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Acqua: niente più fardelli?

Acqua: niente più fardelli?

Dal 2030 niente più fardelli di plastica per l’acqua: la legge, i dati, il futuro del packaging

Qualche settimana fa ero al supermercato sotto casa, davanti allo scaffale dell’acqua, e ho sentito due persone discutere se da agosto si sarebbero trovate solo bottiglie singole. Una diceva che l’Unione Europea aveva già vietato i pacchi da sei. L’altra rispondeva che no, si trattava del 2030. Avevano ragione entrambe a metà, ed è proprio da qui che voglio partire: il tema del packaging sostenibile è pieno di titoli allarmistici e di scadenze confuse, mentre la realtà normativa merita qualche minuto in più per essere capita davvero.

La notizia che gira sui social e quella vera

Da un mese circola la storia secondo cui, dal 12 agosto 2026, spariranno i multipack d’acqua e resteranno solo le bottiglie vendute una alla volta. Non è così. Quella data segna l’entrata in vigore del Regolamento UE 2025/40, conosciuto come PPWR (Packaging and Packaging Waste Regulation), ma riguarda soprattutto le sostanze chimiche negli imballaggi a contatto con gli alimenti e i controlli che i produttori devono effettuare. Il fardello con la maniglia che troviamo al supermercato resta esattamente dove sta, almeno per ora.

Cosa dice davvero la legge sui fardelli

La regola che ha fatto scattare l’allarme esiste, ma ha una data diversa: il 1° gennaio 2030. L’articolo 25 del regolamento, insieme all’allegato V, introduce il divieto di imballaggi secondari in plastica destinati a raggruppare i prodotti al punto vendita, come la classica pellicola che tiene insieme sei bottiglie. C’è però un’eccezione rilevante: restano fuori dal divieto gli imballaggi necessari a facilitare trasporto e movimentazione della merce, e proprio qui il fardello del supermercato potrebbe rientrare. La Commissione Europea ha anche chiarito che gli imballaggi compositi, per esempio quelli a base di cartone, sfuggono al divieto se la plastica pesa meno del 5% del peso totale della confezione. Un fardello soprattutto di cartone, con una minima parte di film plastico, potrebbe quindi salvarsi lo stesso.

La parte più sorprendente, e meno raccontata, è che la Commissione deve ancora specificare nel dettaglio quali imballaggi resteranno vietati e quali no, con una decisione attesa entro il 2027. Le imprese del settore stanno facendo pressione per cancellare del tutto la misura, quindi il divieto potrebbe anche non entrare mai in vigore così come lo conosciamo oggi.

I numeri del regolamento che contano di più

Oltre al capitolo fardelli, il PPWR fissa obiettivi più ampi e meno discussi in pubblico. Ogni stato membro dovrà ridurre i rifiuti da imballaggio pro capite del 5% entro il 2030, del 10% entro il 2035 e del 15% entro il 2040. Per il trasporto, l’e-commerce e gli imballaggi raggruppati, lo spazio vuoto nelle confezioni non potrà superare il 50% entro il 2030: un modo diretto per colpire quelle scatole enormi con dentro un oggetto piccolo, che tutti abbiamo ricevuto almeno una volta. Entro lo stesso anno, salvo eccezioni per il trasporto di merci pericolose, tutti gli imballaggi dovranno essere riciclabili per progettazione. Sul fronte bottiglie, dal 2029 arriverà anche un sistema di cauzione, ma solo nei paesi che non riescono a raccogliere almeno il 90% delle bottiglie di plastica: in Italia, dove i tassi di raccolta sono già alti, la misura potrebbe non essere necessaria.

Chi si è già mosso, senza aspettare Bruxelles

Alcune aziende italiane hanno anticipato la direzione della norma di anni. Sanpellegrino ha lavorato sul lightweighting, riducendo il peso del vetro e della plastica delle proprie bottiglie, ed è stata la prima realtà italiana a lanciare una bottiglia in plastica riciclata al 100%, con l’obiettivo di arrivare in media al 50% di rPET entro il 2025. Levissima segue una strada simile, con bottiglie interamente in PET riciclato. Il CONAI, il consorzio nazionale imballaggi, premia da otto edizioni i progetti di eco-design più efficaci: solo l’ultimo bando ha ricevuto oltre trecentoventi proposte, con benefici complessivi stimati in un 28% di emissioni di CO2 in meno, un 21% di energia risparmiata e un 10% di acqua utilizzata in meno lungo la filiera.

Anche il mondo delle bevande gassate racconta qualcosa di simile: ne avevo parlato in un articolo su un impianto abruzzese di imbottigliamento, dove il recupero dell’acqua usata per il lavaggio dei filtri ha permesso di risparmiare oltre cinque milioni di litri in un anno, e dove ogni bottiglia di plastica del portafoglio è già realizzata con PET riciclato al 100%. Sono segnali che la sostenibilità nel packaging non nasce solo dagli obblighi europei, ma spesso li anticipa per ragioni industriali molto concrete.

La ricerca che guarda oltre il PET riciclato

Il riciclo resta la strada più matura, ma la ricerca sta lavorando su alternative che potrebbero cambiare radicalmente i materiali da scaffale. Le bioplastiche ottenute da amido di mais, fecola di patate o canna da zucchero sono già la soluzione su scala più promettente tra quelle rinnovabili. Aziende come la svizzera Mycrobez e l’americana Ecovative stanno sviluppando compositi a base di micelio, il tessuto radicale dei funghi, biodegradabili al 100% e pensati come alternativa al polistirolo per gli imballaggi da trasporto. Biosampak ha invece messo a punto un film completamente compostabile ricavato da fibre di legno, smaltibile persino nel compost domestico. In Italia, la startup IUV lavora su pellicole edibili e biodegradabili capaci di rallentare la formazione di muffe e batteri, allungando la vita degli alimenti senza bisogno di plastica.

Le alghe, la carta, e altre idee arrivate da fuori

Fuori dai confini italiani, alcuni progetti hanno già raggiunto una scala interessante. Notpla, startup fondata da due ricercatori dell’Imperial College di Londra, produce un materiale ricavato dalle alghe brune: una risorsa che cresce rapidamente, non entra in competizione con le colture alimentari e può essere impiegata per rivestimenti, pellicole e persino capsule commestibili, le Ooho balls diventate note alla maratona di Londra. Just Eat ha già adottato soluzioni Notpla per il packaging del delivery. Sul fronte bevande, sia Coca-Cola sia Carlsberg stanno investendo in rivestimenti a base di zucchero per bottiglie di carta, un tentativo concreto di sostituire il PET nelle categorie dove la plastica sembrava insostituibile.

Perché il packaging su misura pesa più di quanto sembri

Tra le leve meno raccontate della sostenibilità nel packaging c’è la personalizzazione. Una scatola pensata esattamente per le dimensioni del prodotto, invece di un formato standard con mezzo pacco d’aria dentro, risponde già oggi a quello stesso principio che il PPWR imporrà per legge sullo spazio vuoto entro il 2030. È il modello su cui lavora Packly, che permette di ordinare imballaggi su misura partendo da un solo pezzo, con carta di pura cellulosa certificata FSC e PEFC proveniente da foreste gestite responsabilmente, e con una produzione alimentata al 100% da energia rinnovabile. Per un brand emergente, poter scegliere formati precisi e materiali riciclabili, senza doversi impegnare in tirature enormi, significa ridurre gli scarti prima ancora che la legge lo richieda. È lo stesso principio che avevo toccato parlando di Made in Italy e racconto del prodotto: la cura nei dettagli, packaging incluso, resta un fattore competitivo tanto quanto un obbligo normativo.

L’incognita che in pochi raccontano

Vale la pena ripeterlo, perché cambia la prospettiva su tutto il resto dell’articolo: il divieto dei fardelli non è ancora definitivo. La Commissione deve chiarire i dettagli entro il 2027; le aziende del settore stanno facendo lobbying per cancellarlo e l’eccezione relativa al trasporto potrebbe, di fatto, svuotare la norma. Chi promette che, dal 2030, le confezioni multiple spariranno del tutto sta anticipando un esito che nessuno può ancora garantire.

Cosa possiamo fare già oggi

Aspettare il 2030 per cambiare abitudini non serve a molto, né alle aziende né a chi fa la spesa. I dati raccontano un settore che si muove già in questa direzione: PET riciclato, materiali compostabili, packaging su misura pensato per ridurre lo spazio vuoto, ricerca sulle alghe e sul micelio che, nel giro di pochi anni, potrebbe uscire dai laboratori. La legge, quando e se arriverà nella forma attuale, si limiterà a formalizzare un percorso su cui produttori attenti, in Italia e altrove, hanno già iniziato a camminare.

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