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Il turismo si muove col cibo

Il turismo si muove col cibo

Quest’estate il modo di viaggiare racconta una storia diversa dal solito. Non più solo monumenti e itinerari fitti di tappe da spuntare su una lista, ma soste tra gli scaffali di un supermercato o tra i banchi di un mercato di quartiere. Il Corriere della Sera lo ha chiamato “snackpacking”, una parola che fonde snack e backpacking e che descrive una vacanza in cui il cibo di tutti i giorni, comprato o assaggiato per strada, diventa la vera bussola del viaggio.

Cosa dicono i numeri sullo snackpacking di Millennial e Gen Z

Le cifre raccontano un cambiamento netto nei comportamenti di chi parte. Secondo alcune ricerche recenti, l’89% di Millennial e Gen Z considera il cibo uno degli strumenti principali per conoscere un territorio, e per nove giovani su dieci è proprio il palato a orientare la scelta della meta. Circa sei turisti su dieci acquistano abitualmente snack locali quando sono all’estero, e oltre il 75% si dice pronto a modificare un itinerario pur di raggiungere un luogo scoperto sui social. Non sorprende che sia nato persino un hashtag dedicato ai minimarket 7-Eleven, #711, capace di trasformare una catena di convenience store in una meta fotografica.

Supermercati e minimarket come nuove tappe di viaggio

Il fenomeno ribalta una gerarchia che sembrava consolidata. Prima veniva il monumento, poi, forse, un assaggio locale. Oggi mercati rionali, forni di quartiere e persino corsie di un supermercato diventano il punto di osservazione privilegiato sulle abitudini quotidiane di una popolazione. È una forma di curiosità che si intreccia con la digitalizzazione del turismo: i social hanno reso visibili luoghi che prima restavano fuori da ogni guida, e questo ha spinto i flussi turistici anche verso zone meno centrali o città minori.

La mia spesa da viaggio: ortomercato, filiera corta e mercati rionali

Riconosco che questa tendenza mi somiglia, almeno in parte. Quando viaggio, o anche solo quando faccio la spesa a casa, preferisco l’ortomercato, i banchi di Campagna Amica e i prodotti a filiera corta: mi piace sapere da dove arriva quello che porto in tavola, e i mercati rionali restano il mio posto preferito per farlo. Ogni tanto entro anche nei piccoli market etnici del quartiere, ma per ragioni pratiche più che esplorative: sono aperti fino a tardi e nei festivi, quando tutto il resto è chiuso. C’è poi la Lidl, dove vado volentieri proprio per le settimane a tema dedicate a singole nazioni: lì amo curiosare tra prodotti che di solito non troverei altrove, anche se resta un dubbio che non riesco a togliermi, ovvero se quei sapori raccontino davvero una cucina o siano soltanto una trappola ben confezionata per turisti, spostata dentro un punto vendita qualsiasi. Devo ammettere, con un po’ di autoironia, che in un caso come nell’altro finisco quasi sempre per comprare ciò che già conosco, un’abitudine che stona un po’ con lo spirito avventuroso dello snackpacking, ma che forse racconta meglio di tante statistiche come funziona davvero la voglia di scoprire di ognuno, fatta di slanci e di piccole zone di comfort.

Tra street food e tradizione: le tendenze italiane da seguire

In Italia lo snackpacking si intreccia con un movimento più ampio, quello dello street food d’autore, che negli ultimi anni ha smesso di essere solo uno spuntino economico per diventare un racconto identitario. Tra le mete italiane più citate compaiono Lecce, con il pasticciotto e il rustico delle pasticcerie storiche, Catania, dove la tavola calda si assaggia ai chioschi della Pescheria, Verona, tra cicchetti e pastissada de caval nei mercati locali, Genova, con focaccia e farinata nei caruggi, Bologna, con mortadella e crescentine nel Quadrilatero, oltre a Viterbo e Perugia, tra porchetta, torta al testo e cioccolato artigianale.

Anche il panino gourmet segue questa direzione: a Milano, in Toscana e soprattutto al Sud, format come PUOK a Napoli reinterpretano ricette di casa con ingredienti selezionati e lievitazioni lunghe. La guida Street Food 2026 di Gambero Rosso, che segnala quasi 700 indirizzi, fotografa bene questa doppia anima del settore: da una parte i “campioni regionali” che custodiscono un’eredità da tramandare, dall’altra chef con curricula da alta cucina che scelgono formule più leggere e contaminazioni internazionali. È un equilibrio che ricorda, per certi versi, quello descritto in Gen Z, la lezione delle nonne: la generazione più giovane guarda al passato non per nostalgia, ma per trovare autenticità in un presente pieno di alternative.

Cosa significa per i territori che accolgono questi viaggiatori

I dati, qui, pesano anche sul piano economico. Il turismo enogastronomico italiano ha generato nel 2024 circa 12,6 miliardi di euro, il 9% in più rispetto all’anno precedente, mentre lo street food nel suo complesso è atteso crescere del 5,5% l’anno fino al 2028. A livello globale, il mercato del turismo culinario potrebbe sfiorare i 1.230 miliardi di dollari entro la fine del 2026. Dietro queste cifre c’è un effetto collaterale positivo per i territori: chi cerca il “cuore quotidiano” di un luogo, come lo ha definito Rosa Giglio di BWH Hotels, finisce per visitare anche quartieri periferici e centri minori, alleggerendo la pressione sulle solite mete da cartolina.

Un modo diverso di raccontare un luogo

Alla fine, lo snackpacking sembra una versione aggiornata di un’idea antica: un luogo si capisce meglio attraverso i piatti che la gente prepara ogni giorno, non solo attraverso le vetrine pensate per chi visita. Che si tratti di un pasticciotto leccese o di una marca già conosciuta scelta al minimarket etnico sotto casa, la sostanza non cambia: certe vacanze cominciano proprio da un carrello della spesa.

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