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I talenti tech dell’Est Europa

I talenti tech dell’Est Europa

La Silicon Valley dell’Est: perché l’ex Unione Sovietica sforna talenti tech da 70 anni

Quando sono entrata in PayPal nel 2004, non sapevo che uno dei fondatori dell’azienda per cui avrei lavorato per molti anni fosse nato a Kiev. Max Levchin era fuggito dall’Ucraina sovietica nel 1991, e l’URSS era collassata mentre la sua famiglia era letteralmente in viaggio: si è ritrovato, come ha raccontato lui stesso, un uomo senza paese, con un passaporto rosso che non apriva più nessuna frontiera. Arrivò a Chicago con 600 dollari in tasca, da dividere in cinque.

Anni dopo, guardando la lista dei grandi nomi della tecnologia, quella storia ha smesso di sembrarmi un’eccezione. Sergey Brin (Google), Jan Koum (WhatsApp), Pavel Durov (Telegram), i fondatori di Grammarly: dietro una quantità sorprendente di prodotti che usiamo ogni giorno c’è una biografia che inizia dietro la cortina di ferro. Mi sono chiesta perché, e sono andata a cercare i dati.

Una fucina nata dalla Guerra Fredda

La risposta comincia molto prima di internet. Durante la Guerra Fredda, l’Unione Sovietica aveva bisogno di eccellenza tecnica per reggere la corsa agli armamenti con gli Stati Uniti. La strategia fu sistematica: olimpiadi di matematica organizzate in tutto il paese, scuole specializzate in fisica e matematica aperte nelle grandi città, un culto della formazione scientifica che partiva dalle elementari.

Il risultato fu una cultura del problem solving matematico che non aveva eguali. L’URSS fu tra i fondatori delle Olimpiadi Internazionali di Informatica per studenti e ne ospitò la seconda edizione nel 1990, un anno prima di dissolversi. E qualche perla di storia informatica: Tetris nacque nel 1984 nei laboratori dell’Accademia delle Scienze di Mosca, creato da Alexey Pajitnov, mentre già nel 1958 i sovietici avevano costruito il Setun, l’unico computer ternario mai prodotto in serie.

I numeri del tech oggi

Quella tradizione non si è dissolta con l’Unione Sovietica. L’analisi di HackerRank su oltre 1,5 milioni di sviluppatori in tutto il mondo racconta una storia chiara: la Russia è seconda assoluta per talento, e prima negli algoritmi, l’arena più competitiva. Gli Stati Uniti, con tutto il loro ecosistema, sono ventottesimi. L’India trentunesima.

E il fenomeno riguarda tutta l’area di influenza ex sovietica: Polonia terza assoluta, con Ungheria, Repubblica Ceca, Ucraina e Romania stabilmente nella top 20. La Polonia ha vinto due volte il Google Code Jam, e i campionati mondiali universitari di programmazione (ICPC) parlano da decenni un discreto russo.

C’è anche un filo diretto tra queste competizioni e l’imprenditoria: Andrei Lopatin, due volte campione ICPC, vinse in squadra con Nikolai Durov, che con il fratello Pavel avrebbe poi fondato VK e Telegram. Dalle olimpiadi ai prodotti globali, il passo è più breve di quanto sembri.

La diaspora che ha costruito la Silicon Valley

Il paradosso è che gran parte di questo talento è fiorito altrove. Le storie dei tre nomi più celebri hanno molto in comune, incluso il motivo della partenza: l’antisemitismo sovietico.

La famiglia di Sergey Brin lasciò Mosca nel 1979 perché al padre, matematico, era stato impedito di studiare fisica in quanto ebreo. Jan Koum arrivò in California a 16 anni da un villaggio vicino a Kiev, e ha raccontato che l’idea di WhatsApp nacque anche dal ricordo di quanto fosse difficile e costoso, da immigrato, restare in contatto con i parenti in Ucraina. Levchin, come dicevo, arrivò a Chicago da rifugiato e imparò l’inglese americano guardando sitcom su una TV recuperata da un cassonetto e riparata in famiglia.

Tre biografie, tre aziende che hanno cambiato il modo in cui cerchiamo, comunichiamo e paghiamo. E dietro di loro, migliaia di ingegneri con storie simili.

La diaspora ha anche un capitolo europeo, in un settore che conosco bene per averci lavorato: il fintech. Revolut, oggi la società tecnologica privata più importante d’Europa con una valutazione di 75 miliardi di dollari e oltre 50 milioni di clienti, è stata fondata a Londra da Nik Storonsky, russo laureato in fisica al MIPT di Mosca, uno dei templi della formazione scientifica sovietica, e Vlad Yatsenko, ucraino che da studente faceva il responsabile del laboratorio informatico dell’università pur di poter usare un computer e accedere a internet. Un russo e un ucraino, insieme: dopo l’invasione del 2022, il primo ha rinunciato alla cittadinanza russa, il secondo ha preso posizione pubblica contro la guerra.

Tre destini dopo il 1991

Cosa è successo, invece, nei paesi rimasti? Trent’anni dopo la dissoluzione dell’URSS, tre modelli raccontano tre esiti molto diversi della stessa eredità.

Estonia, il laboratorio virtuoso

Nel 1991 l’Estonia usciva dall’occupazione sovietica con un PIL pro capite pari a un decimo di quello tedesco. Oggi ha più unicorni pro capite di quasi ogni altro paese al mondo. In mezzo ci sono scelte precise: il programma Tiger’s Leap del 1996 per investire in infrastrutture digitali, l’accesso a internet dichiarato diritto umano nel 2000, e soprattutto Skype. Quando l’azienda venne acquisita, i suoi fondatori e primi dipendenti reinvestirono capitale ed esperienza nell’ecosistema locale: la cosiddetta Skype mafia ha generato Wise, Bolt e Pipedrive. La lezione estone: il talento c’era già, la libertà e le istituzioni giuste lo hanno moltiplicato.

Ucraina, la resilienza come prova

Il settore IT ucraino ha raggiunto un volume di 7,85 miliardi di dollari nel 2025, in piena guerra. Rappresenta il 41,6% dell’export di servizi del paese e sostiene, con l’indotto, oltre 800.000 posti di lavoro: circa uno su dieci in tutta l’Ucraina. E parliamo di prodotti, oltre che di outsourcing: Grammarly, fondata dagli ucraini Max Lytvyn e Alex Shevchenko, vale 13 miliardi di dollari. Ho raccontato in un altro articolo come è cambiata la localizzazione in 25 anni: l’Ucraina è stata a lungo uno dei motori silenziosi di quel mondo, e continua a esserlo sotto le bombe.

Russia, la fucina che si svuota

Il terzo destino è il più amaro. Secondo il ministro russo per lo sviluppo digitale, circa 100.000 specialisti IT hanno lasciato la Russia solo nel 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina. Uno studio accademico sui dati di GitHub ha aggiunto un dettaglio pesante: chi è partito era in media più attivo e più centrale nella rete di collaborazione di chi è rimasto. Se ne sono andati i migliori, e si vede dove: gli sviluppatori locali sono aumentati del 42% in Armenia, del 60% a Cipro, del 94% in Georgia. La fucina continua a produrre talento, ma il talento non resta.

Cosa ci insegna la parabola sovietica

La prima lezione riguarda la formazione. Il sistema sovietico investiva su matematica pura, fisica, capacità di ragionamento astratto. Niente bootcamp, niente framework del momento: fondamenta. Ed è la stessa conclusione a cui arrivo osservando perché l’AI oggi chiede filosofi e umanisti: quando la tecnologia cambia ogni sei mesi, la formazione profonda batte quella puramente applicativa, perché insegna a pensare invece che a usare uno strumento.

La seconda lezione riguarda la libertà. Un sistema chiuso può produrre eccellenza tecnica, ma quell’eccellenza fiorisce solo dove trova libertà economica e politica: in California per la generazione di Brin e Levchin, a Tallinn per quella di Skype, e oggi a Erevan, Tbilisi e Varsavia per chi lascia Mosca. Il talento si coltiva con l’istruzione, ma si raccoglie con le istituzioni.

La terza riguarda chi assume. Se cercate sviluppatori, sapete già dove guardare: i dati sulla qualità del talento nell’Europa dell’Est sono inequivocabili, e la nuova diaspora ha ridisegnato la mappa. Armenia, Georgia, Polonia e i paesi baltici concentrano oggi una densità di competenze che dieci anni fa era impensabile.

L’ironia della sorte è tutta qui: un sistema costruito per battere l’Occidente ha finito per regalargli i suoi ingegneri migliori. E la Silicon Valley, quella vera, a Palo Alto e persino a Londra, parla russo e ucraino molto più di quanto racconti la sua narrazione ufficiale.

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