Perché in Italia nascono tante startup e poche scaleup
Un articolo di Repubblica dedicato al passaggio da startup a scaleup mi ha fatto tornare in mente una vicenda che seguo da qualche anno, quella di un’azienda a cui mi ero affacciata all’inizio del suo percorso e che oggi sta cambiando pelle. Non è un caso isolato. I numeri raccontano un Paese che sa far nascere imprese innovative ma fatica a farle diventare grandi.
Nel 2025 gli investimenti equity nelle startup italiane si sono fermati a 1,456 miliardi di euro, in leggera crescita rispetto ai 1,416 miliardi del 2024 ma ancora un terzo sotto il picco del 2022, quando si erano sfiorati i 2,16 miliardi (dati Osservatorio Startup Hi-tech del Politecnico di Milano). Il problema, però, non è solo quanto entra nel sistema all’inizio. È quante aziende riescono a fare il salto successivo, quello che separa una startup da una scaleup vera e propria, con ricavi solidi e una crescita che si regge da sola.
La mia esperienza con una startup italiana
Anni fa mi ero avvicinata a una startup italiana che nel giro di poco tempo è cresciuta moltissimo, arrivando a milioni di utenti. Ne avevo scritto anche qui sul blog, in un post che raccontava quella prima delusione. Il servizio che l’aveva resa nota, però, non è mai riuscito a generare da solo margini sufficienti: i ricavi restavano sottili rispetto ai volumi gestiti, e i bilanci hanno continuato a chiudere in perdita per anni. Oggi quella realtà sta diversificando, affiancando al servizio originario nuove linee di ricavo, proprio perché il primo modello, da solo, non si era rivelato remunerativo.
Non conosco i dettagli interni delle loro scelte, ma da fuori il pattern è chiaro: crescere in fretta e conquistare utenti non basta, se la struttura di ricavo alla base del prodotto non regge nel tempo. È una dinamica che riguarda diverse startup italiane arrivate a una scala importante senza però trovare una monetizzazione solida, più delle tasse o della burocrazia di cui tanto si parla.
Il nodo non è solo il capitale disponibile
Secondo un’analisi pubblicata da Startupbusiness, la disponibilità a pagare dei clienti viene spesso ipotizzata invece che misurata, il go-to-market resta improvvisato e la crescita iniziale poggia su reti di conoscenze personali anziché su processi ripetibili e monitorati. A questo si aggiunge una governance debole, con team fondatori forti sul prodotto ma poco strutturati sul controllo di gestione. Il capitale, quando arriva, in questi casi amplifica gli sprechi invece di sostenere una base solida.
Detto questo, il capitale conta eccome, e in Italia ne manca parecchio nelle fasi che contano di più. Il vero collo di bottiglia europeo si chiama “late-stage funding gap”: i round seed si trovano, ma quando un’azienda ha bisogno di decine o centinaia di milioni per crescere sul serio, il meccanismo si inceppa. I fondi di venture capital europei hanno in media una dotazione di circa 60 milioni di dollari, contro i 120 milioni di quelli statunitensi.
Cosa fa la Francia (e cosa non fa ancora l’Italia)
Il confronto con Parigi è istruttivo, anche se i dati arrivano da un report Mind the Bridge di qualche anno fa e vanno letti come ordine di grandezza più che come fotografia dell’oggi. La Francia investiva circa 4 miliardi di euro l’anno in finanziamenti late-stage e produceva circa 200 nuove scaleup, l’Italia si fermava a 400 milioni e 30 scaleup, poco più di un decimo su entrambi i fronti. Dietro questo divario c’è una scelta politica precisa: nel gennaio 2020 il governo francese ha lanciato la Tibi Initiative, che ha ottenuto impegni per 6 miliardi da parte di investitori istituzionali, fondi pensione compresi, indirizzati verso il venture capital domestico. In Italia un meccanismo simile, che chiede ai fondi pensione di destinare lo 0,5% degli asset al venture capital, è arrivato solo a fine 2025, con applicazione ancora incerta.
C’è poi il tema delle exit. Quando un’azienda europea cresce davvero, spesso finisce acquisita da un colosso americano e trasferita altrove, portando via con sé competenze e valore creato in casa. È successo con DeepMind, gioiello britannico dell’intelligenza artificiale finito sotto Google. L’Europa, Italia inclusa, continua ad attrarre capitali internazionali senza però trattenere le imprese che riesce a far crescere.
Cosa dovrebbe cambiare davvero
Mettendo insieme i pezzi, il quadro che emerge non ha una sola causa. Serve più capitale nelle fasi avanzate, con investitori istituzionali disposti a fare la loro parte invece di restare alla finestra. Serve una cornice normativa più coerente: il testo unico per le startup, atteso da tempo, resta fermo, mentre l’incentivo fiscale del 30% sugli investimenti privati vive di proroghe incerte. E serve, forse più di tutto, un cambio di metodo da parte di chi fonda impresa: validare la domanda prima di costruire, testare il prezzo invece di ipotizzarlo, costruire processi commerciali ripetibili invece di affidarsi solo alla rete di conoscenze.
Fare impresa in Italia resta difficile, questo lo vedo ogni giorno anche nel mio piccolo. Ma la storia della startup che ho seguito e che ora cambia rotta non racconta solo un limite personale di chi l’ha fondata. Racconta un ecosistema che continua a produrre buone idee senza le condizioni, di capitale e di metodo insieme, per farle crescere fino in fondo.
Risorse correlate
- Startup in Italia: finanziamenti stabili, ma l’ecosistema è in stallo, Osservatorio Startup Hi-tech, Politecnico di Milano
- In Italia crescono gli investimenti nelle startup nel 2026, ma resta il nodo delle “exit”, Hardware Upgrade
- Ecosistema startup 2025, è mancato l’atteso salto dimensionale, Startupbusiness
- Startup italiane: 1,7 miliardi investiti nel 2025. Ma perché poche diventano scale-up?, Arena Digitale
- La Francia investe 6 miliardi e produce 100 scaleup l’anno. E l’Italia?, Economyup
- La delusione della startup, Content Benefit

