Colloqui di lavoro con l’AI: la mia esperienza, tra sensazioni e dati
Negli ultimi mesi ho avuto diversi colloqui di lavoro condotti da un’intelligenza artificiale. Niente recruiter in carne e ossa, solo una voce sintetica che fa domande, ascolta, riassume e ringrazia. Un’esperienza che consiglio di provare almeno una volta, se non altro per capire in che direzione sta andando la selezione del personale. Ne sono uscita con impressioni contrastanti e sono andata a spulciare ricerche e numeri per capire se la mia sensazione fosse solo mia o facesse parte di un fenomeno più ampio. Spoiler: è un fenomeno molto diffuso. Secondo il report 2026 di Greenhouse, il 63% dei candidati americani ha già sostenuto almeno un colloquio con l’AI.
Meno emozione, nel bene e nel male
La prima cosa che ho notato: si è meno agitati. Dall’altra parte non c’è una persona che ti giudica in tempo reale, e lo sai. Il rovescio della medaglia è che manca tutto il resto: il contatto visivo, le espressioni del viso, la mimica, quei microsegnali che ti dicono se stai andando nella direzione giusta o se è il caso di cambiare rotta. Chi ha letto il mio articolo su l’arte sottile di influenzare sa quanto conti la comunicazione non verbale in una conversazione professionale. Con un bot, quel canale è del tutto assente.
La ricerca conferma che questo vuoto pesa. Uno studio pubblicato su Frontiers in Psychology su 755 persone in cerca di lavoro ha individuato nella “presenza sociale” il fattore chiave che collega la struttura del colloquio AI all’attrattività dell’azienda: quando il sistema riesce a sembrare più umano, trasparente e informativo, il candidato valuta meglio tutta l’esperienza. Quando non ci riesce, l’effetto è quello che ho provato io.
Le pause che l’AI non sa leggere
C’è poi un dettaglio che ho trovato quasi paradossale. L’AI non ti interrompe mentre parli, cosa che molti recruiter umani dovrebbero imparare. Però se ti fermi qualche secondo per cercare la parola giusta, il sistema interpreta il silenzio come una risposta conclusa e riparte con la domanda successiva. Ti taglia proprio nel momento in cui stavi per dire la cosa migliore. Un intervistatore in carne e ossa capisce dallo sguardo che stai riflettendo; un modello vocale, almeno per ora, no.
Rinforzo positivo per tutti, feedback per nessuno
Altra costante delle mie chiamate: l’AI riassume e conferma qualunque cosa tu dica. “Ottimo punto”, “grazie per questa risposta così completa”. Un incoraggiamento continuo, però, che non distingue: se vai fuori tema o non centri la domanda, nessuno te lo segnala. I riscontri, quando arrivano, sono asciutti e sintetici, e alla fine non capisci se è andata bene oppure no.
Anche qui i numeri mi danno ragione. Nello studio di Frontiers, l’informatività del feedback risulta uno dei tre elementi di design che determinano la qualità percepita dell’esperienza, insieme ai tratti umani dell’interfaccia e alla trasparenza delle decisioni. E secondo Greenhouse, il 39% dei candidati vorrebbe sapere con quali criteri viene valutato, mentre il 38% chiede la garanzia che un essere umano riveda le valutazioni prodotte dalla macchina.
Quando la connessione balla, il colloquio muore
Un problema tecnico durante un colloquio tradizionale si gestisce: ci si richiama, ci si riorganizza. Con il bot no. Se la connessione salta o il sistema si blocca, la conversazione cade nel vuoto e nessuno ti ricontatta. Tempo perso, punto. È una delle ragioni per cui, sempre secondo il report di Greenhouse, il 38% dei candidati ha abbandonato processi di selezione che prevedevano colloqui automatizzati.
Il ghosting non è un difetto solo umano
Pensavo che almeno su questo le macchine avrebbero fatto meglio di noi: rispondere. E invece il 51% di chi completa un colloquio con l’AI non riceve mai un esito, secondo i dati Greenhouse ripresi anche da Fortune via Yahoo Finance. La mia esperienza rientra perfettamente nella statistica: in molti casi, dopo la chiamata, silenzio totale. Del ghosting dei datori di lavoro, e di quanto costi anche a loro in termini di reputazione, ho già scritto in The job hunter’s heartbreak: a quanto pare, delegare le chiamate a un bot non ha risolto il problema. La chief people officer di Greenhouse, Sharawn Tipton, la descrive così: i candidati si sentono “elaborati informaticamente invece che considerati”.
Cosa dice la ricerca accademica
Uno studio sperimentale pubblicato su Humanities and Social Sciences Communications (gruppo Nature) ha misurato l’effetto dei colloqui AI sulla voglia di candidarsi: chi si aspetta un’intervista automatizzata mostra un’intenzione di candidatura significativamente più bassa rispetto a chi si aspetta una videochiamata con una persona (5,72 contro 6,13 su una scala a 7 punti). Il motivo è presto detto: il colloquio automatizzato viene percepito come meno equo dal punto di vista procedurale e rende l’azienda meno attraente.
Il contraddittorio: forse funziona meglio di quanto pensiamo
Onestà intellettuale: ho trovato anche evidenze che vanno nella direzione opposta alle mie impressioni. Il più grande esperimento sul campo mai condotto sul tema, “Voice AI in Firms” di Brian Jabarian e Luca Henkel, ha coinvolto circa 70.000 candidature reali. I risultati sorprendono: i colloqui condotti dall’AI vocale hanno aumentato le offerte del 12%, gli ingressi effettivi in azienda del 18% e la permanenza a 30 giorni del 17%. Potendo scegliere, il 78% dei candidati ha preferito il bot al recruiter umano. E le lamentele per discriminazione di genere sono scese dal 5,98% al 3,30%.
Sul fronte bias, la mia impressione durante le chiamate è stata proprio questa: l’AI sembra meno parziale, apparentemente libera da pregiudizi. L’esperimento sul campo mi dà in parte ragione, visto che le discriminazioni misurate sono diminuite, anche se i candidati intervistati da Greenhouse le percepiscono in misura simile tra selezionatori umani e artificiali. E un dato mi ha colpita più di tutti: solo il 19% dei candidati vorrebbe meno intelligenza artificiale nei processi di selezione. La maggioranza chiede piuttosto più trasparenza e più supervisione umana. Il tema, insomma, riguarda la qualità dell’implementazione, un territorio dove servono competenze che vanno oltre il codice, come ho raccontato in Philosophers and humanists for AI.
La mia conclusione
Alla fine di ogni chiamata con il bot mi è rimasta addosso una sensazione di sospensione: nessuna impressione precisa, nessuna emozione da portare a casa, nemmeno la sana delusione di un colloquio andato male. I dati dicono che questi strumenti possono funzionare, e in certi contesti persino meglio delle persone. Ma finché mancheranno trasparenza sui criteri, gestione degli imprevisti e un riscontro degno di questo nome, per chi sta dall’altra parte dello schermo resterà un’esperienza a metà.
Risorse correlate
- 2026 Candidate AI Interview Report, Greenhouse
- Why might AI-enabled interviews reduce candidates’ job application intention? Humanities and Social Sciences Communications (Nature)
- Perceived AI interview design and organizational attractiveness, Frontiers in Psychology
- Voice AI in Firms: A Natural Field Experiment on Automated Job Interviews, Brian Jabarian e Luca Henkel, SSRN
- Nearly 4 in 10 job candidates have bailed on a hiring round because it required an AI interview, Fortune via Yahoo Finance

