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Il divano me lo sceglie l’AI

Il divano me lo sceglie l’AI

Arredare casa con l’AI: il boom di ricerche su Planner 5D e simili

L’autunno è la stagione in cui si cambiano le tende, si ridipingono le pareti e ci si decide, finalmente, a sostituire quel sofà che ha visto troppe serate. Quest’anno, prima del metro e del catalogo, molti aprono un’app: le ricerche sull’arredamento con l’AI, con Planner 5D in testa, sono cresciute di oltre il 1000% e contano ormai centinaia di migliaia di query al mese.

Il mercato va nella stessa direzione. Secondo un report diffuso a luglio su GlobeNewswire, l’intelligenza artificiale applicata all’interior design valeva 1,39 miliardi di dollari nel 2025 e dovrebbe arrivare a 4,55 miliardi entro il 2030, con un tasso di crescita annuo composto del 26,8%.

Più delle cifre, però, mi incuriosisce la domanda che ci sta sotto: cosa succede all’esperienza del “provo prima di comprare” quando a suggerire il divano perfetto è un algoritmo?

Cosa fanno Planner 5D, IKEA Kreativ e Wayfair Muse

Planner 5D lavora con l’AI dal 2016, quando ha iniziato a trasformare le piantine fotografate in modelli 3D modificabili. A giugno ha presentato degli agenti dedicati alla progettazione d’interni, in grado di rivedere un progetto, generare concept e varianti, ritoccare le immagini di riferimento e montare le presentazioni. Il CEO Andrey Ustyugov sostiene che la prossima generazione di questi sistemi eseguirà flussi di lavoro completi, senza fermarsi alle idee.

IKEA ha imboccato la strada già nel 2022 con Kreativ: si scatta una foto della stanza, l’app la ricostruisce in tre dimensioni con le misure, cancella i mobili presenti e lascia posizionare quelli in catalogo. Wayfair ha preso un’altra via. Nel 2025 ha pensionato Decorify, che chiedeva di caricare un’immagine e scegliere uno stile predefinito, per lanciare Muse, che crea ambienti partendo da una descrizione (“soggiorno anni Quaranta con camino, divano fantasia e tappeto verde”). Ogni scena è acquistabile: i prodotti proposti sono divisi per categoria e il pulsante per comprarli è sempre a portata di dito.

Tre approcci per tre utenti diversi: chi vuole disegnare, chi desidera vedere il proprio salotto trasformato, chi cerca ispirazione e ci trova un carrello.

La prova in realtà aumentata l’hanno ignorata quasi tutti

Prima dell’AI generativa la promessa si chiamava realtà aumentata: si inquadra il pavimento e il divano compare lì, in scala. Il Baymard Institute, che studia l’usabilità degli e-commerce, ha però osservato che solo il 6% dei partecipanti ai suoi test ha usato spontaneamente la funzione “View in room”, mentre l’87% di chi l’ha incontrata ha preferito lasciarla perdere.

I motivi sono molto concreti: esperienze precedenti deludenti, stanze troppo piccole o troppo piene per essere inquadrate, istruzioni vaghe, gesti imprecisi che ridimensionano il modello a insaputa di chi lo manovra, oggetti 3D sgranati o dai colori sbagliati. Quando la spesa è importante, le persone si fidano di più delle fotografie ad alta risoluzione, dei video (li guarda il 41%), degli scatti caricati da altri clienti e di dimensioni facili da trovare.

La lezione vale anche per l’AI: una simulazione suggestiva, se sbaglia proprio i dettagli decisivi, finisce ignorata. E su un divano quei dettagli abbondano, come ho raccontato scrivendo di come il design ci fa crollare sul sofà ogni sera.

ChatGPT ha superato le app specializzate

Business of Home ha segnalato già nell’agosto 2025 un paradosso: le startup di interior design AI nate nel 2023 sono rimaste più o meno ferme, mentre il concorrente più temibile si è rivelato ChatGPT, che secondo un sondaggio di Elle Decor offre qualcosa di simile a una vera consulenza. Analizza le foto, genera moodboard e render, consiglia articoli e adesso permette anche di acquistarli. Con un limite noto: ogni tanto si inventa prodotti che non esistono. Molte di quelle giovani aziende hanno ripiegato sul B2B, vendendo i loro strumenti ad agenti immobiliari e rivenditori.

Anche Google spinge Gemini per visualizzare le ristrutturazioni. Un giornalista di Livingetc, dopo un workshop nella sede di Mountain View, ne ha riconosciuto l’utilità ma ha evidenziato il difetto più irritante: chiedendo un piccolo ritocco si ottiene spesso un’immagine del tutto nuova, e rimandando in input i risultati precedenti la qualità peggiora.

Ho chiesto a Meta AI di risistemare la mia stanza

Ho voluto sperimentare di persona con Meta AI, che dentro Instagram e WhatsApp offre gratis il restyling degli ambienti. La richiesta era semplice e molto concreta: riorganizzare la mia camera inserendo un quadro che possiedo davvero, più un tavolino e una lampada che sto per ricevere in regalo. Niente sogni impossibili, insomma, solo oggetti veri da far convivere. Il risultato? Scialbo, piatto, per niente accattivante: il genere di immagine che si guarda un secondo e si dimentica subito.

Per non essere ingiusta con la macchina, devo ammettere che nemmeno gli umani mi hanno entusiasmata. L’interior designer a cui mi ero rivolta per la casa al mare non ha fatto grandi sforzi di fantasia, e sui progettisti IKEA preferisco stendere un velo pietoso. A questo punto il sospetto che il problema sia io, con un gusto difficile da tradurre in parole, è legittimo.

Non mi arrendo e ritenterò con altre soluzioni AI. Intanto trovo conforto in un dato del sondaggio condotto da Planner 5D sui propri utenti: tra le difficoltà principali citano proprio la scarsa capacità dell’AI di cogliere lo stile personale.

Chi ristruttura usa l’AI per immaginare, poi chiama un professionista

La ricerca Houzz pubblicata a settembre 2026, su oltre 3.100 proprietari statunitensi alle prese con una ristrutturazione, racconta un uso molto preciso. Il 22% ha già provato l’AI, con un’enorme differenza tra generazioni: 41% dei millennial, 7% dei senior. La si usa soprattutto per raccogliere idee (64%), visualizzare concept (58%) e confrontare layout, prodotti e finiture (50%). Quando si passa al preventivo scende al 24%, per la pianificazione dei tempi all’11%. E l’80% affida comunque i lavori a un professionista; tra chi non usa l’AI, il motivo più citato (38%) è la preferenza per la competenza umana.

Anche dall’altra parte qualcosa si muove: il 39% degli studi di progettazione usa l’AI, e l’82% di questi la impiega per le immagini preliminari. Il sondaggio di Planner 5D del 2024, condotto su 2.626 iscritti, arriva all’85,4% di utilizzo, un valore da prendere con le pinze visto che a rispondere erano i clienti della piattaforma. Più interessante un altro numero: il 74% sarebbe disposto a condividere il proprio background culturale per ricevere proposte migliori, e quasi l’80% vorrebbe suggerimenti basati sulle emozioni da provare in una stanza, calma, energia, ispirazione. Sul rapporto tra progettisti e macchine ho già ragionato in Il designer e l’AI: chi decide.

Quando il consiglio arriva da chi vende il divano

Qui sta il nodo che più mi interessa da UX writer. Kreativ e Muse sono strumenti di retailer: il divano “perfetto” sarà sempre uno di quelli a magazzino. È legittimo, ma cambia la natura del suggerimento, che smette di essere una consulenza neutra e diventa una vetrina su misura. ChatGPT pesca da più negozi, eppure resta opaco su come sceglie cosa mostrare.

La personalizzazione spinta ha poi un costo cognitivo che conosco bene: ne ho scritto in Personalizzare stanca, sostenendo che un’interfaccia resta governabile solo se viene pensata per persona. E se domani un agente AI potrà anche ordinare il sofà al posto nostro, torna la questione della fiducia quando l’AI agisce da sola.

Cosa serve alla UX del provo prima di comprare

Mettendo insieme test, sondaggi e la mia piccola frustrazione, vedo cinque priorità per chi progetta questi strumenti:

  • Misure affidabili prima della bellezza del render. Se l’ingombro è sbagliato, tutto il resto perde valore.
  • Ritocchi coerenti. Cambiare il colore del cuscino non deve ridisegnare l’intera stanza.
  • Trasparenza sulla provenienza dei suggerimenti. Dire chiaramente se si pesca da un solo catalogo o dall’intero mercato.
  • Un ponte tra immagine generata e oggetto reale. Prezzo, disponibilità e dimensioni del prodotto vero, accanto a quello sognato.
  • Uno spazio per il professionista. Visto che l’80% dei proprietari lo chiama comunque, conviene progettare il passaggio di consegne invece di fingere che non esista.

Io intanto continuo a cercare, con l’AI e senza, qualcuno o qualcosa capace di leggermi nel pensiero quando dico “accogliente ma non troppo pieno”. Vi farò sapere.

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