Coordino da tempo progetti di trascrizione per un’azienda di servizi linguistici con sede a Los Angeles. Nei progetti precedenti seguivo solo il team italiano, un territorio conosciuto. Questa volta mi hanno affidato anche Francia e Ungheria. Fin qui, nessun problema: cambiano le lingue, non cambia il metodo. Poi, però, gli ungheresi hanno iniziato a sparire.
Come mi sono ritrovata a revisionare trascrizioni ungheresi senza saperne una parola
I collaboratori ungheresi non erano soddisfatti delle tariffe riconosciute, e in parte avevano ragione. Nonostante il raddoppio del compenso e diversi bonus aggiuntivi, il team ha continuato ad assottigliarsi. La referente locale, alle prime armi nel ruolo, era insicura e lenta nel prendere decisioni. Il risultato è stato che le revisioni delle trascrizioni sono finite sul mio tavolo, e io il magiaro non l’ho mai studiato. Zero basi, zero riferimenti, solo un mucchio di file audio e testi da controllare parola per parola.
Il metodo nato dall’emergenza
Senza un manuale da seguire, mi sono costruita un processo in tre fasi. Primo passaggio: ascoltare integralmente ogni file audio, dall’inizio alla fine, prima ancora di guardare il testo. Secondo passaggio: leggere tutta la trascrizione già realizzata e, con il supporto dell’intelligenza artificiale, ricostruire contesto e argomento della conversazione. Terzo passaggio: verificare che ogni riga rispettasse le linee guida del cliente e segmentare il parlato con precisione chirurgica. All’inizio sembrava un’impresa fuori portata: come si fa a giudicare la qualità di un testo scritto in un idioma che non hai mai sentito nominare prima di quel lunedì mattina?
Il ritmo di una lingua si riconosce anche senza capirla
Eppure le lingue mi parlano, anche quando il loro significato mi resta oscuro. Dopo una decina di file ho cominciato a percepire il ritmo delle frasi, a riconoscere qualche vocabolo ricorrente, a intuire dove finiva un pensiero e ne iniziava un altro. Non è un’impressione campata in aria: già i neonati riescono a distinguere la propria lingua madre da un idioma straniero basandosi solo sulla cadenza sonora, come ha dimostrato una ricerca classica sulla discriminazione linguistica nei primi giorni di vita. Se un cervello di pochi giorni riesce a orientarsi nel suono senza possedere alcun vocabolario, un orecchio allenato da anni di lavoro sui testi può fare altrettanto, con un po’ di pazienza in più.
Tra notti insonni e giornate a incastro, con l’aiuto di un altro linguista italiano altrettanto digiuno di ungherese, siamo riusciti a sistemare segmentazione, annotazioni e tag corretti andando a fiuto, quasi con un orecchio assoluto applicato al parlato. Nel frattempo, in chat, ci scambiavamo messaggi mezzi in ungherese e mezzi in italiano: un “nevet” buttato lì (che significa “ride”, ce lo aveva insegnato Google) per non arrenderci al pianto. Alla fine, quella soddisfazione se l’è meritata tutta.
Il settore linguistico tra crisi percepita e mercato in espansione
Non posso garantire che la qualità linguistica fosse impeccabile: se le trascrizioni contenevano refusi nel significato, probabilmente non ce ne siamo accorti, anche se Grammarly ci ha dato una mano più di una volta. Sul piano tecnico, tuttavia, i file rispettavano al cento per cento le richieste di un cliente del calibro delle prime dieci aziende tech al mondo, con segmentazioni ed etichette tutte al posto giusto.
Il paradosso è che tutto questo succede mentre il settore attraversa una fase di grande incertezza. Il mercato globale dei servizi linguistici vale circa 76 miliardi di dollari nel 2025 e dovrebbe superare i 147 miliardi entro il 2034, con una crescita annua stimata al 7,6%. I numeri, tuttavia, non raccontano tutta la storia: una ricerca del CEPR calcola che la diffusione di Google Translate abbia frenato la creazione di circa 28.000 posizioni da traduttore negli Stati Uniti tra il 2010 e il 2023, e oltre tre traduttori su quattro si aspettano un impatto negativo sui propri guadagni a causa dell’AI generativa. Un sondaggio di Acolad tra i professionisti del settore conferma il quadro: più della metà si dice seriamente preoccupata per il futuro della professione, mentre l’84% prevede un calo della domanda di traduzione pura a favore del post-editing. Ne avevo già scritto parlando di come la localizzazione sia passata dal fax all’AI in appena una generazione, e il ritmo del cambiamento non accenna a rallentare.
Perché puntare su un talento non è mai uno sbaglio
Con le competenze linguistiche ormai date per scontate da tanti, mi sono chiesta più volte se la scelta fatta trentacinque anni fa, quella di studiare idiomi stranieri con una laurea in traduzione e interpretariato seguita da una magistrale in lingue e letterature, fosse ancora sensata. La risposta, dopo questa esperienza ungherese, è arrivata da sola: ho scommesso su un’attitudine che mi regala gioia, risultati concreti e la sensazione di aver risolto un enigma vero. E questo non potrà mai essere un errore, qualunque cosa dica il mercato del lavoro.
Certo, non guadagno quanto gli ingegneri tanto richiesti in questo momento, e la trasformazione del mercato del lavoro spinta dall’AI non risparmia nessun settore, nemmeno il mio. Ma mi sono sempre reinventata: a ogni riorganizzazione aziendale, a ogni taglio di personale, a ogni scossone dello scenario industriale. Continuerò a farlo finché avrò la costanza di imparare qualcosa di nuovo. Del resto, se le aziende tech iniziano a cercare anche profili umanistici accanto agli ingegneri, un motivo ci sarà. E se i talenti linguistici, come quello del team ungherese, restano richiesti nonostante tutto, forse la mia scommessa di trentacinque anni fa non era così azzardata.
Risorse correlate
- Lost in translation: AI’s impact on translators and foreign language skills (CEPR / VoxEU)
- Language Services Market Size, Share, Industry Report (Fortune Business Insights)
- AI in Translation: Key Findings from Acolad’s Translators Survey
- Language discrimination by newborns: toward an understanding of the role of rhythm (PubMed)

