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Anni ’90 sì, ma senza gadget

Anni ’90 sì, ma senza gadget

Gadget anni ’90 sulle scrivanie: iPod, Tamagotchi e mini console

Tra un monitor ultrawide e una tastiera meccanica stanno ricomparendo oggetti che credevamo archiviati: Tamagotchi, piccoli cabinati da sala giochi, registratori a cassetta e soprattutto iPod. Ne parla Everyeye in un pezzo dedicato al ritorno dei gadget anni ’90 e primi Duemila nelle postazioni di uffici e negozi. Un’osservazione mi ha colpito: a comprarli sono soprattutto persone cresciute in quel decennio, a caccia di un frammento d’infanzia da tenere accanto al portatile.

I produttori hanno fiutato l’aria. Bandai ha rilanciato l’uovo di plastica più famoso con nuove edizioni. L’ultima, Tamagotchi Paradise, è uscita nel luglio 2025, proprio mentre il marchio superava i 100 milioni di unità dal 1996. Panic, con la sua Playdate a manovella, ha aperto un segmento di mini console che va dall’emulazione retrò ai giochi originali. È cambiato però lo scopo. Allora il Tamagotchi serviva a divertirsi e a imparare a prendersi cura di qualcosa. Oggi si colleziona, oppure si accudisce tra una call e l’altra.

Il ritorno dell’iPod tra Gen Z e modding

Il caso più curioso è quello dell’iPod. Apple ha chiuso la linea nel 2022 togliendo dal listino l’iPod touch. Eppure, secondo Axios, nel 2025 le ricerche su eBay per l’iPod Classic sono cresciute del 25% rispetto all’anno precedente, e quelle per il Nano del 20%. Su Facebook Marketplace un Classic usato passa di mano a circa 100 dollari, mentre un esemplare ricondizionato può arrivare a 350.

Intorno a questi lettori è nata una piccola cultura del repurposing. Il vecchio hard disk viene sostituito con una memoria flash e la batteria con una nuova. Qualcuno installa firmware alternativi come Rockbox per leggere formati che Cupertino non ha mai supportato. A spingere il fenomeno sono in gran parte ragazze e ragazzi della Gen Z, che di quei dispositivi non hanno alcuna memoria diretta.

Perché i dispositivi a funzione unica attirano chi è stanco degli schermi

La spiegazione più convincente arriva da Cal Newport, autore di Digital Minimalism: la tecnologia di allora era “single-purpose”, cioè faceva una cosa sola. Un lettore MP3 suona musica e basta: niente notifiche, niente feed, nessun algoritmo che suggerisce il passo successivo. Libby Rodney, di The Harris Poll, collega questa moda al cosiddetto “friction-maxxing”, cioè alla ricerca deliberata di un po’ di attrito in un’esperienza digitale diventata fin troppo fluida.

L’autore dell’articolo di Everyeye porta un esempio personale. Possiede un iPad ma non ci ha mai finito un libro, mentre sul Kindle base, che permette solo di leggere, i romanzi li divora. È lo stesso bisogno di quiete di cui ho scritto parlando del design del silenzio e del tentativo di vivere con meno schermo e più presenza.

Cosa mi manca davvero degli anni ’90

Quel decennio l’ho attraversato da ventenne, e qualcosa mi manca, eccome. Prima di tutto la musica, che adesso ritrovo nelle casse dei supermercati, tra il banco frigo e gli scaffali dei detersivi, e che mi coglie sempre un po’ alla sprovvista. Poi la giovinezza, ovviamente, che nessun apparecchio rimesso a nuovo può restituire.

La tecnologia di allora, invece, non la rimpiango. Cavi, custodie, pile da cambiare e supporti da conservare non mi mancano affatto. Mi tengo stretta l’essenzialità odierna, che per me coincide con l’assenza di oggetti fisici: la musica arriva in streaming, il resto sta nel cloud e il piano di lavoro rimane sgombro. Mi è successo lo stesso con le tastiere fisiche, che dopo la parentesi raccontata parlando di BlackBerry non ho mai più desiderato.

Due strade diverse verso la stessa semplicità

A pensarci, la Gen Z con l’iPod e io con lo streaming inseguiamo lo stesso obiettivo: meno rumore. I più giovani lo trovano in un dispositivo che svolge un solo compito e lo svolge bene. Io lo trovo nell’immaterialità di un servizio che non occupa spazio e non chiede manutenzione. Entrambe le scelte hanno un costo. Chi preferisce il lettore dedicato rinuncia alla comodità, chi si affida alle piattaforme rinuncia al possesso, perché la musica in abbonamento si ascolta ma non si ha.

Il mercato discografico italiano tra streaming e vinile

I numeri italiani confermano che le due spinte convivono. Secondo FIMI, nel 2025 il mercato discografico ha raggiunto 513,4 milioni di euro, il doppio del 2019, superando perfino gli incassi del cinema. Lo streaming vale circa due terzi del totale, ma anche il fisico corre: 74,7 milioni (+21,9%), con il vinile in crescita del 24,2% e persino il CD a +15,1%.

Per molti, quindi, disco e lettore restano un legame affettivo prima ancora che un formato. Per me rimangono un ricordo, piacevole da ritrovare in sottofondo mentre spingo il carrello, ma che non sento alcun bisogno di riportare a casa.

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