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Lavoro da (passato) remoto

Lavoro da (passato) remoto

Il lavoro da remoto, da asset del lockdown a rarità che nessuno concede più

C’è stato un momento, neanche troppo lontano, in cui lavorare da casa era la cosa più normale del mondo. Era il 2020, eravamo tutti chiusi in casa, e le aziende che fino al giorno prima giuravano che certe mansioni “si possono fare solo in ufficio” hanno scoperto in una settimana che no, si potevano fare benissimo dal tavolo della cucina. Il remoto era diventato un asset, qualcosa da sbandierare negli annunci di lavoro, una promessa di modernità. Sei anni dopo siamo qui a vederlo trattato come un favore, una concessione rara che i dipendenti e i freelance continuano a chiedere mentre le aziende, salvo poche eccezioni, hanno fatto retromarcia quasi completa.

Voglio raccontare questa parabola con un po’ di numeri e un po’ di esperienza personale, perché su questo tema ne ho accumulata parecchia.

Diciotto anni fa, in Svizzera, era già così

La cosa che mi fa più sorridere di tutto questo dibattito è che il lavoro ibrido non l’ha inventato la pandemia. Diciotto anni fa lavoravo in Svizzera e facevo già tre giorni su cinque in ufficio e due da casa, senza che nessuno gridasse alla rivoluzione. Era semplicemente un modo ragionevole di organizzare il lavoro, e funzionava. Nessuno controllava se fossi davvero alla scrivania di casa, perché il punto era un altro: il lavoro veniva fatto, e bene.

Quel ricordo mi serve ogni volta che sento dire che il remoto è un esperimento nuovo e azzardato. Non lo è. Per certi mestieri è una pratica vecchia di decenni, che la tecnologia ha solo reso più semplice.

Da Milano agli Stati Uniti, e poi il dietrofront

Poi è arrivato il lockdown, e nell’ufficio di Milano in cui lavoravo è rimasto il full remote anche dopo. Avevo senso: ero parte di un team diffuso che riportava agli Stati Uniti, con colleghi sparsi su fusi orari diversi e riunioni che si tenevano comunque in videochiamata, indipendentemente da dove fossi fisicamente seduta. Stare in ufficio a Milano per parlare con qualcuno a San Jose non cambiava assolutamente niente.

E nonostante questo, a un certo punto è arrivata la richiesta di tornare almeno tre giorni a settimana in sede. Tre giorni in un ufficio per fare le stesse call che facevo da casa, con le stesse persone che restavano comunque dall’altra parte dell’oceano. È lì che ho iniziato a sospettare che la presenza fisica avesse poco a che fare con il lavoro vero, e molto di più con qualcos’altro.

I numeri italiani raccontano un ritorno a metà

In Italia il quadro è più sfumato di quanto sembri. Secondo l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, nel 2025 i lavoratori da remoto sono circa 3,57 milioni, in lievissima crescita rispetto all’anno prima. Ma la media nasconde due velocità opposte. Nelle grandi imprese il fenomeno tiene benissimo, con 1,945 milioni di persone agili, pari al 53% dei dipendenti. Nel pubblico cresce addirittura dell’11%. Nelle piccole e medie imprese, invece, si torna indietro: dai 570mila smart worker dell’anno prima ai 520mila attuali.

Il potenziale inespresso è enorme: l’Osservatorio stima che il 21% degli impiegati potrebbe svolgere da remoto almeno metà delle proprie attività, circa 6,5 milioni di smart worker possibili contro i 3,57 reali. La distanza tra ciò che si potrebbe fare e ciò che si concede è tutta lì.

Il mondo fa marcia indietro, ma i dipendenti no

Fuori dall’Italia la stretta è più netta. A fine 2025, il 27% delle aziende è tornato al modello interamente in presenza e il 37% impone una qualche forma di rientro obbligatorio, contro il 17% del 2024. Tra le Fortune 100 il cambiamento è ancora più drastico: oggi il 54% dei lavoratori da scrivania è a tempo pieno in ufficio, mentre due anni fa erano appena il 5%, con una media salita a 3,8 giorni in sede contro i 2,6 del 2023.

Il dato che trovo più rivelatore è un altro: nonostante il tempo richiesto in ufficio sia aumentato del 12% tra il 2024 e il 2025, la presenza effettiva è cresciuta solo dell’1-3%. Le persone, semplicemente, non ci vanno. E quando possono, se ne vanno del tutto: otto aziende su dieci ammettono di aver perso talenti a causa delle politiche di rientro. In Italia, tre lavoratori in smart working su quattro si dicono pronti a cercare un altro impiego se il remoto venisse revocato del tutto, e uno studio dell’Università di Pittsburgh ha rilevato che la probabilità di dimissioni cresce del 77% tra i profili più qualificati quando scatta l’obbligo di presenza piena.

La produttività non può essere la scusa

Qui voglio essere netta, perché è il punto su cui passa tutto il ragionamento. Se l’argomento per richiamarci in ufficio fosse la produttività, i dati lo smentiscono in modo imbarazzante. La ricerca più ampia sul lavoro ibrido, condotta da Nicholas Bloom a Stanford, ha mostrato che lavorare da casa due giorni a settimana ha effetto zero sulla produttività e sull’avanzamento di carriera, e riduce del 33% il tasso di dimissioni. Lo stesso Bloom, in uno studio precedente, aveva misurato un aumento delle performance del 13% per chi lavorava da remoto a tempo pieno, complici meno giorni di malattia e un ambiente più tranquillo.

A livello macro, gli economisti notano un’impennata della produttività statunitense proprio a partire dal 2020, esattamente quando il lavoro da casa è esploso. E i lavoratori lo confermano: in un sondaggio internazionale di IWG, il 74% si sente più produttivo, il 76% più motivato e l’85% più soddisfatto con la settimana flessibile. Chiunque dica che torniamo in ufficio “per lavorare meglio” sta scegliendo di ignorare la quasi totalità delle evidenze disponibili.

Allora perché ci richiamano davvero?

Se non è la produttività, cosa rimane? Le ragioni dichiarate dalle aziende sono collaborazione (68%) e cultura aziendale, ma sotto la superficie emerge altro. Circa un terzo dei manager ammette che monitorare i dipendenti era un obiettivo del rientro. Un quarto dei dirigenti e quasi un quinto degli HR confessa di aver sperato che l’obbligo di presenza spingesse spontaneamente qualcuno alle dimissioni, una sorta di taglio del personale silenzioso che evita costi e comunicati. Ho raccontato altrove quanto questi cicli di riorganizzazione siano frequenti e quanto poco abbiano a che fare con le persone, in Licenziamenti e riorganizzazioni.

C’è poi il tema del controllo, che è il vero sospettato numero uno. Uno studio dell’Università di Pittsburgh ha mostrato che le aziende tendono a imporre il rientro dopo cali di Borsa, senza che questo migliori poi le performance: una mossa che parla più di percezione e di potere che di risultati. Si aggiungono gli investimenti immobiliari da giustificare e una certa nostalgia manageriale per la scrivania piena, quella sensazione rassicurante di “vedere” le persone lavorare anche quando vederle non dice nulla sul lavoro che fanno.

Il paradosso dei freelance richiamati in sede

C’è un paradosso che trovo davvero difficile da digerire, e riguarda i freelance. Chiedere a un collaboratore esterno la presenza costante in ufficio è un controsenso quasi comico. Un freelance non è un dipendente: porta con sé portfolio, referenze e una propria struttura legale, e il valore che offre sta nel risultato, non nelle ore passate sotto gli occhi del committente, come ho scritto in Assumere un freelance o un dipendente.

Eppure capita di sentirsi chiedere di andare in sede per partecipare a una call che si sarebbe potuta fare benissimo da casa, magari la stessa call a cui partecipano in video anche i dipendenti seduti due scrivanie più in là. Si paga il tragitto, si perde tempo, si occupa una postazione, tutto per simulare una presenza che non aggiunge niente al lavoro. Per chi, come me, ha scelto la libertà professionale anche per gestire tempo ed energie, è una richiesta che svuota di senso il patto stesso del freelancing, un tema che tocco anche in Freelancing e networking e in L’importanza del benessere al lavoro.

Quando “da remoto” significa “vicino all’ufficio”

L’ultima trovata, quella che mi fa storcere il naso ogni volta, sono gli annunci di lavoro. Leggi “da remoto”, ti entusiasmi, mandi la candidatura, e solo a colloquio inoltrato scopri che in realtà devi risiedere a non troppi chilometri dalla sede, perché “ogni tanto serve passare”. Il remoto diventa così un’etichetta di marketing per attrarre candidati, svuotata però del suo significato. È un piccolo inganno che racconta bene la confusione del momento: le aziende sanno che la flessibilità attira, ma non sono disposte a concederla davvero.

E l’Europa? Ci sta provando, ma una legge vera non c’è ancora

Vale la pena chiarire un punto che spesso viene raccontato male: a oggi non esiste una direttiva o un regolamento europeo vincolante sul lavoro da remoto. Quello che c’è è un cantiere aperto. Le parti sociali europee, sindacati e organizzazioni datoriali, avevano iniziato a negoziare nel 2022 un accordo vincolante su telelavoro e diritto alla disconnessione, ma la trattativa è naufragata nel 2023 perché la parte datoriale ha bloccato l’intesa.

Da lì la Commissione ha ripreso in mano il dossier. A luglio 2025 ha aperto la seconda fase di consultazione delle parti sociali su “telelavoro equo e diritto alla disconnessione”, con risposte attese entro il 6 ottobre 2025. È il passaggio da cui potrebbe nascere una futura direttiva, ma per ora resta una possibilità, non una norma. Nel frattempo, il 2 dicembre 2025 nel settore dell’istruzione è stato firmato un accordo autonomo su telelavoro e disconnessione che ne riconosce il carattere volontario, la parità di trattamento, il rimborso delle attrezzature e gli aspetti di salute e sicurezza: un buon segnale, ma circoscritto a un singolo comparto. Sul fronte nazionale, intanto, paesi come Belgio, Portogallo, Spagna e Francia si sono già dotati di regole sul diritto alla disconnessione. L’Europa, insomma, si sta muovendo nella direzione giusta, solo molto più lentamente di quanto il dibattito lasci credere.

Cosa ci portiamo a casa

La parabola del remoto, da normalità del lockdown a rarità contesa, non si spiega con la produttività, perché i numeri dicono l’opposto. Si spiega con il controllo, con il bisogno di giustificare scelte passate e con una nostalgia gestionale dura a morire. Nel frattempo i lavoratori hanno capito cosa funziona per loro, e una parte è disposta a cambiare azienda pur di tenerselo. Le poche realtà che lo hanno capito, e che trattano la flessibilità come uno strumento e non come una concessione, si ritroveranno tra le mani i professionisti migliori. Le altre continueranno a riempire uffici di persone che, in videochiamata, parlano comunque con qualcuno dall’altra parte del mondo.

Risorse correlate

  • Osservatorio Smart Working, Politecnico di Milano, dati 2025 sui 3,57 milioni di lavoratori agili in Italia: https://www.osservatori.net/comunicato/smart-working/smart-working-italia-numeri-trend/
  • Geopop, “Smartworking in crisi e ritorno in ufficio: cause, dati Eurostat e licenziamento silenzioso delle aziende”: https://www.geopop.it/smartworking-in-crisi-e-ritorno-in-ufficio-cause-dati-eurostat-e-licenziamento-silenzioso-delle-aziende/
  • Fortune, “More than half of Fortune 100 desk workers are mandated to fully return to work”: https://fortune.com/2025/07/18/return-to-office-hybrid-work-fortune-100-companies/
  • Founder Reports, “Essential Return-to-Office Statistics and Trends (2026)”: https://founderreports.com/return-to-office-statistics/
  • Nicholas Bloom, Stanford, “Hybrid work is a win-win-win for companies and workers”: https://news.stanford.edu/stories/2024/06/hybrid-work-is-a-win-win-win-for-companies-workers
  • IMF Finance & Development, Nicholas Bloom, “Working from home is powering productivity”: https://www.imf.org/en/publications/fandd/issues/2024/09/working-from-home-is-powering-productivity-bloom
  • CompanionLink, “Return-to-Office Wars: How Monitoring Data Fueled the 2025 Corporate Revolt”, sui veri motivi del rientro: https://www.companionlink.com/blog/2025/05/return-to-office-wars-how-monitoring-data-fueled-the-2025-corporate-revolt/
  • Panorama, “Smart working addio? Il Back to office accelera anche in Italia, da Stellantis a Palazzo Chigi”: https://www.panorama.it/attualita/economia/smart-working-addio-il-back-to-office-accelera-anche-in-italia-da-stellantis-a-palazzo-chigi
  • Commissione europea, “Commission starts second-stage talks with social partners on right to disconnect and fair telework” (luglio 2025): https://employment-social-affairs.ec.europa.eu/news/commission-starts-second-stage-talks-social-partners-right-disconnect-and-fair-telework-2025-07-25_en
  • Commissione europea, “EU education sectoral social partners sign autonomous agreement on telework and the right to disconnect” (dicembre 2025): https://employment-social-affairs.ec.europa.eu/news/eu-education-sectoral-social-partners-sign-autonomous-agreement-telework-and-right-disconnect-2025-12-02_en