Ogni mattina mio figlio esce di casa con uno zaino sorprendentemente leggero. Niente più tomi di storia o atlanti geografici ammassati tra i quaderni: nella sua scuola media si usa un tablet personale, portato da casa secondo la logica del bring your own device, che sostituisce gran parte dei libri cartacei. È un dettaglio quotidiano, ma racconta bene lo stato della digitalizzazione scolastica in Italia: esistono isole di innovazione concreta, mentre il resto del sistema arranca tra fondi non spesi, resistenze culturali e divari che il Covid ha reso ancora più evidenti.
I numeri del PNRR sulla scuola: fondi stanziati e ritardi nell’attuazione
Il Piano nazionale di ripresa e resilienza aveva destinato all’istruzione quasi 21 miliardi di euro, una cifra poi rivista al ribasso di circa 800 milioni. Sulla carta i propositi erano ambiziosi: nuove aule, laboratori, connettività diffusa, formazione del personale. Nella pratica, a fine 2023 la missione Scuola risultava eseguita al 16,8%, contro una media del 22,1% registrata dalle altre missioni del Piano. Anche il Piano Scuola 4.0, che vale 2,1 miliardi ed è pensato per trasformare le aule in ambienti di apprendimento innovativi, mostra un impegno formale attorno al 90% ma pagamenti fermi al 55%: i progetti vengono approvati, i soldi restano parcheggiati. Persino il programma “Scuole connesse”, che punta a garantire connessione internet ad almeno 1 Gbps in ogni edificio, ha dovuto spostare il termine di completamento dal 2025 al 2026.
Le cause di questi rallentamenti sono note e si ripetono da anni: bandi complessi, carenza di personale amministrativo qualificato soprattutto al Sud, cambi di governo che interrompono la continuità dei progetti, mancanza di formatori in grado di accompagnare davvero l’innovazione. Non è un problema di soli fondi, quanto di capacità di trasformarli in risultati tangibili nelle classi. Vale per la scuola quello che accade in altri settori: ho scritto qualche settimana fa della digitalizzazione del turismo, un comparto dove gli investimenti tecnologici, se ben orientati, hanno prodotto risultati misurabili molto più rapidamente.
Il Covid e il divario digitale che si è allargato
Quando le scuole hanno chiuso i battenti nella primavera del 2020, la didattica a distanza si è rivelata la cartina di tornasole delle disuguaglianze già presenti nel sistema. L’Istat ha segnalato che una quota non trascurabile della popolazione studentesca non aveva accesso, diretto o indiretto, a strumenti come tablet, portatili o smartphone adeguati per seguire le lezioni online. La connessione internet, poi, non copriva in modo uniforme tutto il territorio nazionale: nelle aree meno sviluppate e periferiche del paese le difficoltà si sono sommate a un capitale culturale familiare spesso insufficiente per sostenere i figli nello studio da casa.
Il confronto con altri paesi europei non ha aiutato l’orgoglio nazionale: secondo diverse analisi, il divario digitale italiano durante l’emergenza sanitaria è risultato più ampio rispetto a quello osservato in Francia, Germania e Austria. La pandemia, insomma, non ha creato il problema da zero: lo ha semplicemente reso visibile a tutti, portando alla luce anni di investimenti insufficienti e di priorità rimandate.
Le dotazioni nelle aule italiane, tra connettività e device
I dati più recenti dell’Osservatorio Scuola Digitale, basati su un questionario a cui ha risposto il 96% degli istituti del paese, restituiscono un quadro a macchia di leopardo. In media l’81% delle scuole considera la propria connessione adeguata alle esigenze didattiche, ma la percentuale nasconde enormi differenze regionali: solo sette regioni superano soglie elevate di adeguatezza, mentre undici restano sotto l’80%. Sul fronte delle dotazioni, si contano appena 18 dispositivi ogni 100 studenti nel ciclo primario e 23 in quello secondario: numeri che rendono complicato l’uso quotidiano della tecnologia per chi non può portarsela da casa.
Il 94% degli istituti ha inserito attività sulle competenze digitali nel proprio piano triennale, ma la formazione dedicata alle materie scientifiche e tecnologiche è stata finanziata soltanto nel 29% delle scuole primarie e nel 13% di quelle secondarie. E il 67% degli istituti ammette che meno della metà del corpo docente ha aderito ai programmi di aggiornamento disponibili. Il quadro europeo conferma la fatica italiana: tra i giovani di 16-24 anni con competenze digitali di base, l’Italia si ferma al 68,5%, contro una media Ue del 74,6%. L’obiettivo fissato da Bruxelles per il 2030, l’80% della popolazione con competenze digitali di base, appare ancora lontano se si considera che, tra i 16 e i 74 anni, oggi in Italia si raggiunge appena il 54,3%.
Perché tanti insegnanti restano scettici (e cosa racconta l’esperienza di mio figlio)
Torno alla scuola media di mio figlio, perché mi sembra un esempio utile per capire dove nasce l’attrito. Il tablet personale ha alleggerito lo zaino in senso letterale, oltre che metaforico: niente più libri di testo cartacei da trascinare avanti e indietro, materiali sempre aggiornati, compiti che si consegnano con un clic. Eppure, tra i professori, la resistenza resta forte, e non sempre per ragioni legate alla didattica. Alcuni la vivono quasi come una questione di principio, un rifiuto a prescindere che ha poco a che fare con l’efficacia dello strumento e molto con l’abitudine a un certo modo di insegnare.
Le ricerche sul tema individuano cause ricorrenti: la lezione frontale viene percepita come più seria e rigorosa rispetto alla didattica attiva, che a volte finisce bollata come superficiale o poco impegnativa. A questo si aggiunge una preparazione spesso insufficiente: molti docenti si trovano ad affrontare gli strumenti digitali senza una formazione adeguata, il che genera insicurezza e, di conseguenza, rifiuto. Il problema, quindi, non è quasi mai il device in sé, ma il modo in cui viene inserito nella pratica quotidiana e la fiducia che chi insegna ripone nella propria capacità di gestirlo.
Gestire una classe con strumenti nuovi richiede pazienza e apertura, un po’ come conciliare le esigenze dei figli con quelle di un team: servono regole chiare, coerenza e la volontà di adattarsi senza perdere il controllo della situazione.
Gli esempi che funzionano: BYOD e metodologie attive
Non mancano, per fortuna, le esperienze positive. Diversi docenti che hanno adottato il bring your own device raccontano risultati concreti quando lo smartphone o il tablet vengono usati in modo attivo, per facilitare l’apprendimento piuttosto che come semplice sostituto del quaderno. La chiave, in questi casi, non è il possesso dell’oggetto ma la metodologia che lo accompagna: cooperative learning, dove l’insegnante diventa organizzatore e facilitatore del lavoro di gruppo, e learning by doing, dove i concetti si acquisiscono attraverso l’esperienza pratica, sono tra gli approcci più diffusi nelle scuole italiane secondo l’Osservatorio Scuola Digitale. Alla primaria si aggiunge spesso il circle time, momento di confronto inclusivo tra pari; alle superiori il dibattito strutturato, ottimo per allenare il pensiero critico.
Queste esperienze dimostrano che la tecnologia, da sola, non cambia nulla: diventa una leva reale solo quando accompagna un ripensamento del modo di insegnare, mettendo chi studia al centro del processo invece che in ascolto passivo.
Cosa serve per accelerare davvero
Guardando ai dati raccolti, qualche priorità emerge con chiarezza. Completare la connettività Gigabit in ogni edificio scolastico entro i tempi previsti, senza ulteriori proroghe, resta il primo passo: non si può parlare di innovazione didattica in aule senza rete stabile. Serve poi velocizzare i pagamenti dei progetti già approvati, colmando quel divario tra impegni formali e fondi effettivamente erogati che oggi frena tutto. Una strategia coordinata tra i diversi bandi, invece di misure frammentate che si sovrappongono, aiuterebbe a orientare meglio gli investimenti.
Ma il nodo più delicato riguarda la formazione: senza un aggiornamento obbligatorio e continuo del corpo docente, gli strumenti digitali rischiano di restare scatole chiuse in fondo all’armadio. Andrebbe rafforzato anche il sostegno alle aree del paese in maggiore difficoltà, dove il divario territoriale, già ampio prima della pandemia, continua a pesare sulle opportunità di chi studia. Coinvolgere le famiglie nella scelta degli strumenti, come accade nei modelli bring your own device più riusciti, può inoltre ridurre le resistenze e distribuire meglio i costi tra scuola e territorio.
Confesso che, osservando tutto questo, a volte penso di rimettermi in gioco e provare a insegnare io stessa: avrei i titoli per farlo, e sono certa che porterei in classe un approccio diverso, capace di far convivere tecnologia e apprendimento senza timori reverenziali. Poi mi fermo, perché temo di fare un torto ai ragazzi: insegnare non è la mia vocazione, e loro meriterebbero qualcuno che vive quel mestiere con una passione che io, semplicemente, non ho. Resta però la convinzione che, con gli strumenti giusti in mano a chi li sa usare, in una classe si potrebbero costruire cose sorprendenti.
Risorse correlate
- Il PNRR Scuola non decolla: ritardi e tagli che pesano sull’attuazione, Agenda Digitale
- Competenze digitali dei giovani: il divario italiano rispetto all’Europa, Orizzonte Insegnanti
- Covid-19 e didattica a distanza: come nascono le disuguaglianze a scuola, Amnesty International Italia
- Smartphone in classe: le esperienze virtuose di BYOD, intervista a Lorenzo Redaelli, Orizzonte Scuola
- Connettività, risorse digitali e nuove metodologie didattiche: i dati dell’Osservatorio Scuola Digitale, Fondazione Leonardo
- La digitalizzazione nelle scuole: potenziale non sfruttato e nuove sfide, IRPA

