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Una, nessuna, centomila app

Una, nessuna, centomila app

Quante app servono davvero

Ogni volta che provo a fare qualcosa di nuovo dal telefono, dal consultare le offerte del supermercato alla prenotazione di una visita, parte la stessa richiesta: scarica l’app. La maggior parte delle volte resisto, e non per pigrizia. Ho un criterio, ma ci arrivo dopo. Prima vale la pena guardare i numeri, perché raccontano una storia più interessante del previsto.

Ottanta installate, trenta usate

Lo smartphone medio contiene più di 80 app installate. Ne usiamo davvero circa 30 nell’arco di un mese, e appena 11 nel giro di una giornata, mentre il 62% di quelle che abbiamo scaricato resta a prendere polvere senza che le apriamo mai. C’è di più: un quarto delle app viene aperto una sola volta dopo il download e poi dimenticato. La fotografia che ne esce è quella di un cassetto pieno di oggetti che abbiamo deciso di tenere senza un vero motivo, un po’ come il PC di tante persone che conosco, dove le icone si accumulano a griglia su griglia.

Questo scarto tra quello che installiamo e quello che usiamo è il cuore della questione. Non scarichiamo le app perché ci servono, le scarichiamo perché in quel preciso momento qualcuno ci ha messo davanti un pulsante più comodo del sito web.

Dove si scarica di più

Le differenze tra Paesi esistono, e sono abbastanza nette. La Corea del Sud guida le classifiche per numero di app installate per utente, intorno a 40, secondo lo studio di Google Our Mobile Planet. Sul fronte dei download assoluti comanda l’India, con circa 19,1 miliardi di installazioni negli ultimi dodici mesi, seguita dagli Stati Uniti con 12,6 miliardi. Sono mercati giganteschi, con popolazioni enormi, e questo spiega molto.

L’Italia ha un’utenza mobile imponente, con circa 41,88 milioni di utenti smartphone attivi ogni mese. Le app più scaricate raccontano bene chi siamo in questo periodo: iliad, Remini per ritoccare le foto con l’intelligenza artificiale e ChatGPT in cima alle preferenze. Passiamo molte ore al mese dentro le community e la messaggistica, e su questo ho già scritto a proposito dei cambiamenti che hanno trasformato i social media.

Due modi opposti di vivere il telefono

A grandi linee mi sembra che ci si divida in due famiglie. C’è chi scarica un’app per ogni gesto della giornata, dall’acqua che beve al sonno che dorme, e vive il telefono come un coltellino svizzero a cui si aggiunge sempre una lama. E c’è chi tiene il dispositivo spartano, poche icone, niente notifiche, e considera ogni nuova installazione una piccola intrusione.

Quest’ultimo atteggiamento ha perfino un nome e una bibliografia. Il minimalismo digitale, reso popolare da Cal Newport, propone di valutare ogni strumento in base ai benefici reali che porta rispetto a quanto ci ruba in attenzione. La pratica classica è il declutter di trenta giorni: togli tutto il superfluo per un mese e poi rimetti solo quello che supera un esame di coscienza. Chi lo prova racconta di sonno migliore, più concentrazione e una sensazione di avere ripreso in mano il proprio tempo. Lo capisco bene, ed è lo stesso istinto che mi ha portato a raccontare perché la mia televisione è sempre spenta.

I due profili si sovrappongono spesso alle generazioni, anche se meno di quanto si creda, e su quanto siano fragili certe etichette anagrafiche ho riflettuto parlando delle differenze generazionali sul lavoro.

La paura del tracciamento ha basi reali

Poi c’è la terza categoria, quella che non scarica per paura di essere seguita. Qui devo essere onesta, perché i dati lo confermano. Le ricerche di NowSecure su decine di migliaia di applicazioni mostrano che intorno al 75% delle app iOS e al 70% di quelle Android contengono insieme dati sensibili e domini di tracciamento. Su 378.000 app Android analizzate, il 62% chiede almeno un permesso considerato pericoloso, cioè capace di toccare posizione, microfono, contatti o funzioni delicate del telefono.

L’indagine britannica di Which? su oltre duemila adulti lo dice in modo ancora più tangibile: il 91% mette la privacy in cima alle proprie preoccupazioni, eppure chi avesse sul telefono le venti app più popolari avrebbe concesso, sommando tutto, qualcosa come 882 permessi. È un numero che fa effetto proprio perché nessuno di noi li ha mai contati uno per uno mentre cliccava “Acconsenti”.

Quando il sospetto diventa complotto

Detto questo, qui mi smarco da una certa narrazione. Una cosa è sapere che un’app di meteo vende la tua posizione a un broker pubblicitario, fatto documentato e fastidioso. Un’altra è raccontarsi che ogni download ti consegna a un “sistema” che ti sorveglia per controllarti. La prima è economia dei dati, banale e prevedibile come un volantino nella cassetta della posta. La seconda è una trama, e raramente regge alla prova dei fatti.

Lo si è visto in modo quasi da laboratorio con le app di tracciamento dei contatti durante la pandemia. Gli studi mostrano che circa un quarto di chi rifiutava di installarle citava la privacy come motivo principale, spesso intrecciato a una sfiducia generale verso il governo più che a un rischio concreto e verificato. La diffidenza era comprensibile, ma il bersaglio era spesso sbagliato: si temeva la sorveglianza statale mentre, nel frattempo, decine di app commerciali raccoglievano molto di più senza che nessuno gridasse al complotto. Il tracciamento esiste, è quasi sempre pubblicitario e va limitato con strumenti concreti, dai permessi alle impostazioni di sistema, non esorcizzato come una cospirazione.

Il mio criterio: una volta al mese

Io sto nel mezzo, e ho una regola semplice. Se un’app la uso almeno una volta al mese, mi serve e la tengo. Altrimenti preferisco stare senza e fare la stessa cosa dal browser, quando capita. Niente di ideologico, solo manutenzione dell’attenzione, la stessa logica con cui guardo con sospetto certi software gonfi di funzioni di cui ho scritto a proposito del rapporto complicato con Microsoft Teams.

L’esempio che racconto sempre è il registro elettronico di mio figlio. Lo consulto solo dal desktop, quando serve davvero, e mi sono rifiutata di installarne l’app. Non voglio i suoi voti sempre in tasca, pronti a interrompermi con una notifica a metà giornata. Preferisco che sia lui a tenerne traccia e a comunicarmeli, e ogni tanto sbircio per controllare. È una piccola scelta di fiducia, e libera spazio, sul telefono e nella testa.

Forse è questo il punto. La domanda giusta non è quante app possiamo installare, ma quante meritano davvero un posto a portata di tap.

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