Il superpotere dei freelance: le altre persone
C’è un tipo di silenzio particolare che ti cala addosso quando lavori da sola. Non quello sereno e produttivo che sogni quando sei ancora in un open space e il tuo vicino sgranocchia patatine mentre urla al telefono. L’altro tipo. Quello in cui ti accorgi di non aver parlato con un altro essere umano da quando il postino ha suonato il campanello di casa tua, due giorni fa.
Fare la freelance per me è meraviglioso, liberatorio e incredibilmente stimolante, finché le pareti non iniziano a stringersi. E se ci aggiungi il lavoro da remoto, l’isolamento può diventare minaccioso più in fretta di quanto credi. Nessuno ti avvisa di questo aspetto. I pitch e i post su LinkedIn sull’essere i capi di sé stessi non parlano mai dei pomeriggi di martedì in cui ti senti invisibile a livello professionale e confinata su un’isola deserta a livello personale.
Ma ecco cosa ho imparato, spesso a mie spese: l’antidoto alla solitudine da freelance non è né una nuova app di produttività né un home office più accogliente. La soluzione sono le persone.
La giornata di ieri me lo ha ricordato
Ieri è stata una di quelle giornate che mi hanno davvero ricaricata e voglio raccontarti perché.
È iniziato tutto con una telefonata a una collega di vecchia data. Abbiamo lavorato insieme diversi anni fa e lei è freelance da meno tempo di me. Ci siamo tuffate nel vivo del discorso: un confronto vero, per niente patinato, sulle differenze tra fare libera professione ed essere dipendenti a tempo pieno. I compromessi, i trucchi psicologici, le strategie pratiche che usa per tenere caldo il motore quando gli affari rallentano. (È esattamente il tipo di conversazione che approfondisco nel mio articolo sul dilemma freelance vs. dipendente)
Quello che mi ha colpita di più non è stato un consiglio in particolare, tra quelli che mi ha dato. Ho realizzato quanto si siano chiariti i miei pensieri semplicemente pronunciandoli ad alta voce davanti a qualcuno che li capisce. C’è un conforto diverso nel parlare con una persona che ha attraversato le stesse difficoltà. Non serve spiegare il contesto, né giustificare l’ansia. Lei ha semplicemente annuito (metaforicamente, al telefono) e poi mi ha offerto una prospettiva che ha risollevato il mio mood per tutta la settimana. Una cosa che non ha prezzo.
Dopo, nel tardo pomeriggio, mi sono unita a un piccolo aperitivo in terrazza con un gruppo di ex colleghi del team Kijiji di cui facevo parte. Se hai mai lavorato in un’azienda davvero coesa, sai cosa si prova durante queste rimpatriate. Un misto di calore, nostalgia, osservazioni taglienti sul settore, una dose ben calibrata di pettegolezzi e quel momento in cui tutti nel gruppo giungono alla stessa conclusione nello stesso istante.
Ed è proprio quest’ultima parte che mi ha fatto riflettere. A un certo punto della serata abbiamo iniziato a confrontarci su come ciascuno di noi usa l’AI nel proprio lavoro attuale. Settori diversi, ruoli diversi, strumenti diversi, eppure comportamenti, modalità di adozione e quel disagio umano nell’integrare questi strumenti nella propria identità professionale sono sorprendentemente simili. (Ho scritto un pezzo a parte proprio su questo tema)
La conversazione fluiva libera e senza freni, quella che può nascere solo quando le persone sono rilassate e si fidano l’una dell’altra. Eppure è stato uno degli eventi più ricchi che io ricordi proprio a livello professionale.
La tua rete non è solo un funnel di vendita
Nella cultura dei consigli per freelance c’è la tendenza a trattare la propria rete esclusivamente come uno strumento di business development. Resta in contatto, così arrivano le referenze. Fatti vedere agli eventi, così le persone si ricordano il tuo nome quando salta fuori un contratto. Resta visibile, così i clienti tornano.
Tutto vero, e tutto conta. Ma ridurre la propria rete a un mero meccanismo di generazione di contatti comporta il rischio di perdere di vista il quadro più ampio.
La tua rete è anche la tua intelligence di settore. Le persone con cui resti in contatto sono quelle che ti raccontano cosa succede davvero dentro le aziende, quali strumenti vengono adottati, quali settori si muovono e quali si contraggono. Nessuna newsletter o report di scenario ti dà una visione più completa e aggiornata di una buona conversazione davanti a un drink. Alla fine dell’aperitivo di ieri avevo una lettura molto più dettagliata dello stato attuale del mercato tech italiano di quanta ne avrei ricavata leggendo gli articoli di settore.
Il tuo network è anche la tua rete di supporto per la salute mentale. Suona esagerato, ma il discorso fila. Quando sei freelance, soprattutto da remoto, non c’è un collega che ti intercetta alla macchinetta del caffè e ti chiede come stai. Non c’è quel rumore sociale di sottofondo che accompagna la giornata lavorativa. Devi costruirlo con determinazione e le persone del tuo network sono quelle che fanno la differenza. Una telefonata occasionale, un aperitivo improvvisato, un vocale di qualcuno che ha letto qualcosa che gli ha ricordato te: sono questi piccoli gesti di connessione a tenere in moto gli ingranaggi quando il gioco si fa duro.
E poi sì, certo, la tua rete è anche il posto da cui potrebbe arrivare il tuo prossimo cliente. Ma questo succede in modo più naturale e piacevole quando la relazione non è mai stata solo opportunistica fin dal principio.
Quindi fanne una priorità
Non sto dicendo che occorra diventare una macchina da networking che trasforma ogni interazione sociale in un’occasione di business. È estenuante e, francamente, piuttosto fastidioso per tutti.
Suggerisco questo: trova il tempo per le persone. Vai agli eventi di settore, anche quelli che sembrano superflui. Di’ sì al caffè senza un’agenda prestabilita. Manda il messaggio alla persona con cui volevi sentirti da tre mesi. Unisciti all’aperitivo in terrazza.
Fallo non perché porterà necessariamente un nuovo progetto (anche se potrebbe succedere), ma perché restare connessi a una comunità professionale ti mantiene ancorata alla realtà. Ti mantiene curiosa. Ti mantiene sana di mente. Quando sei freelance, l’isolamento è un rischio del mestiere, e la connessione è l’unico vero rimedio.
La vita da freelance richiede molti sforzi. Regalati la possibilità di non affrontarli da sola.
Un ringraziamento meritato
Ieri non sarebbe stata la stessa cosa senza le persone presenti. A Barbara, grazie per la telefonata, per l’onestà e per i consigli pratici che hai condiviso con tanta apertura. Mi hai ricordato che i periodi difficili vanno attraversati e che parlarne ad alta voce significa aver già fatto metà del lavoro. A Marco, Gianni, Roberto, Francesco e Katia: grazie per l’aperitivo in terrazza, la conversazione, le risate e il promemoria che certe amicizie professionali invecchiano bene, come il buon vino. State tutti facendo cose interessantissime e sono fortunata ad essere ancora in contatto con voi.
Risorse correlate
Questi articoli e studi hanno contribuito a plasmare parte del contenuto di questo post e vale la pena approfondirli:
- Loneliness Is a Growing Workplace Crisis — Harvard Business Review su come l’isolamento sul lavoro influisce sulle performance, sulla creatività e sul benessere, con implicazioni per chi lavora da remoto o in autonomia.
- Buffer’s State of Remote Work — Il report annuale di Buffer identifica costantemente la solitudine come una delle principali sfide per chi lavora da remoto. Un buon ancoraggio basato sui dati per le realtà emotive del lavoro da casa.
- The Hidden Value of Weak Ties — Uno studio di riferimento pubblicato su Science che mostra come conoscenze e legami professionali deboli, non solo le amicizie strette, siano sproporzionatamente preziosi per le opportunità di carriera e per il flusso di informazioni. Esattamente il motivo per cui quell’aperitivo conta.
- Freelancing in Europe 2023 — Malt x BCG Report — Uno sguardo approfondito sullo stato del freelancing in Europa, con dati sulle sfide, sull’andamento dei redditi e sulla crescente preferenza per i modelli di lavoro ibridi.
- The Loneliness of the Long-Distance Freelancer — La sezione lavoro del Guardian ha raccontato a lungo del costo psicologico del lavoro da remoto. Vale la pena spulciarla per trovare altri racconti personali che rispecchiano l’esperienza qui descritta.

