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Il tennis è il nuovo calcio ma nel tech

Il tennis è il nuovo calcio ma nel tech

Il tennis è diventato il nuovo calcio in Italia

Sono cresciuta negli anni Novanta con i poster dei tennisti in camera. Andre Agassi soprattutto, tutto capelli ossigenati, pantaloncini di jeans e magliette fluo che oggi appaiono francamente imbarazzanti, anche se all’epoca sembravano il massimo del cool. Seguivano Pete Sampras, che eliminava gli avversari dal campo con il servizio, Boris Becker, che si tuffava sull’erba, e Stefan Edberg, che planava a rete. Niente di tutto questo era particolarmente apprezzato in Italia, sia chiaro. Il calcio era l’unico sport che contasse davvero qui, l’argomento che dominava ogni conversazione da bar, ogni ultima pagina di giornale, ogni domenica pomeriggio, e la mia ossessione per il tennis era un’eccezione privata e un filo eccentrica in un paese che viveva per gli Azzurri e la Serie A.

Qualcosa si è mosso e, stavolta, è successo a tutti. Entrando oggi in un bar di Roma o di Milano ci sono le stesse probabilità di sentire gente discutere di un dritto di Jannik Sinner o di un risultato di Serie A. Il tennis è diventato mainstream in Italia come mai prima, e il tempismo è emblematico, perché la popolarità del tennis sta aumentando esattamente mentre il calcio italiano attraversa uno dei periodi più cupi della sua storia.

Dai poster di Agassi a un paese di tifosi di Sinner

Il lato buffo della nostalgia è che ti fa notare quando una sensazione ritorna. Il brivido che provavo negli anni Novanta, correndo a casa per vedere una partita, è lo stesso che vedo adesso in persone che del tennis non si erano mai curate. Solo che stavolta il poster appeso al muro appartiene a un ventiquattrenne di Sesto Pusteria diventato il primo italiano a occupare il numero uno del ranking mondiale. Sinner si è ripreso la vetta ad aprile 2026 dopo aver vinto il Masters di Monte Carlo, il suo primo 1000 sulla terra, e ha già in bacheca quattro titoli dello Slam.

A proposito di anni Novanta che tornano, ho già scritto del ritorno dei telefoni a conchiglia e del passaggio dal fax all’AI in 25 anni di localizzazione. Quello che amavi da adolescente ha il vizio di ripresentarsi con un vestito nuovo. Per me, quindi, questo è un ritorno personale. Per l’Italia intera è l’inizio di un’epoca diversa, una che il paese ha vissuto una sola altra volta, negli anni Settanta.

Una nuova era, la prima dopo Panatta

Per capire quanto sia inedito il momento, bisogna tornare ad Adriano Panatta. Nel 1976 ha vinto il Roland Garros, diventando il primo italiano dell’era Open a conquistare un titolo major in singolare, dopo aver battuto Harold Solomon in finale. Resta l’unico giocatore ad aver sconfitto Bjorn Borg a Parigi, e ci è riuscito due volte. Nello stesso anno ha trascinato l’Italia alla sua prima Coppa Davis e si è arrampicato fino al numero 4 del mondo. Per un breve e luminoso tratto di metà anni Settanta, un italiano stava tra i migliori del pianeta, e la nazione al tennis ci badava sul serio.

Poi, per una cinquantina d’anni, quasi nulla. Ci sono stati exploit, una discreta cavalcata in Davis qui, un nome promettente là, ma niente che riportasse il tennis maschile italiano nell’élite globale, il che conferma quanto fosse sottile la filiera per decenni. Quello che accade adesso segna la prima volta, dopo Panatta, in cui l’Italia poggia su qualcosa di molto più solido di un unico paio di spalle.

I numeri dietro il boom del tennis italiano

Qui si va ben oltre la sensazione personale, e i dati colpiscono. L’Italia conta ormai circa 6,2 milioni di praticanti, in avvicinamento ai 6,5 milioni che giocano a calcio, e intorno a 1,2 milioni di tesserati, un balzo di oltre il 200% rispetto al 2020. Le richieste di lezioni private sono salite del 149% rispetto al 2023, segno che l’interesse si sta trasformando in racchette vere in mani reali.

I soldi raccontano la stessa storia. I ricavi del tennis italiano sono cresciuti di circa il 900% in due decenni, dai 17 milioni di euro del 2003 ai quasi 170 del 2023, fino ai 230 milioni del 2025. L’ultima cifra pesa perché ha spinto la Federazione Italiana Tennis e Padel oltre la Federcalcio per fatturato, per la prima volta nella storia. I biglietti del Foro Italico viaggiano su prezzi impensabili dieci anni fa, e la gente li paga.

La sedia vuota del calcio

Ecco lo sfondo che rende il contrasto così netto. L’Italia, quattro volte campione del mondo, ha mancato la qualificazione a tre Mondiali di fila: 2018, 2022 e 2026. Il colpo più recente è arrivato il 31 marzo 2026, quando gli Azzurri hanno perso ai rigori in trasferta contro la Bosnia ed Erzegovina dopo l’1-1. Nessun’altra nazionale che abbia mai alzato la Coppa ne ha saltate tre consecutive.

Per un paese che trattava la nazionale come una specie di religione laica, guardare il torneo in televisione dal divano, di nuovo, è stata un’umiliazione silenziosa. Quando il gigante inciampa, l’attenzione cerca un posto nuovo dove atterrare, e il tennis sta lì, con una generazione di giocatori pronta a raccoglierla.

Roland Garros 2026: la profondità oltre la stella

La versione breve di questa storia è “l’Italia ha Sinner”. Quella succosa è ciò che è successo al Roland Garros a giugno, perché Sinner ha recitato tutt’altro che il ruolo del protagonista. Stava dominando, due set avanti e 5-1 nel terzo, quando il corpo l’ha tradito nell’afa di Parigi. Ha accusato problemi allo stomaco, si è sentito male in campo ed è crollato, finendo per arrendersi al numero 56 del mondo, Juan Manuel Cerundolo. Da allora si sta sottoponendo a esami medici per capire l’origine del problema. Vederlo in difficoltà così è stato difficile, e la scena rappresentava la brutalità fisica del tennis al meglio dei cinque set nel caldo estremo, più che riflettere la solidità del suo livello o dei suoi nervi.

E il tennis italiano non ha quasi perso un colpo. Flavio Cobolli, Matteo Berrettini e Matteo Arnaldi sono approdati tutti ai quarti, la prima volta con tre italiani tra gli ultimi otto dello stesso Slam nell’era Open. Cobolli si è spinto fino in finale, terzo italiano a giocarsi il titolo di Parigi dopo Adriano Panatta nel 1976 e Sinner nel 2025. Il 7 giugno ha ceduto ad Alexander Zverev in cinque set, ma il messaggio era già stato recapitato. Questa è una panchina lunga più che uno show individuale, e la profondità è esattamente ciò che trasforma un momento passeggero in un’era vera e propria.

Cosa ha fatto bene l’Italia: una macchina decentralizzata

Un campione singolo può dipendere dalla fortuna, mentre un vivaio è il risultato di un sistema che funziona come previsto. Quasi quindici anni fa la federazione ha compiuto una scelta precisa di decentralizzazione, indirizzando i fondi verso circoli locali e allenatori privati invece di riversare tutto in un’unica accademia nazionale. I giocatori hanno potuto allenarsi vicino a casa, in ambienti familiari, pur continuando a raggiungere i migliori tecnici del paese. La CNN ha definito il risultato una “macchina del tennis”, e le classifiche lo confermano, con nove italiani nei primi 100 e cinque nei primi 50.

Mi ricorda che i prodotti migliori di rado si reggono su un’unica funzione eroica; nascono piuttosto dall’infrastruttura, da tante piccole decisioni azzeccate che si accumulano negli anni, ed è lo stesso motivo per cui una federazione con basi larghe continua a sfornare finalisti anche quando il suo nome di punta esce presto.

eBay era il calcio dell’eCommerce

Il parallelo che calza meglio, però, arriva dall’e-commerce. Ripensa alla fine dei Novanta e ai primi Duemila, quando eBay era l’incumbent, la piattaforma che più o meno definiva cosa significasse comprare online. Amazon, al contrario, è partita a luglio 1995 come una libreria scintillante, l’autoproclamata “Earth’s Biggest Bookstore”, un attore di nicchia che vendeva libri, poi musica e DVD, mentre eBay gestiva il mercato aperto che tutti già conoscevano. Se il calcio era il default in cui si nasceva, eBay era il suo equivalente digitale, e Amazon era l’hobby da specialisti nell’angolo.

Sappiamo tutti com’è andata a finire. Amazon ha continuato ad allargarsi, categoria dopo categoria, fino a diventare il negozio che vende tutto, e oggi detiene circa il 37,6% del mercato eCommerce statunitense, contro il 3% scarso di eBay. Il volume lordo di merce di Amazon negli Stati Uniti sfiora i 360 miliardi di dollari, mentre il GMV globale di eBay oscilla tra i 18 e i 20 miliardi. L’outsider è diventato il monopolista, e il vecchio dominatore è stato respinto ai margini. eBay se la cava ancora bene con collezionisti e cultori, puntando su ricambi e accessori per auto come voce principale, oltre a oggetti da collezione, sneaker e perfino monete d’oro. L’azienda è sana e redditizia, semplicemente ha smesso di essere il brand che definisce il settore.

Il tennis ha interpretato quel ruolo da Amazon in Italia. Aveva una base fedele e strutture decorose da anni, ma gli mancava l’unica cosa che trasforma uno sfavorito in un leader: un prodotto di svolta che faccia venire voglia a tutti di entrare. Sinner è diventato quel prodotto e la federazione aveva già pronta la rete di distribuzione per assorbire la domanda. Indian Wells, Miami, Monte Carlo, gli Internazionali d’Italia, vinti sulla terra di casa da un italiano per la prima volta in cinquant’anni. Ogni titolo arrivava velocemente, come un download, e il pubblico si allargava a ogni vittoria.

La stessa dinamica si ripresenta in tanti ambiti, ed è in parte il motivo per cui trovo il live shopping interessante come prossimo giro di boa dell’e-commerce. Un monopolista è molto meno al riparo di quanto sembri a chi lo guarda da dentro. Nello sport italiano, il calcio era eBay e il tennis, per tanto tempo passione da intenditori, si è rivelato Amazon.

Perché è importante al di là del tabellone

Quello che mi incuriosisce di più riguarda meno la racchetta e più il meccanismo. L’attenzione è la risorsa più scarsa che abbiamo, nello sport, nella tecnologia, nei contenuti, e chi domina crede di possederla in eterno, fino al momento in cui non è più così. La lezione è valida in entrambi i casi: il calcio può assolutamente tornare, così come un colosso tech assonnato può rilasciare una grande funzionalità e riprendersi la scena, quindi niente di tutto questo è immutabile.

In tutto ciò c’è anche una nota personale. Mio figlio somiglia in modo impressionante a Novak Djokovic, un giocatore che il mio papà, che non c’è più, ha amato guardare per anni. Sarebbe stato felice, con la sua discrezione, di vedere finalmente un italiano in cima al mondo, e quel pensiero mi accompagna ogni volta che Sinner entra in campo per un match che conta.

Ma per adesso, in Italia, l’underdog ha vinto la guerra delle piattaforme, e io posso tornare a sentirmi l’adolescente che correva a vedere una partita, solo che i poster sono cambiati, e pure il taglio di capelli.

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