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Microsoft, la Svizzera si sfila

Microsoft, la Svizzera si sfila

Cosa ha deciso la Cancelleria federale svizzera

Il 3 settembre 2026 si è chiusa la prova che a Berna chiamano PoC BOSS: centosettantadue dipendenti della Cancelleria federale hanno lavorato per mesi su openDesk al posto di Microsoft 365. Il verdetto è stato sufficientemente incoraggiante da far partire la fase successiva. Entro la fine del 2027 circa tremila postazioni dell’amministrazione federale passeranno alla piattaforma open source, con un budget di nove milioni di franchi stanziati dalla Cancelleria stessa.

Conviene tenere le proporzioni a mente, perché la stampa internazionale ha titolato con un certo entusiasmo. Le macchine dell’amministrazione elvetica sono circa cinquantaquattromila e girano tutte su software di Redmond: tremila postazioni valgono poco più del sette per cento del totale. Nessuno ha spento Outlook in tutta la Confederazione. Si è aperta una seconda strada, che è un’operazione diversa e, per certi versi, più interessante.

Anche il resoconto tecnico merita una lettura onesta. La gestione documentale e la posta elettronica hanno retto senza patemi, mentre le videoconferenze su larga scala hanno mostrato limiti evidenti. È esattamente il punto dove le suite aperte soffrono di più, e ammetterlo in un rapporto pubblico vale più di qualsiasi comunicato trionfale.

Che cos’è openDesk e chi lo costruisce

openDesk non nasce in Svizzera. È un prodotto di ZenDiS, il Centro per la sovranità digitale fondato nel 2022 dal Ministero federale dell’interno tedesco, e assembla componenti già maturi dell’ecosistema europeo: Open-Xchange per posta, calendario e rubrica, Nextcloud per l’archiviazione dei file, Collabora Online per la scrittura collaborativa, Element sullo standard Matrix per la messaggistica, XWiki per la base di conoscenza, OpenProject per la gestione dei progetti, Nubus di Univention per identità e accessi, Nordeck per le riunioni video.

L’elenco dei fornitori dice molto sul modello industriale che si sta tentando di costruire: nove aziende, quasi tutte tedesche, che vivono di contratti di supporto invece che di licenze per utente. Il codice sta su openCode e chiunque può ispezionarlo, forcarlo, ospitarlo dove preferisce. Berna non compra un prodotto, si aggancia a un progetto altrui e ne diventa co-utente.

Cloud Act, costi in salita e un contratto triplicato

Le ragioni dichiarate sono tre e vale la pena distinguerle, perché pesano in modo diverso.

La prima riguarda l’accesso straniero ai dati governativi: il Cloud Act statunitense consente alle autorità americane di richiedere informazioni conservate da aziende USA anche quando i server stanno altrove. Matthias Stürmer, professore alla Scuola universitaria professionale di Berna e voce ricorrente del dibattito elvetico, lo dice senza giri di parole: quella norma permette di fatto al governo americano di arrivare a e-mail e documenti della Confederazione.

La seconda è la fragilità operativa di dipendere da un fornitore unico per l’intera scrivania digitale di uno Stato.

La terza è la più concreta e forse la più decisiva. Sempre secondo Stürmer, nel 2009 la Confederazione ha firmato con Microsoft un contratto da quarantadue milioni di franchi; oggi la stessa voce di spesa supera i centoquaranta milioni. Un moltiplicatore del genere, senza alcuna leva negoziale dal lato del cliente, trasforma una questione tecnologica in una questione di bilancio pubblico. Gli aumenti di listino di luglio 2026 non hanno aiutato: Microsoft 365 E3 è salito da trentasei a trentanove dollari per utente al mese, Office 365 E3 del tredici per cento, Business Basic di quasi diciassette.

Il contesto normativo aiuta a capire perché la scelta arrivi adesso. La legge EMBAG, in vigore dal 2024, obbliga gli enti federali a pubblicare come open source il software sviluppato per conto dello Stato, e nel dicembre 2025 il Consiglio federale ha inserito l’autonomia tecnologica tra le priorità di legislatura. Il pilota della Cancelleria è l’applicazione pratica di un indirizzo già scritto.

L’esercito corre più veloce dell’amministrazione civile

Il dettaglio meno raccontato è militare. Il Comando Ciber dell’esercito svizzero ha annunciato a luglio 2026 l’uscita completa da Microsoft Office entro ottobre dello stesso anno, con migrazione a openDesk, procedendo per conto proprio e con tempi molto più stretti di quelli civili.

Quando sono gli specialisti di sicurezza informatica di uno Stato a chiudere per primi la porta, il segnale da ideologico diventa una valutazione di rischio. Sarà interessante osservare quanto quell’esperienza verrà travasata nell’amministrazione ordinaria, che ha utenti meno formati e processi meno comprimibili.

I precedenti che hanno funzionato

Lo Schleswig-Holstein resta il caso di studio più solido d’Europa. Il Land tedesco ha portato quasi l’ottanta per cento delle sue trentamila postazioni su LibreOffice entro dicembre 2025, con un risparmio dichiarato di oltre quindici milioni di euro l’anno in licenze e un investimento una tantum di nove milioni previsto per il 2026 per completare l’opera. Il ministro della digitalizzazione Dirk Schrödter insiste su un punto che conviene rubare: l’operazione si giustifica da sola sul piano economico, senza bisogno di appoggiarsi a un’argomentazione identitaria.

La Danimarca ha spostato il proprio Ministero della digitalizzazione su LibreOffice nel 2025, dichiarando apertamente l’obiettivo dell’indipendenza tecnologica. Lione, terza città francese, ha deciso nel giugno dello stesso anno di sostituire Windows e Office con Linux e OnlyOffice. Sono cantieri di dimensioni diverse, ma la direzione coincide.

Il precedente che è finito male

Poi c’è Monaco di Baviera, e chiunque scriva di questi temi ha il dovere di citarla. Il progetto LiMux ha portato l’amministrazione comunale su Linux a partire dal 2004, salvo poi essere smontato nel 2017 con un ritorno a Windows che la stampa dell’epoca ha quantificato intorno ai cinquanta milioni di euro. Le ricostruzioni divergono sulle cause: interoperabilità zoppicante e formazione insufficiente da un lato, cambio di maggioranza politica e trasferimento della sede tedesca di Microsoft in città dall’altro.

Quella vicenda insegna due cose. La prima è che il costo vero di una migrazione sta nelle persone, non nel software. La seconda è che un progetto simile sopravvive solo se regge almeno un cambio di governo, il che riguarda la politica molto più dell’informatica.

Cosa rischia davvero Microsoft

Sul piano dei ricavi immediati, poco. Tremila postazioni svizzere e trentamila tedesche non incidono su un bilancio che vive di cloud e intelligenza artificiale. Il rischio è di natura diversa e agisce su tempi lunghi.

Si sta formando in Europa un precedente contrattuale: prima l’esistenza di un’alternativa pronta all’uso, poi la dimostrazione che il passaggio è tecnicamente sostenibile, infine la possibilità per ogni ente pubblico di sedersi al tavolo delle trattative con una carta in mano. Per un fornitore che ha costruito la propria posizione sull’assenza di uscite praticabili, la perdita non riguarda le licenze vendute ma il potere di fissare i prezzi.

L’azienda ha risposto con gli European Digital Commitments: capacità dei data center europei in crescita del quaranta per cento, duecento strutture entro il 2027, presenza in sedici paesi, un EU Data Boundary per tenere i dati dei clienti europei dentro i confini dell’Unione, e la dichiarazione che porterebbe in tribunale il proprio governo pur di difendere le operazioni continentali. Frank Karlitschek, fondatore di Nextcloud, considera queste garanzie insufficienti: con aggiornamenti e codice sorgente sotto controllo altrui, dice, il problema resta aperto anche quando i server si trovano a Francoforte.

Sullo sfondo pesa un episodio contestato del 2025, quando si è parlato del blocco della casella di posta del procuratore capo della Corte penale internazionale. Microsoft ha negato di aver sospeso servizi alla Corte e nel febbraio 2026 ha chiesto al Parlamento britannico di correggere il verbale. Al di là di come siano andate le cose, il dubbio è bastato: da allora ogni responsabile informatico pubblico europeo sa formulare la domanda giusta, e la domanda giusta è quanto tempo servirebbe a tornare operativi se l’accesso venisse meno.

E l’Italia?

Arrivo al punto che mi interessa, e che mi lascia un certo fastidio. Vivo a Milano, a un paio d’ore dal confine: la Svizzera che mi immagino è quella che decide piano e poi esegue, non quella che fa dichiarazioni. Eppure sul digitale pubblico ha già avviato un cantiere, mentre qui siamo fermi alle premesse.

Il quadro italiano è documentato: strategie redatte, regole esistenti, nessun piano nazionale di sostituzione paragonabile per ampiezza e continuità a quelli di Francia, Germania, Danimarca e Paesi Bassi. Su questo fronte l’Italia risulta il paese più attendista dell’Unione, e non per mancanza di competenze tecniche, che nelle amministrazioni ci sono e si vedono.

Mi è già capitato di scrivere qualcosa di simile a proposito di altre scelte elvetiche, e la struttura del ragionamento non cambia: chi aspetta non evita la decisione, la prende comunque, delegandola a chi rinnova il contratto. In assenza di un’alternativa credibile, il rinnovo automatico diventa politica industriale. Continuo a sperare che qualcuno, dalle parti di Roma, apra almeno un fascicolo con la parola pilota sulla copertina. Al momento, però, non risulta nulla.

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