OpenAI sfida Alexa: forse gli speaker intelligenti non erano andati in pensione
Per anni ho considerato lo smart speaker di casa un elettrodomestico ormai rassegnato al suo destino: suonare una playlist, dirmi che tempo fa e, nel momento di picco della sua carriera, avvisarmi quando la pasta era cotta. Punto. Nessuna ambizione oltre quella. Poi ho letto che OpenAI sta preparando uno speaker senza schermo con ChatGPT integrato, pensato apposta per sfidare Alexa sul suo stesso terreno, e mi sono resa conto che forse avevo archiviato la questione un po’ troppo in fretta.
Cosa sta preparando davvero OpenAI
Secondo le indiscrezioni riportate da Reuters e riprese da diverse testate, il primo dispositivo hardware firmato OpenAI sarebbe uno speaker senza display, dotato di microcamera e sensori ambientali, capace di sostenere conversazioni fluide e continue grazie a un modello vocale evoluto (chiamato nelle fonti GPT-Live) con funzionamento bidirezionale in tempo reale. L’obiettivo dichiarato va ben oltre il semplice eseguire comandi: il dispositivo dovrebbe imparare le abitudini di chi vive in casa, gestire promemoria e messaggi come un segretario personale, e suggerire contenuti in base al contesto del momento.
Il lancio è previsto non prima dell’inizio del 2027, con un prezzo stimato tra 200 e 300 dollari. Dietro il progetto c’è Jony Ive, l’ex responsabile design di Apple, la cui società io Products è stata acquisita da OpenAI per circa 6,5 miliardi di dollari. Al team hanno partecipato anche altri veterani di Cupertino, tra cui Evans Hankey e Tang Tan, e un prototipo sarebbe già pronto dalla fine del 2025. La scelta di puntare sulla casa, invece che sullo smartphone già saturo di concorrenti come Apple e Samsung, sembra tutt’altro che casuale: è il terreno dove Amazon ha costruito il proprio dominio per un decennio, e dove ora si gioca la prossima battaglia dell’intelligenza artificiale conversazionale.
Jony Ive e il ritorno del design come strategia
Quello che colpisce di questa mossa, ancora prima della tecnologia, è la scommessa di fondo: se un oggetto deve stare in salotto ventiquattro ore su ventiquattro e ascoltarti, deve anche piacerti guardarlo. Le fonti descrivono il dispositivo come pensato per “sembrare vivo”, con elementi meccanici in grado di muoversi in autonomia per rendere l’interazione meno robotica. È una filosofia che ricorda da vicino il modo in cui Apple ha reso desiderabili prodotti che, sulla carta, facevano le stesse cose di concorrenti già esistenti da anni.
Alexa+ non sta certo a guardare
Nel frattempo Amazon non è rimasta immobile. Alexa+ è arrivata anche in Italia lo scorso aprile, con un centro di ricerca e sviluppo a Torino dedicato proprio alle sfumature culturali e linguistiche italiane. La nuova versione capisce frasi incomplete, modi di dire regionali e richieste articolate, riconosce chi parla tramite voce o volto, ricorda preferenze come la marca di caffè preferita o le restrizioni alimentari, e può prenotare un ristorante o suggerire una ricetta partendo da quello che c’è in frigorifero. Il costo di listino è di 23 euro al mese, ma resta gratuita durante il periodo di accesso anticipato ed è inclusa per chi ha già un abbonamento Prime.
Amazon parte comunque da una base enorme: si stima che nel mondo circolino tra i 600 e i 700 milioni di dispositivi Alexa, con una quota che negli Stati Uniti sfiora il 65% del mercato degli speaker intelligenti e percentuali simili in Canada, Australia e Brasile. Numeri che spiegano perché, per chiunque voglia entrare in questo settore, la vera sfida non sia tanto la tecnologia quanto convincere milioni di persone ad abbandonare un ecosistema in cui hanno già investito tempo, abitudini e, spesso, decine di dispositivi collegati.
I numeri del mercato, in cifre
Al di là dei singoli annunci, il settore nel suo complesso sta crescendo più di quanto pensassi. Il mercato globale degli speaker intelligenti valeva circa 15,1 miliardi di dollari nel 2025 e si stima possa arrivare a 34 miliardi entro il 2034, con un tasso di crescita annuo intorno al 9,4%. L’Europa pesa già per il 22,7% del totale, seconda solo al Nord America. Più che un mercato maturo destinato a esaurirsi, insomma, sembra un settore che sta cambiando pelle, passando da “eseguire comandi” a “capire il contesto”.
E in Italia, come va?
Qui i dati raccontano un quadro più cauto ma comunque in movimento. Secondo il Trend Radar 2026 di Samsung, il 45% degli italiani interagisce già con i dispositivi usando un linguaggio conversazionale naturale, anche se il 59% ammette che parlare con la tecnologia non gli viene ancora spontaneo. Chi usa l’AI conversazionale lo fa soprattutto per ottenere informazioni pratiche (60%) o per semplificare contenuti complessi (56%), spesso durante piccole pause della giornata o la sera, per rilassarsi. Sul fronte smart home, invece, siamo ancora indietro: solo un italiano su quattro possiede dispositivi domestici connessi, anche se più della metà dichiara di desiderare soluzioni che semplifichino la gestione della casa e riducano lo stress delle attività ripetitive.
È un divario interessante: la voce come interfaccia sta guadagnando terreno più velocemente degli oggetti fisici che dovrebbero ospitarla. Il che, se ci penso, spiega bene perché sia OpenAI che Amazon stiano investendo così tanto proprio adesso: c’è un pubblico pronto a parlare con l’AI, ma non ancora un dispositivo che lo convinca del tutto a farlo tutti i giorni.
Il prezzo nascosto di un microfono sempre acceso
C’è però un aspetto che vale la pena considerare prima di farsi conquistare dall’entusiasmo per la prossima novità hardware. Ogni assistente vocale più capace richiede più potenza di calcolo, e quella potenza ha un costo ambientale ed energetico reale, un tema di cui ho già parlato quando ho scritto di AI e sostenibilità e della crescente insofferenza verso i data center che alimentano questi sistemi. Aggiungeteci una microcamera puntata sul soggiorno, pensata per riconoscere volti e osservare abitudini, e le domande sulla privacy diventano tutt’altro che marginali: le stesse dinamiche di cui ho scritto parlando delle difficoltà crescenti della cybersicurezza si applicano perfettamente anche a un oggetto che vive permanentemente in cucina o in salotto.
Quindi, mi sbagliavo?
In parte sì. Pensavo che gli assistenti domestici avessero già dato il meglio di sé e fossero condannati a un ruolo di contorno, buoni giusto per la sveglia del mattino e il timer della pasta. I dati raccontano invece un settore che sta vivendo una seconda giovinezza, spinto non da nuovi altoparlanti più potenti, ma da modelli linguistici capaci di conversare davvero. La domanda che mi pongo adesso non riguarda più se avrà senso avere un assistente del genere in casa. Riguarda piuttosto quale azienda riuscirà a farmi sentire a mio agio nel parlarci ogni giorno, senza che io debba preoccuparmi di chi altro sta ascoltando.
Risorse correlate
- OpenAI sfida Alexa con uno speaker senza schermo con ChatGPT – FastwebPlus
- ChatGPT sfida Alexa con uno smart speaker che si muove da solo – SmartWorld
- Jony Ive’s First OpenAI Device Will Be Smart Speaker With Camera, 2027 Launch Planned – MacRumors
- Arriva Alexa+ in Italia: ora ci sono conversazioni naturali. Amazon sfida Gemini – Il Sole 24 Ore
- Smart Speakers Market Size, Share, Trends – Fortune Business Insights
- Amazon Alexa Usage Statistics 2026: Market Share, Trends – GrabOn
- Italiani e tecnologia, cresce il dialogo con l’AI – Business People

