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Perché la mia tv è sempre spenta?

Perché la mia tv è sempre spenta?

Come la tv in diretta è uscita in silenzio dalla mia vita

In casa ho due smart tv, e restano quasi sempre mute. Quella in salotto si accende solo quando mio figlio ci guarda gli Shorts di YouTube. La Samsung in camera da letto non si accende da mesi, forse da anni; sinceramente non ricordo più l’ultimo programma che ci ho guardato. Sono buoni apparecchi, del tipo che vent’anni fa avrei considerato dei gioielli di tecnologia, eppure la tv in diretta, quella per cui questi schermi sono nati, è scivolata via dalle mie giornate così gradualmente che non riesco a indicare il momento esatto in cui è successo. Sono passati più di dieci anni ormai. Voglio capire se è solo una cosa mia o se molti di noi hanno in salotto schermi costosi, diventati, in silenzio, semplici accessori d’arredo.

Un rito con cui sono cresciuta

La televisione una volta aveva un peso diverso. A casa dei miei, guardarla insieme era un punto fermo della serata, quasi una piccola cerimonia. Quando sono andata a vivere da sola, la tv e, per un bel po’, anche il lettore DVD hanno mantenuto quello status sacro. Stavano al centro della stanza, e lo spazio si organizzava intorno a loro. Lo racconto perché si capisca che non sono una persona a cui non è mai importato. Mi interessava eccome. È l’abitudine che, a un certo punto, ha smesso di nutrirmi e l’ho lasciata andare senza combattere.

Cosa ha preso il posto del rito serale

Il cambiamento non è stato eclatante, e forse è proprio per questo che non me ne sono accorta mentre succedeva. È arrivata la fibra, e la connessione è diventata stabile ed economica. Lo streaming è passato da novità a scelta predefinita. I social, soprattutto TikTok e YouTube nel mio caso, hanno preso il posto che prima era riservato a qualunque cosa andasse in onda alle nove di sera. Per le notizie, pago un abbonamento a un giornale online. Per il rarissimo evento in diretta che mi interessa davvero, seguo in streaming sul portatile perché lo schermo più piccolo mi tiene vicina al contenuto e lontana dalle distrazioni che un salotto grande invita a prendersi. Per il puro intrattenimento, apro un’app. Da qualche parte in questo riassetto silenzioso, la televisione ha perso il suo ruolo. La versione più lunga su come queste piattaforme abbiano ridisegnato la nostra attenzione si trova in The Five Shifts That Changed Social Media Forever.

Non sono la sola, e lo dicono i numeri

Qui la situazione mi solleva, anche se in modo un po’ destabilizzante. Gli schermi che si spengono sono un fenomeno globale, non una mia stranezza personale. La quota di adulti che guardano principalmente i canali TV tradizionali è scesa dal 12% nel 2021 al 7% nel 2025. Negli Stati Uniti, lo streaming ha superato per la prima volta il totale combinato di antenna e broadcast intorno a maggio 2025, e verso fine 2025 alcune rilevazioni collocavano lo streaming intorno al 60% del tempo totale di visione televisiva. In Germania, la quota di adulti che seguono contenuti in streaming (87%) ha superato di poco quella di chi guarda ancora la tv tradizionale (86%). Oltre 80 milioni di famiglie americane hanno staccato l’antenna e solo circa il 30% guarda ancora programmi via cavo o satellite classici.

Quindi il rettangolo non si spegne solo a casa mia. La sua luce si sta affievolendo in interi paesi, sera dopo sera.

L’indizio generazionale

Anche mio figlio, con il suo schermo pieno di Shorts, è una statistica. Il 43% della Gen Z si rivolge a YouTube e TikTok prima della tv tradizionale o persino dello streaming. Quella fascia d’età guarda circa due ore di contenuti tv al giorno, meno della metà di quanto facciano i boomer. Esiste perfino un formato pensato apposta per il loro modo di guardare, il cosiddetto microdrama, episodi scritti che durano uno o due minuti, e che già raccolgono decine di milioni di spettatori nei soli Stati Uniti. La mia soglia di attenzione si è ridotta parecchio negli anni, e un tempo mi sentivo un po’ in colpa per questo. A quanto pare mi sono solo mossa in anticipo nella direzione verso cui si sta dirigendo un’intera generazione.

La situazione italiana è un caso a sé

L’Italia merita un paragrafo tutto suo, perché qui il quadro è diverso rispetto agli Stati Uniti. La tv tradizionale barcolla ma non molla. Gli italiani passano ancora quasi tre ore e venti al giorno davanti al palinsesto, e il calo annuo è modesto, intorno al 2,7%. Lo streaming cresce, ma non compensa del tutto le perdite dei canali tradizionali. Il dettaglio che spiega la mia perplessità personale, però, è l’età del pubblico. L’età media degli spettatori italiani è passata da circa 52 anni nel 2016 a circa 57 qualche anno più tardi. Circa il 65% del pubblico Rai ha più di 55 anni, quasi l’88% degli over 64 guarda i canali di Stato ogni singolo giorno, e la probabilità che un ragazzo tra i 15 e i 24 anni si sintonizzi un programma Rai è di circa il 3%. Il palinsesto è, letteralmente, costruito per i nonni.

Stessi programmi, tre decenni dopo

Questa è la parte che faccio più fatica a comprendere. Quando accendo, per curiosità o testardaggine, ritrovo gli stessi format che guardavo a vent’anni, con una mano di vernice fresca e poco altro. Le serate di musica nostalgica, la sfilata di vecchie glorie televisive, i talk show che spalmano una conversazione da dieci minuti su due ore, i dating show, i quiz le cui domande e scenografie sembrano ferme nel tempo. Non ho nulla contro tutto questo in linea di principio. Il problema è che posso seguire la musica su Spotify, i volti famosi sui social e l’unico momento davvero interessante di un programma di tre ore lo guardo come clip di quaranta secondi la mattina dopo. Il palinsesto, lungo e lento, richiede una pazienza che non ho più e, in cambio, restituisce ben poco.

Nemmeno i film e le serie si salvano

Il piano B più comune riguarda i contenuti: i film e le serie TV. Per me però non regge. Posso guardare un film in streaming ogni volta che ne ho voglia, quindi l’idea di aspettare una messa in onda programmata, spezzata dalla pubblicità, mi sembra quasi un’usanza d’altri tempi. Con le serie vale lo stesso discorso: la mia fedeltà va ai titoli più vecchi, che la produzione contemporanea, stranamente ripetitiva e un po’ superficiale, raramente eguaglia. Ho messo alla prova questa teoria rivedendo un paio di serie storiche. Friends regge ancora benissimo: divertente e ben costruita. Desperate Housewives è stata più difficile da digerire, piena di concetti che sono invecchiati male, di incongruenze e di trame che si sfaldano se le guardi due volte. La memoria è generosa. La rivisitazione è onesta.

Il formato si è spostato, non la richiesta

Quello che mi colpisce di più è che la voglia di guardare qualcosa insieme, in diretta, non è morta. È migrata. Le persone si radunano ancora intorno a uno schermo in tempo reale; lo fanno dentro un’app, con una chat che scorre accanto all’azione. L’ho visto succedere con lo sport, di cui ho scritto in Il tennis è il nuovo calcio ma nel tech, e con il commercio, dove le vendite in diretta convertono a tassi che lo shopping tradizionale può solo invidiare: il tema del live shopping, il nuovo eCommerce. La diretta da salotto non è stata sostituita dal silenzio. È stata rimpiazzata da qualcosa di più interattivo, più a misura di spettatore e più a portata di tasca.

Un po’ di malinconia, e un piano di resell

Ammetto un filo di nostalgia in tutto questo. Sono un po’ sentimentale verso gli oggetti e i riti che la tecnologia manda in pensione, ed è probabilmente per questo che una volta ho passato un pomeriggio intero a girare vecchi quartieri tramite un’app di mappe, un’abitudine che ho confessato in Google Street View e i ricordi. Ma il sentimentalismo non è un buon motivo per tenere due schermi grandi a prendere polvere. Sto seriamente pensando di rivendere i vecchi apparecchi e riprendermi lo spazio, la parete, l’angolo della stanza che hanno tenuto in ostaggio. La smart tv che sopravvivrà, se una ci riuscirà, continuerà a fare l’unico lavoro che la mia famiglia richiede davvero: mandare in onda ciò che scegliamo noi, quando lo vogliamo noi.

Quindi, per rispondere alla mia stessa domanda: no, non sono solo io. Il rettangolo nero si sta spegnendo in tante case, più in fretta in alcuni paesi che in altri, e in Italia il palinsesto continua a parlare soprattutto a un pubblico che, detto con garbo, è di una generazione prima della mia. Ho fatto pace con il silenzio. Il telecomando può finalmente riposare. La pubblicità su quello schermo è tutta un’altra storia, su cui negli anni ho cambiato completamente idea, quindi le dedicherò un articolo a parte. Restate sintonizzati.

Risorse correlate

  • Kantar Media, calo della visione tv lineare tra il 2021 e il 2025: Señal News
  • Lo streaming supera la tv lineare negli Stati Uniti: NewscastStudio
  • Lo streaming supera la tv lineare in Germania: VideoWeek
  • Il 43% della Gen Z preferisce YouTube e TikTok, il trend dei microdrama: Variety
  • Statistiche sul cord-cutting nel 2025, dati su famiglie e costi: TV Tech
  • Consumo tv e streaming in Italia, dati 2025: Advanced Television
  • Il pubblico tv italiano continua a calare: Advanced Television
  • Mediaset supera Rai in un contesto di calo tv costante: Broadband TV News
  • L’invecchiamento del pubblico tv italiano, età media degli spettatori: TrueNumbers
  • YouTube come piattaforma leader sullo schermo tv: Cord Cutters News