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Cercare lavoro dà dipendenza

Cercare lavoro dà dipendenza

Che cosa significa il termine doom jobbing

Il neologismo doom jobbing nasce per gemmazione da doomscrolling, l’abitudine di scorrere ossessivamente notizie negative sui social senza riuscire a fermarsi. A coniarlo, secondo diverse testate americane, è stata una bambina di otto anni che ha descritto così le giornate del padre disoccupato: passava ore a scorrere LinkedIn, candidandosi ovunque e senza concludere quasi nulla. Da lì il termine si è diffuso in fretta, perché fotografa un’esperienza che moltissime persone, me compresa, vivono ogni giorno.

C’è però una sfumatura che trovo centrale, la stessa suggerita dal sottotitolo dell’articolo di D di Repubblica firmato da Giulia Mattioli, che mi ha ispirato questo pezzo: il doom jobbing non coincide sempre con il candidarsi. Spesso è il contrario, una ricerca che si esaurisce nello scorrere annunci, confrontare stipendi e aziende, immaginare percorsi diversi, senza mai arrivare al momento della scelta. Assomiglia al modo in cui si guardano case bellissime che non si compreranno mai o viaggi che non si faranno: ogni annuncio diventa lo spiraglio su un’identità professionale possibile, più che il primo passo di una candidatura vera. E riguarda non solo chi il lavoro lo sta cercando davvero, magari dopo un licenziamento, ma anche chi un impiego ce l’ha già e, nei giorni di stanchezza, si concede lo stesso lo scroll, quasi per misurare quante alternative esistano là fuori.

Un fenomeno che si affianca ad altre etichette del lavoro moderno

Il doom jobbing si aggiunge a una serie di neologismi comparsi negli ultimi anni: il quiet quitting, il rifiuto di dare più del minimo richiesto, il career cushioning, un piano B costruito in anticipo per un eventuale licenziamento, il rage applying, l’invio massiccio di candidature dopo un’esperienza frustrante. Etichette nate spesso per raccogliere clic, che messe insieme descrivono una trasformazione precisa: il lavoro non è più visto come luogo di realizzazione, ma come dimensione da cui proteggersi.

La mia routine quotidiana da freelance tra newsletter e gruppi

Come content strategist freelance, la ricerca di opportunità fa parte del mestiere tanto quanto la scrittura o le call con i clienti. La mattina comincio con le newsletter di settore, passo ai feed di LinkedIn e Indeed, controllo un paio di gruppi Slack e Facebook dedicati ai freelance, chiudo con una scansione veloce dei job board più noti. Lo ammetto con un po’ di ironia: guardo le notifiche del telefono come se aspettassi l’esito di un esame, anche quando so già che non arriverà nulla di urgente. È un rituale che si ripete quasi identico da anni e che, con la crescita vertiginosa degli annunci online, è diventato molto simile a uno scroll infinito.

Perché la percentuale di offerte qualificate resta così bassa

Su decine di annunci letti ogni giorno, quelli davvero in linea con il mio profilo si contano sulle dita di una mano. Le ragioni si sommano tra loro: posizioni già assegnate internamente e pubblicate solo per obbligo formale, inserzioni fantasma pensate per raccogliere curriculum senza un’assunzione reale, filtri automatici che scartano candidature valide prima ancora che un essere umano le legga. In Italia si aggiunge un mercato del lavoro freelance ancora poco regolamentato, dove capita di candidarsi tramite un semplice clic senza sapere granché dell’azienda dall’altra parte.

Il carico cognitivo ed emotivo di candidarsi ogni giorno

Un’indagine Checkr del 2025 su tremila persone negli Stati Uniti ha rilevato che il 58% considera quasi impossibile ottenere un colloquio partendo da un job board, mentre il 62% dichiara che l’assenza di riscontri ha eroso la fiducia. Sono numeri che, per chi cerca un’occupazione da tempo, non stupiscono affatto. Ogni candidatura richiede di adattare curriculum e lettera di presentazione, verificare l’azienda, calibrare il tono. Il silenzio che segue, nella maggior parte dei casi, pesa più della scrittura stessa, e alla lunga somiglia a quella delusione di chi cerca lavoro che avevo già raccontato in un altro articolo.

C’è poi un paradosso che riconosco bene: mentre mezz’ora sui social lascia la sensazione di aver perso tempo, scorrere annunci sembra un’attività utile, quasi produttiva, anche quando in realtà non porta da nessuna parte. A un certo punto, continuare a scorrere diventa un modo comodo per rimandare la parte più difficile: scegliere, candidarsi, accettare il rischio di un rifiuto.

Cercare impiego è un lavoro non retribuito

Chi è freelance lo sa bene: il tempo dedicato a scrivere proposte, seguire trattative e monitorare gli annunci non viene fatturato a nessuno, eppure assorbe energie preziose che andrebbero destinate ai progetti in corso. Cercare lavoro è un lavoro, appunto, con orari, scadenze autoimposte e un tasso di rifiuto che qualsiasi altra professione troverebbe difficile da sostenere senza conseguenze sul morale.

La pausa che ho deciso di prendermi

Ed ecco lo spoiler promesso all’inizio: smetto di cercare, almeno per un po’, ma non per stanchezza. Ho tra le mani un progetto che mi appassiona e che mi occuperà a tempo pieno per diversi mesi, quindi la ricerca passa in secondo piano non perché mi sia arresa, ma perché per la prima volta da tempo non mi serve. Continuo a curare questo blog, smetto invece di controllare le notifiche ogni ora come se da un annuncio dipendesse la giornata, e lascio che le prossime occasioni arrivino attraverso relazioni e networking costruiti nel tempo, più che dallo scroll infinito. Il controsenso, semmai, è che questa sosta nasce da un pieno e non da un vuoto: la buona notizia che aspettavo è arrivata, quindi in alto i calici e ci rileggiamo presto.

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