelles per trovare una strada. Vedremo.

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