Perché i domini sloveni .si sono diventati improvvisamente richiesti
Fino a qualche settimana fa il dominio nazionale sloveno .si interessava soprattutto agli sloveni, cioè circa 2,1 milioni di persone. Poi Donald Trump ha deciso che “artificial” fa sembrare l’intelligenza delle macchine qualcosa di finto. Il 22 settembre, all’Assemblea generale dell’ONU, ha annunciato che gli Stati Uniti avrebbero adottato la formula “super intelligence”, abbreviata in SI. Il 29 settembre ha firmato un ordine esecutivo che impone alle agenzie federali di usare “Super Intelligence” e “SI” nei documenti, nei siti e nelle comunicazioni ufficiali.
L’effetto si è visto subito sul registro sloveno. Secondo i dati di Register.si riportati da AGI, in 24 ore sono arrivate oltre 3.700 nuove registrazioni .si, contro poco più di 3.500 nell’intero mese precedente. Il totale dei domini attivi ha superato quota 200.000 (Euronews parla di oltre 220.000). La portavoce del registro, Klara Herman, ha descritto un aumento forte ma stabile delle richieste, e il registro stesso ha invitato aziende e titolari di marchi a muoversi in fretta.
Netcraft, società di sicurezza informatica, ha notato che le registrazioni avevano iniziato a salire già intorno al 19 settembre, in coincidenza con un sondaggio pubblicato da Trump su Truth Social. Alcuni nomi, come donaldjtrump.si, sono finiti quasi subito in vendita sul mercato secondario.
Il precedente di .ai e il fascino delle sigle nazionali
Il copione è noto. Anguilla, isola caraibica di circa 16.000 abitanti, ha visto esplodere la domanda per il suo .ai dopo il lancio di ChatGPT. Secondo i documenti di bilancio citati da AGI, nel 2025 le registrazioni hanno fruttato circa 85 milioni di dollari, e nel 2026 dovrebbero valere quasi il 40% delle entrate non fiscali del governo. Prima ancora c’erano stati .tv di Tuvalu, amato dalle piattaforme video, e .me del Montenegro, diventato l’estensione dei siti personali.
Capisco l’attrazione: un dominio che “si legge” come una parola o una sigla di settore è un piccolo colpo di marketing, costa poco e risolve il problema del .com già occupato. Il guaio è che un’estensione nazionale non è un adesivo neutro. Si porta dietro un Paese, le sue regole e la sua reputazione, e in materia di posizionamento lo trovo un azzardo.
Come Google tratta un dominio nazionale come .si
Per Google un ccTLD, cioè il dominio di primo livello di un Paese, è un segnale forte: dice a utenti e motori di ricerca che il sito si rivolge esplicitamente a quella nazione. Lo scrive nero su bianco la documentazione di Google Search Central sui siti multiregionali.
Esiste però un’eccezione. Google tiene un elenco di una ventina di estensioni “vanity” che tratta come generiche, senza associarle al Paese d’origine: tra queste ci sono .io, .co, .me, .tv e, dal 2023, anche .ai. Quando .ai è entrato nella lista, Gary Illyes di Google ha commentato che da quel momento sarebbe stato un po’ più difficile posizionarsi su Anguilla.
Né .si né .ly compaiono in quell’elenco. Significa che oggi un sito .si viene interpretato come rivolto alla Slovenia, e un .ly alla Libia. Per giunta il vecchio rapporto di targeting internazionale di Search Console, che permetteva di correggere a mano il Paese di riferimento, è stato ritirato: restano hreflang, lingua, indirizzi e link locali, ma il segnale del dominio pesa ancora. Google potrebbe aggiungere .si alla lista in futuro, come ha fatto con .ai, ma nessuno può garantirlo, e costruire una strategia su un’ipotesi non mi sembra prudente. La ricerca sta già cambiando sotto i nostri piedi, come ho raccontato in Google cambia, i clic calano, e aggiungere un’altra variabile non serve.
Fiducia e memoria: cosa dicono gli studi sulle estensioni
C’è poi la percezione delle persone. In un esperimento di GrowthBadger su 1.500 partecipanti, a cui è stato mostrato un dominio inventato con estensioni diverse, il .com ha ottenuto il punteggio di fiducia più alto (3,5 su 5) e il 44% lo ha ricordato correttamente, contro il 33% del .co. Tra chi aveva memorizzato il nome giusto ma sbagliato l’estensione, 57 persone hanno scritto .com, quasi quattro volte più della seconda scelta.
Anche il sondaggio ICANN del 2015 su oltre 6.000 utenti va nella stessa direzione: i domini consolidati e quelli nazionali godono di una fiducia vicina al 90%, mentre le estensioni nuove si fermano al 49%. Il pubblico, insomma, tende a tornare al .com per abitudine, e un .si letto come “super intelligence” rischia di essere digitato come qualcos’altro.
Il caso .ly: quando il Paese dietro il dominio diventa un problema
Ho visto le conseguenze da vicino. Un mio cliente, la cui ragione sociale termina in “ly”, non ha trovato libero il .com e ha optato per il .ly libico, che sembrava cucito su misura. Una scelta brillante sulla carta, che invece gli ha procurato problemi, perché la Libia è un Paese sottoposto a sanzioni.
Dal 26 febbraio 2011, con la risoluzione 1970, il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha imposto alla Libia un embargo sulle armi, congelamenti di beni e divieti di viaggio, e ha deferito la situazione alla Corte penale internazionale per le violenze contro i civili. L’Unione europea ha aggiunto nel tempo persone ed entità alla propria lista per abusi dei diritti umani e violazioni dell’embargo, e gli Stati Uniti mantengono un programma di sanzioni attivo, aggiornato anche lo scorso 30 settembre. Non si tratta di un embargo totale, quindi un .ly non è illegale, ma la parola “Libia” accende spie nei sistemi di controllo di banche, piattaforme e fornitori.
Pesano anche le regole del registro. Il regolamento di NIC.LY vieta nomi contrari alla legge libica o alla morale islamica e si riserva il diritto di sospendere o cancellare un dominio in qualsiasi momento, anche su ordine di un tribunale libico. Non è teoria: nel 2010 le autorità hanno chiuso vb.ly, un URL shortener dai contenuti per adulti, e nel 2011, durante la guerra, il servizio Letter.ly ha perso il proprio dominio perché il registrar locale era irraggiungibile, finendo per trasferirsi su letterly.net. Della dipendenza da una giurisdizione straniera ho parlato anche in Microsoft, la Svizzera si sfila.
Cosa valutare prima di comprare un dominio nazionale
Il .si non ha il bagaglio geopolitico del .ly, e la Slovenia è un Paese dell’Unione europea. Ma la lezione resta valida. Prima di innamorarsi di una sigla, conviene chiedersi se Google tratta quell’estensione come generica o nazionale, quali condizioni impone il registro, che cosa succede se il Paese cambia regole o finisce sotto sanzioni, e se il proprio pubblico la ricorderà o tornerà d’istinto al .com.
Personalmente preferisco un .com con un nome un po’ meno elegante, o un dominio italiano se il mercato è qui, a un’estensione esotica che dipende dall’umore di un presidente americano. La moda della super intelligence potrebbe durare quanto il “Golfo d’America”, mentre il dominio, con i suoi effetti sul posizionamento, resta.
Risorse correlate
- I domini internet sloveni sono diventati improvvisamente molto richiesti, Il Post
- Il rebranding dell’IA di Trump fa aumentare le richieste di domini .si sloveni, Euronews
- Trump, IA e domini sloveni, AGI
- Trump’s renaming of AI to super intelligence may spark a gold rush for Slovenia’s .si domain, Cybernews
- A typo and a Slovenian domain rush overshadow Trump’s “Super Intelligence” rebrand, The Deep Dive
- Managing multi-regional and multilingual sites, Google Search Central
- Google now treats .ai domains as generic top-level domains, Search Engine Land
- Domain extensions experiment (TLD study), GrowthBadger
- ICANN survey: .com still king, but new TLDs have a chance, Domain Name Wire
- Risoluzione 1970 del Consiglio di sicurezza ONU sulla Libia, Security Council Report
- Libya sanctions, OFAC, U.S. Department of the Treasury
- Libya: EU imposes additional sanctions for human rights abuses and arms embargo violations, ReliefWeb
- Regulations, NIC.LY
- .LY domain becomes victim to Libyan unrest, Goldstein Report

