Content Benefit

Content Strategy | UX Writing | Content Design | Globalization | Communications

Lo spazzolino che pensa troppo

Lo spazzolino che pensa troppo

Il CameraJet di Dyson, lo spazzolino elettrico con videocamera e AI sparito dai negozi

Il 1° settembre, a Parigi, a pochi passi da dove sorgeva la Bastiglia, James Dyson ha presentato CameraJet, il primo spazzolino elettrico del marchio, definendolo «una piccola rivoluzione». Costa 480 euro e monta una minuscola videocamera vicino alla testina, collegata a un sistema di intelligenza artificiale che riconosce gli spazi tra i denti e ci spara dentro un getto d’acqua, come farebbe un idropulsore. Due settimane più tardi non era più acquistabile in diversi paesi, Italia compresa, mentre online si moltiplicavano le segnalazioni di guasti e di gengive maltrattate.

Lo dico subito: sono una dysonista convinta. In casa ho aspirapolveri, asciugacapelli e purificatori d’aria firmati dall’inventore britannico, e il mio vecchio Braun, dopo diversi lustri di onorato servizio, sta per tirare le cuoia. Sulla carta sarei la cliente ideale. Eppure davanti a questo oggettino ho scelto di prendere tempo, e le notizie delle ultime settimane mi stanno dando ragione.

Cosa non ha funzionato: acqua nella batteria, surriscaldamento e getti troppo forti

Secondo le testimonianze raccolte da Cybernews e Smart Home Assistant, chi lo ha comprato nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in Francia ha lamentato infiltrazioni nel vano batteria, surriscaldamento durante la ricarica, parti interne ossidate e apparecchi che smettono di rispondere dopo pochi utilizzi. Su Reddit e sui social qualcuno ha raccontato anche piccoli infortuni: se per errore colpisce il dente invece dell’interstizio, il getto sembra piuttosto energico.

L’azienda ha ammesso che «un piccolo numero di lotti iniziali» potrebbe avere un difetto a un componente, e si è offerta di sostituire o rimborsare gli esemplari coinvolti. Nello stesso comunicato ha però attribuito l’assenza dagli scaffali alla forte domanda e all’aumento della produzione in corso: due spiegazioni che convivono a fatica, come hanno notato diversi osservatori.

Videocamera, AI e dentifricio dedicato: la catena di dipendenze del CameraJet

Per chi si occupa di esperienza utente, l’aspetto più istruttivo sta nel progetto. Per indirizzare l’acqua nel punto giusto, lo spazzolino deve “vedere” la dentatura. Per vederla serve un obiettivo con una piccola fonte di luce, e per distinguere un interstizio da un molare serve un modello di AI che mappi la bocca. Qui si presenta il primo intoppo: la schiuma del normale dentifricio acceca il sensore. Dyson ha risolto con una pasta proprietaria «non schiumogena» da 10 euro per 75 ml, circa cinque volte il costo di quelle economiche, e con un collutorio dedicato da versare nella base di ricarica.

Ogni elemento aggiunto ne richiede un altro per funzionare, e ciascuno porta con sé un nuovo punto debole. Il Post riporta che i guasti sembrano concentrarsi proprio nel serbatoio, cioè nella parte che gestisce il liquido. Un utente di Reddit ha poi pubblicato una lista di soluzioni ai problemi più comuni: la condensa che si forma tra lente e involucro, la testina da tenere sempre aderente e con l’inclinazione corretta, il liquido che si accumula in bocca e costringe a chinarsi più volte sul lavandino durante i due minuti di lavaggio.

Sovraingegnerizzazione e feature creep: quando le funzioni diventano un ostacolo

Nel gergo del design questo fenomeno ha un nome: overengineering, o sovraingegnerizzazione. UXPin lo descrive come l’aggiunta di complessità superflua al posto di ciò che serve davvero alle persone, e tra le cause cita l’entusiasmo tecnologico fine a sé stesso. L’esempio che propone sembra scritto per il CameraJet: un tostapane con Wi-Fi, comandi vocali e una dozzina di impostazioni, quando quasi tutti desiderano soltanto pane dorato in modo uniforme.

Anche la ricerca di marketing segnala il rischio. Uno studio di Wayne Hoyer (McCombs School of Business, Università del Texas) con Andreas Fürst e Nina Pecornik, condotto su 1.300 persone, mostra che aggiungere caratteristiche fa percepire un prodotto come più capace ma anche più complicato da usare. Quando poi le funzionalità sono eterogenee, cioè poco legate tra loro, cala persino la fiducia nelle prestazioni promesse. Spazzolare, irrigare, inquadrare e calcolare: difficile immaginare un insieme più disomogeneo racchiuso in un manico.

Perché lavarsi i denti deve restare un gesto immediato

Lavarsi i denti è una di quelle azioni che si ripetono più volte al giorno, spesso mezzi addormentati o di corsa. È il terreno in cui la buona UX lavora per sottrazione: meno decisioni, meno passaggi, meno occasioni di sbagliare. Un attrito anche minimo, moltiplicato per due o tre volte al giorno e per tutto l’anno, finisce per pesare. È proprio questo il motivo per cui aspetto: non voglio che un’abitudine automatica si trasformi in una procedura da eseguire con attenzione, con la testa inclinata al punto giusto e il tubetto giusto a portata di mano.

Chi ha provato il CameraJet riferisce una pulizia soddisfacente, e non ho motivo di dubitarne. Resta il conto da pagare in termini di attenzione, oltre che di euro. Mi succede lo stesso con gli occhiali smart: la tecnologia promette bene, ma prima di adottarla voglio che sappia farsi dimenticare, un po’ come le interfacce che hanno scelto il design del silenzio.

Il paradosso di un marchio nato per semplificare

C’è infine una questione di identità. Dyson è diventata famosa eliminando qualcosa: il sacchetto dell’aspirapolvere. Il suo fondatore ha impiegato anni a sviluppare quel modello e ha dimostrato che molti erano disposti a spendere di più per un elettrodomestico capace di togliere un fastidio. Oggi la tecnologia senza sacchetto è lo standard, imitata ovunque.

Il CameraJet va nella direzione opposta: carica componenti, consumabili dedicati e istruzioni su uno strumento che, usato bene, fa il suo lavoro da secoli, insieme al filo interdentale, che costa pochi euro e non chiede aggiornamenti. Per una fan come me è un piccolo tradimento, e insieme una lezione utile per chiunque progetti prodotti, fisici o digitali: l’AI ha senso quando alleggerisce chi la usa, e se si limita a spostare la fatica altrove ha mancato il bersaglio.

Risorse correlate