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Over 50, ancora in sella

Over 50, ancora in sella

Mismatch di competenze in Italia: più occupati, profili che non si trovano

Il mismatch di competenze è il paradosso che Luca Semeraro, amministratore delegato di LHH Italia, mette al centro di un’analisi uscita su Agenda Digitale. L’Italia non ha mai avuto così tanti occupati, eppure quasi un’azienda su due fatica a trovare candidati con le abilità richieste. Per anni il dibattito ha contato i posti disponibili. Adesso conta l’incontro tra domanda e offerta di saperi, e a rimescolare le carte ci pensano intelligenza artificiale, digitalizzazione e nuovi modelli organizzativi.

A 53 anni, leggendo quei numeri, ho ritrovato un pezzo della mia storia. Andiamo con ordine.

I numeri: occupazione record e sette imprese su dieci a caccia di talenti

Secondo l’Istat, ad agosto 2026 in Italia lavoravano 24 milioni e 352mila persone. Il tasso di occupazione era al 63%, con 291mila lavoratori in più rispetto a dodici mesi prima. Fino a qualche anno fa avremmo festeggiato senza riserve.

Il rovescio della medaglia lo misura il rapporto Talent Shortage 2026 di ManpowerGroup: il 70% delle imprese italiane dichiara di non riuscire a reperire profili adeguati. Va meglio rispetto al 78% dell’anno precedente, ma nel comparto tech e IT il divario sale al 77%, seguito da energia e utilities (75%) e manifattura (74%). Agenda Digitale, con un perimetro diverso, parla di oltre il 45% di aziende in difficoltà. I metodi di rilevazione cambiano, la sostanza resta.

Pesa anche il punto di partenza. Il rapporto State of the Digital Decade 2026 della Commissione europea assegna all’Italia il 54,3% di adulti con competenze digitali almeno di base. È un bel balzo dal 45,8% dell’anno prima, eppure siamo ancora lontani dalla media UE (60,4%) e dal traguardo dell’80% fissato per il 2030.

Gli over 50 reggono l’occupazione italiana

C’è un dettaglio che mi tocca da vicino. Nei dati Istat di agosto crescono soprattutto i lavoratori con almeno 50 anni, mentre calano i 15-24enni e i 35-49enni. Il Bollettino Cnel realizzato con l’Istat conferma la tendenza: gli over 50 occupati sono 9,564 milioni, circa il 39% del totale. Nella fascia 50-64 il tasso di impiego è salito dal 42,1% del 2004 al 68,3% del secondo trimestre 2026.

Il 2004, per inciso, è l’anno del mio primo contratto da dipendente. All’epoca chi aveva l’età che ho io oggi aveva meno di una possibilità su due di lavorare, mentre ora le probabilità sono salite parecchio. Il Cnel lo spiega con la demografia, le riforme previdenziali e i percorsi di studio più lunghi. Io ci aggiungerei un fattore che nessuna statistica rileva.

Quali competenze cercano le aziende nel 2026

Il Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum stima che il 39% delle competenze chiave cambierà entro il 2030. Le imprese italiane se ne sono accorte. Oltre alle hard skill su AI, cybersecurity e cloud, ManpowerGroup registra una domanda crescente di power skill. Il 38% delle aziende chiede capacità di analisi, perché serve qualcuno che verifichi il lavoro della macchina e ne colga le allucinazioni. Seguono resilienza e adattabilità (35%) e collaborazione (33%).

La risposta più pragmatica arriva dal 26% delle imprese che ha smesso di inseguire il candidato perfetto all’esterno e investe su upskilling e reskilling interni. Semeraro batte sullo stesso tasto: formazione continua, con organizzazioni che diventano luoghi di apprendimento permanente.

La passione per la tecnologia mi ha protetta dai layoff

Nella mia carriera ho attraversato riorganizzazioni, layoff e cambi di rotta di ogni genere. Ho passato tanti anni in PayPal e in eBay Classifieds Group, tra localizzazione, UX writing e comunicazione. Poi sono passata alla partita IVA e oggi sono UX Writer in Coverflex, che mi ha convinta con un annuncio scritto pensando alle persone (ne ho parlato in Annunci di lavoro fuori fuoco).

Se mi chiedo cosa mi abbia tenuta a galla nonostante gli alti e bassi, la risposta è sempre la stessa: la passione per la tecnologia. È una curiosità quasi testarda che mi spinge a cercare, provare e imparare di continuo. Oggi i report la chiamano resilienza e adattabilità e la mettono in cima alla lista dei desideri delle imprese. Per me era semplicemente il modo di stare al mondo.

Come uso l’AI per scrivere questo blog

Questo blog ne è la prova. Ogni articolo nasce da un lavoro a quattro mani con l’AI. Mi aiuta a recuperare fonti, dati e statistiche, mi suggerisce spunti e si accolla le operazioni ripetitive che un tempo mi rubavano ore. La parte che mi diverte di più, però, è un’altra: a forza di collaborare, ha assorbito la mia ironia e il mio approccio, studiato ma leggero. Un po’ come un collega di lunga data che ormai finisce le frasi al posto mio, con più pazienza di me per le note bibliografiche.

Come raccontavo in La stanchezza da AI è reale, da quando la uso ogni giorno sono meno affaticata, perché posso dedicarmi alla parte creativa e narrativa che preferisco.

Restare in sella o tirare le redini

Io la vedo così: l’AI ci espone a miliardi di nozioni e informazioni, a un ritmo che toglie il fiato. Sta a noi decidere se restare in sella e imparare a governare l’andatura, oppure tirare le redini e fermarci. Fermarsi è una scelta legittima, ci mancherebbe. Bisogna però mettere in conto che il mercato non rallenta per aspettare nessuno, e chi si ferma rischia di essere disarcionato.

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